Indiana Jones 5, il vecchio favoloso

lunedì, 21 Agosto 2023
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Questa volta una super super vitamina – chiamiamola J5! – per aiutarci ad affrontare il problema antico ma attualissimo, scottante, che questo film affronta, col buonumore e la grinta tipici del suo eroe armato di frusta, cultura e cappello: Indiana Jones. Problema che tutti noi o toccherà o tocca, e che quindi tutti ci riguarda. Come sempre, dovunque vi troviate in questo momento, e di qualunque tinta sia il vostro umore…BUONA LETTURA!

 

Superba prestazione attoriale di Harrison Ford, in questo Indiana Jones number 5. Pensavamo a un congedo, magari svogliato, mentre sembra che il film fatto e finito consegni al mondo una chiave irreligiosa per l’immortalità.
Poco importa la questione di lana caprina su cui si accapiglia un plotone di so called recensori, che infesta – o talvolta nobilita – il Web( in particolare Youtube): e cioè se l’Indy giovane, tutto sfrontatezza e briosa voglia di scazzottare i malvagi, che a inizio film ci sbalordisce e rallegra, sia un successo o un flop dal punto di vista del Faceswap. Del ‘ringiovanimento fotorealistico’, per dirla nell’onesta lingua delle nostre mammine. Mettetevi il cuore in pace, lo spettatore medio ci crede. Ci crede eccome. Ho sentito io, dalle poltrone accanto ‘…Mah?… e come mai??… non doveva essere con lui vecchio???… zitta, fammi vedere…comunque è favoloso!!!’

Ok, boomer! Ci risiamo… Che ci ammannisce, oggi? Il più sfigato dei film di Indiana Jones?

Ok, io-io-io millennial! Sfigato perché?

Con un costo spropositato di 295.000.000 di dollari e un fiacco rientro a oggi di soli 150/170 milioni, sento aria di flop…

Ah sì? ‘Soli’ 170 milioni di dollari a oggi? Sto parlando con un megazionista della Disney, che lo ha prodotto?

No…

No, infatti. Qui si dibatte sul senso occulto del film, sulla sua capacità di rianimare anime stracche. Anime rannicchiate in tetri angolini di metropolitane, in città sempre più ostili, che in coda a giornate d’un lavoro subìto e mai scelto, non sanno più se sono vive, o non siano invece l’intristito sogno d’un’ombra.

E lei vorrebbe conferire tali superpoteri a un eroe di puro entertainment come Indiana Jones?
Certo. Anche a Babe maialino coraggioso, se è il caso. Premesso che questo Jones 5 è un film senz’altro disequilibrato, imperfetto (come la vita), aggiungiamo che è diretto brillantemente da un Mangold che non ha fatto rimpiangere Spielberg nemmeno a Spielberg (detto dal mostro sacro in persona). Ma non sarei qui a parlarne se non fosse per un altro suo straordinario merito: il coraggio di prendere per le corna il tema forse più odioso/odiato dal mondo contemporaneo, la vecchiaia. E pensare che di vecchi ne produciamo a bizzeffe: si calcola che di persone over sixty ne avremo una su sei entro il 2030 e una su cinque entro il 2050. Ma non ci piacciono…

Perché, a lei piacciono?
A me sì, sempre piaciuti, anche a vent’anni, sarà una perversione…ma mettiamoci un attimo da parte, lasciamo parlare un grande pensatore del ‘900, eccentrico, spesso sublime, trasgressivo e spiritoso sempre: James Hillman. Nel suo libro ‘La forza del carattere’, del 1999, scandaglia con vivacissima profondità le agitate acque di questo millenario problema.
“È indispensabile riconoscere – scrive Hillman – come il nostro modo di pensare l’ultima parte della vita sia irrimediabilmente intrappolato nel disprezzo per la cosiddetta ‘terza età’, un concetto classista, che relega tutte le persone anziane in una categoria con precisi, ineluttabili handicap dovuti al collasso dell’organismo e all’esaurimento delle sue riserve…Ciò che convenzionalmente si intende per terza età, questa ‘verità vera’, ci fa sentire in trappola, e ci pone in confitto. O precipitiamo nell’infelicità sempre più pessimistica, ossessionati già a cinquant’anni dal pensiero del declino fisico e mentale, o neghiamo ottimisticamente la ‘verità vera’ con eroici programmi di crescita spirituale e di mantenimento della forma fisica…Le due visioni, quella pessimistica e quella ottimistica, partono dalla medesima premessa : ‘La vecchiaia è un’afflizione’. Eccola, la ‘verità vera’. Che tu la debelli o che vi soccomba, la vecchiaia è per sua natura inconfutabilmente solitaria, indigente, maligna e, soprattutto, troppo lunga. Ci sembra di vederci: paralizzati dalla povertà , scaricati in una squallida casa di riposo, matti , muti e maleodoranti, in attesa della fine… in particolare questa afflizione è afflitta dall’idea di afflizione. Finché consideriamo ogni tremore, ogni macchiolina epatica sulla pelle, ogni nome dimenticato esclusivamente come indizio di declino, ecco che affliggiamo la nostra mente tanto quanto la sta affliggendo la vecchiaia…le idee che abbiamo sulla vecchiaia hanno bisogno di essere sostituite…ma la capacità di sostituire abiti mentali logori richiede sia grinta, sia capacità di resistenza…’
E anche l’Harrison Ford del film, quello vero post-prologo, di anni 81, coi pedalini stesi malinconicamente sul terrazzetto ad asciugare, pallido, rugoso, infastidito da una scolaresca sonnolenta o distratta, e ancor più da condomini assordanti, esordisce come un vero vecchio, un vecchio purosangue. Senza barare. Accigliato, nemico della ‘gioventù brillante’, nauseato dalla festicciola che gli hanno allestito per il pensionamento e ancor più dal micragnoso dono di congedo che appena in strada ricicla al primo passante disponibile. E’ solo, è orfano, sia di moglie, da cui sta tardivamente divorziando, sia di figlio, morto in guerra. E’ mortificato da un presente iperacustico e ipervisivo che lo invade senza nutrirlo. Intorno a lui – è il 20 luglio del ’69 – tutto il mondo è istericamente coinvolto dall’allunaggio. Nell’illusione, chissà, d’aver catturato e messo sotto vetro la metafisica, o Dio. Lui, Indy, non partecipa. Sa che non è così, che tutta l’enfatica vicenda si ridurrà a un po’ di polvere in più, sotto le sorde suole dell’uomo. Più che senza speranza, sembra averla accantonata, in attesa di eventi diversi. Pronto a riaccendersi, comunque, alla prima scintilla credibile. Perché la passione cardine di tutta la sua vita – l’archeologia intesa come avventuroso reperimento di manufatti leggendari – rosseggia ancora nel sacrario della sua anima. Pronta a mettersi nuovamente al suo servizio, con quella ‘grinta e capacità di resistenza’ di cui parla Hillmann…

Piuttosto viziato, questo Indy ottuagenario…non si accontenta nemmeno della luna! Si accontenterà almeno, si spera, della briosa, strafamosa e strapremiata Waller-Bridge che gli hanno elargito come partner, e che non raggiunge nemmeno la metà dei suoi anni…

Oh certo. Non solo se ne accontenta, ma è molto accogliente/indulgente verso la sua figlioccia Helena. Semmai è Waller-Bridge, nella sua ansia di accaparrarsi a ogni ciak il massimo di scena possibile a risultare un tantino petulante. Perfetta nel serial Fleabag – ma lì s’era scritta diretta e interpretata, sarebbe stato strano non trovarla ‘in parte’ – qui convince meno. Il suo luccicante cinismo sa molto di stereotipo millennial e alla fine il più ardente e imprevedibile dei due risulta lui, l’ottuagenario Ford, nonostante gli acciacchi e le giunture irrigidite.

Ma insomma, nel film poi che succede? Dov’è la straordinarietà che ci ha annunciata?
Nel film – letto nel suo andamento orizzontale – succede ciò che ha da succedere in un Indiana Jones che si rispetti: lotte all’ultimo respiro per la riconquista del quadrante perduto, vorticose cavalcate del Ford ottuagenario ovviamente ‘doppiato’ da splendidi stunt (inedita e godibilissima quella nella metropolitana), inseguimenti fulminanti a bordo d’improbabili, fragilissimi veicoli che contagiati dall’esprit d’aventure superano come gattini impazziti vicoletti impropri e scalinate d’ogni tipo e forma… e luoghi splendidi, sufficientemente inediti per sbalordire…e un un ‘cattivo’ di tutto rispetto (o ‘villain’, per chi vò fa l’americano), l’eccellente Mads Mikkelsen, e l’affettuoso recupero dei personaggi più amati della serie, che si affacciano anche solo per fulminei cammei nella loro forma attuale di ‘vecchioni’…

Ok, ok, le credo sulla parola, la torta ha tutti gli ingredienti della ricetta. Ma dov’è la straordinarietà?

Che Jones è una persona. Spielberg ne aveva fatto uno straordinario personaggio, il che lo occupava incessantemente dal primo all’ultimo secondo di girato. Mangold ci restituisce l’uomo. E l’uomo abbracciando per l’ultima volta la sua archeologia, il suo sapere, il suo osare – e alla fine la sua ritrovata Marion – contravviene fulgidamente al dettato erroneo della vecchiezza: ‘scansati e aspetta malinconicamente la morte’. Lo rovescia in opposta prescrizione: rimettiti in gioco, come sei, come puoi. Non fare che la tua passione diventi cenere. Alimentala, trasformala, rimetti in scena la pièce della tua vita in qualunque forma o dimensione ti sia possibile. E non pensare né a morte né a vita. È sufficiente essere. I bambini lo sanno bene.

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