Prepariamoci; se la crisi causerà il crollo della Cina, l’Italia verrà seppellita dalle macerie insieme alla Germania. La nostra economia dipende da quella tedesca la quale a sua volta è il primo partner commerciale di Pechino. Un pericolosissimo effetto domino che però non danneggerà gli Stati Uniti, che invece dai guai di Pechino hanno solo da guadagnare.
Il perché l’ha spiegato Paul Krugman sul New York Times, un economista che ha il dono di essere brutalmente chiaro: fino a oggi le imprese a stelle e strisce hanno investito relativamente poco in Cina perché non si sono mai fidate di un paese dove lo stato di diritto non esiste e una volta entrato non sai se ti faranno mai uscire. Inoltre la Cina ha sempre comprato poco dall’America, preferendo i prodotti europei, così un eventuale crollo delle esportazioni verso Pechino non farebbe gran danno all’industria, che invece avrebbe molto da lucrare su una diminuzione dell’acquisto cinese di materie prime, in particolare di petrolio, dando involontariamente una mano a Washington a contenere l’inflazione.
Storia tutta opposta da noi: l’Italia – o meglio il Nord Italia – ha da decenni legato lo sviluppo delle sue imprese a quello della Germania, della quale siamo tra i maggiori fornitori di componenti e semilavorati. Che poi vengono trasformati in prodotti “made in Germany” e finiscono sempre più spesso nelle mani dei consumatori cinesi. Dal 2015 la Cina è il primo partner commerciale di Berlino, e il recente calo delle esportazioni (meno 2% nei primi mesi del 2023 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) è bastato per deprimere la crescita, che secondo la Bundesbank dovrebbe segnare una stagnazione nel terzo trimestre di quest’anno.
E la situazione si prepara a peggiorare: con una disoccupazione giovanile ormai su livelli “italiani”, intorno al 25% (non abbiamo dati certi perché la Cina da qualche settimana ha smesso di pubblicarli), e lo scoppio della bolla immobiliare sulla quale si era negli ultimi tempi basata la crescita del paese, è facile prevedere un futuro di risparmi per le famiglie, che difficilmente si regaleranno il lusso di un’auto o un elettrodomestico tedesco. E infatti Xi ha provveduto a vietare la pubblicazione pure dell’indice della fiducia delle famiglie, inaugurando la “nordcoreanizzazione” del Paese, che si avvia a diventare una scatola chiusa nella quale è difficilissimo capire come vanno le cose.
Questa opacità non è bastata però a evitare che le grandi banche e agenzie di rating tagliassero le previsioni di crescita annunciate per il 2023, nonostante fossero le più basse degli ultimi decenni (un “misero” +5% che oggi pare davvero irraggiungibile). Il modello di governo putiniano di Xi, che ha imposto un lockdown ridicolmente lungo alla popolazione e ha limitato la libertà di azione dei suoi maggiori imprenditori, sembra insomma aver depresso il Dragone.
La crisi cinese rappresenterà quindi una ghiotta occasione di rilancio per gli Usa (e per Biden alle prese con il tentativo di rielezione tra poco più di un anno), ma è un grosso problema per l’Italia, che non ha mai imparato a scostarsi dall’ombra della Germania. Anche stavolta ne pagheremo le conseguenze.



