Sarà il caro vecchio credito d’imposta il coniglio dal cilindro che Giancarlo Giorgetti è pronto a tirar fuori per accontentare tutti sulla tassa sugli extraprofitti delle banche: da un lato BCE e Forza Italia che chiedono di non sottoporre a stress inutili gli istituti di credito e dall’altra il governo, che di quei miliardi previsti per l’erario hanno un disperato bisogno per finanziare la legge di bilancio. Vediamo come funziona.
La soluzione prevede che le banche pagheranno come richiesto due settimane fa, ottenendo però in cambio un credito d’imposta per lo stesso valore, che si tradurrà nei prossimi cinque o dieci anni in meno imposte da pagare. Insomma, più che una vera tassa, alle varie Intesa, Unicredit e compagnia lo Stato chiede un prestito a tasso zero, da rimborsare nei prossimi anni quando – si spera – la situazione sarà migliore.
Se qualche economista storcerà il naso, perché la soluzione trovata è sempre la solita, ovvero finanziarsi in deficit caricando altro debito sulle spalle dei giovani, alle banche questa soluzione non dispiace. E neanche alla Meloni, che potrebbe accaparrarsi proprio i 3 miliardi che sperava di ottenere con la misura. La soddisfazione della premier è dunque comprensibile. Anche perché potrà ricucire lo strappo con Forza Italia, che aveva promesso battaglia a settembre in Parlamento se la norma – che oltre a essere poco liberale era lesiva degli interessi di Mediolanum e quindi della famiglia Berlusconi – non fosse stata modificata.
La mediazione raggiunta dimostra la capacità di Giorgia di contenere le fughe in avanti di certe parti della maggioranza – in primis Lega e alcuni colonnelli di FdI come Donzelli – che hanno un atteggiamento decisamente dirigista in economia, con tutti i rischi che ciò comporta per un paese fortemente indebitato con gli investitori esteri come il nostro (e quindi costretto a dimostrare in ogni momento di essere affidabile e in grado di reggersi secondo le regole del mercato).
Tutto bene dunque? Non proprio, perché siamo ancora lontani dai 25 miliardi che l’esecutivo dovrà trovare per finanziare le promesse fatte in queste mese ai cittadini, prima tra tutte la diminuzione del cuneo fiscale. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera tra i prossimi settori “attenzionati” da un governo alla disperata ricerca di soldi ci sarebbe quello farmaceutico, potenziale vittima di un prelievo straordinario sugli extraprofitti maturati nel periodo del Covid. Prevedibilmente Farmindustria ha già alzato le barricate, negando l’esistenza di extraprofitti e prevedendo in caso d’interventi problemi per un settore “che in Italia occupa 69 mila posti di lavoro altamente qualificati”.
La sfida per Palazzo Chigi è insomma grande. I soldi per finanziare le promesse elettorali non ci sono; resta alla Meloni decidere se recuperarli dal settore privato con tassazioni straordinarie o se far capire agli elettori che la situazione è cambiata rispetto allo scorso anno – il Pil è fermo e la recessione è vicina – e che per un po’ di tempo, come ha detto il presidente Xi ai giovani del suo paese che lamentano la mancanza di posti di lavoro ben pagati, bisognerà “imparare a mangiare l’amarezza”. Ma Xi vive in una dittatura e tutto sommato può dire ai cinesi quel che vuole; per la Meloni, che dovrà affrontare le Europee tra meno di un anno, la situazione è molto più delicata.



