Le mille avventure di Cirillo, oligarca italiano a Mosca: “Siamo diventati tutti pedine”

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(Adnkronos) – Sciamano. Pilota di aereo e di elicottero. Esploratore polare. Armatore e velista. Rappresentante di mobili. Imprenditore. Cittadino russo onorario dal 2014, per decreto del Presidente Putin, “primo italiano, e tra i primi occidentali, ad avere questo onore”. Con “il chiodo fisso” di diventare “il nuovo Rastrelli, l’architetto italiano che costruì Pietroburgo”. La versione di Lanfranco Cirillo, nell’autobiografia dal titolo non veritiero “L’architetto di Putin”, appena pubblicata da edizioni Piemme, vuole che il palazzo di Gelendzhik, sul Mar Nero, non sia di proprietà del Presidente russo come aveva denunciato Aleksei Navalny all’inizio del 2021, nel documentario che porta a Cirillo la fama non desiderata della cronaca. La residenza “è di proprietà di una società a cui è stata ceduta dal gruppo” che aveva affidato al professionista italiano l’incarico “per la progettazione degli interni” di una “lussuosa foresteria destinata ad accogliere congressi e ospiti di riguardo anche stranieri”, spiega in una intervista all’Adnkronos.  

Accusato in Italia di infedele dichiarazione dei redditi e autoriciclaggio, con un mandato di arresto internazionale nei suoi confronti, da un anno e mezzo non si muove da Mosca. Una città dove, racconta, malgrado le sanzioni nel menu dei ristoranti, continua a esserci la mozzarella di bufala arrivata in giornata dalla Campania o il branzino dall’Adriatico. Dove anche dopo l’inizio della guerra contro l’Ucraina sono rimaste la maggior parte delle aziende e i grandi marchi continuano a vendere. “Non è cambiata neanche l’insegna del negozio, o la merce. Solo la proprietà”. Hanno chiuso o ceduto, ma “piano piano”, solo grandi realtà come Enel Russia.  

“La merce viaggia, via Turchia. I camion continuano a partire dall’Italia, verso la Lituania, come prima”. Il grande cambiamento è che oramai le valute dei Paesi non amici, il dollaro e l’euro sono introvabili. Le transazioni avvengono in rupie, yuan, rial iraniano. Sono rimasti più del 90 per cento degli italiani. “Fra loro c’è la grande consapevolezza che il mondo sta cambiando e il sentimento che quello che viene raccontato non sia quello che si vive qui”, spiega. 

Cirillo è stato architetto da tremila dollari l’ora per i nuovi ricchi di epoca post sovietica, una classe che ha visto nascere, che ha seguito negli anni e che ha conosciuto intimamente. Per seguire i progetti delle loro case aveva fondato una azienda, anzi una Masterskaja, officina del design cresciuta “in modo esponenziale”, in cui hanno lavorato decine di professionisti (marmisti, ingegneri, architetti, esperti di tende o di sanitari). Come sono cambiati gli oligarchi russi dopo l’inizio della guerra? “Il 90 per cento di loro sono stati colpiti da sanzioni, non possono più viaggiare” in Occidente, anche se poi le frontiere non sono sigillate e “il mondo è grande”: le loro nuove destinazioni sono le Maldive, gli Emirati, l’Estremo oriente, il Vietnam. Nell’ultimo anno, i gusti, gli interessi e l’economia “si sono spostati velocemente. Tutto è girato a 180 gradi, da ovest a est”. 

Il bando ai viaggi in Occidente è però “una limitazione materiale molto importante”, soprattutto considerando che “il sogno di questi miliardari dall’inizio degli anni Duemila era quello di essere accettati dalla comunità internazionale, non come parvenu, ma come classe europea”. Non c’è più “l’ostentazione di prima. I loro gusti sono molto meno eccentrici, sono più sobri, più moderni”. 

 

E per dare un’idea dell’andamento dell’economia, Cirillo, proprietario anche di 10mila metri quadri di uffici nel complesso di Moscow City, testimonia che “se prima gli affittuari erano occidentali, ora al loro posto sono arrivati i cinesi, gli iraniani. I canoni di affitto rimangono da capitali europee. I piani alti viaggiano su 6-700 dollari al metro quadro l’anno, anche 800. Gli ultimi contratti che sto firmando valgono il dieci per cento in più rispetto al 2022 e gli uffici sono affittati al 95 per cento”.  

L’architetto è stato artefice delle residenze di centinaia di russi, della casa del presidente della Lukoil, Vagit Alekperov – che parla di lui come di uno “sciamano”- della sua dacia e della casa del figlio, “di otto abitazioni in vari luoghi della Siberia, una casa in Crimea, che a quel tempo era ancora Ucraina”, del piano con gli uffici del presidente nella sede moscovita del gruppo. Poi, per il presidente di Novatec, di Alfa Bank e di Gazprom. Suoi i marmi e i decori della chiesa del monastero Sretenskij, davanti al palazzo della Lubjanka, la sede dei servizi segreti sovietici e poi di quelli russi, dove regna il Metropolita Tikhon, confessore di Putin e “amico fraterno” di Cirillo. Ha effettuato “qualche lavoro per il Cremlino” di Mosca, “anche se non come primo destinatario dell’appalto, ma semplicemente collaborando con una società jugoslava che aveva avuto l’incarico” e prima dell’arrivo di Putin. “Fornii una parte dei materiali per quel grande lavoro. Circa trent’anni fa. In seguito ho fatto lì altre piccole cose”, ammette.  

L’architetto italiano ha anche restaurato il Museo Nazionale di Tamerlano a Tashkent, ha firmato progetti per il palazzo del Presidente uzbeko. Per decine di dacie alla Rublevka, il quartiere residenziale ed esclusivo alle porte di Mosca: “case magnifiche, improbabili, impensabili”. Dopo l’annessione alla Russia della Crimea del 2014, di nuove abitazioni, o della ristrutturazione di vecchi edifici a picco sul mare sul Mar Nero. Cirillo – “oligarca italiano a Mosca” – ha lavorato “per 44 miliardari russi della lista di Forbes. E per la moglie di uno di loro ha firmato un bagno da 1.372.000 dollari, “tutto in madreperla, onice e mobili a scomparsa foderati di marmo, vasca massiccia scavata nel marmo anch’essa, cristalli, tv e sistemi audio-video nascosti dietro gli specchi”. “Era bellissimo, certo. Ma la cosa mi faceva molto ridere e cominciai a prendermi in giro da solo: “Sono un architetto da cesso, dicevo”, ironizza.  

Proprio dopo aver ristrutturato il Palazzo sul Mar Nero “non di Putin” ha acquistato 400 ettari di terreno nella regione di Krasnodar dove produce 5-600.000 bottiglie di vino l’anno, che ora vende in Russia e nei Paesi dell’Asia centrale. Bottiglie per supermercati di alta gamma e bottiglie più pregiate per i ristoranti. Non è stato l’unico. Molti russi, testimonia, hanno aperto aziende vitivinicole con enologi e botti italiane, sfruttando i finanziamenti a fondo perduto erogati dallo stato russo. E così, la produzione di vini russi è aumentata mentre diminuisce quella di prodotti italiani. La stessa cosa vale per il grano. Nel 2012 il Paese lo importava, e grazie ai finanziamenti del governo per l’agricoltura, “la Russia ora è indipendente a livello alimentare”.  

La prima dacia su cui è stato chiamato a intervenire in Russia, nel 1993, non ancora laureato – dopo aver lasciato l’Università di Venezia, infastidito dal clima di contestazione, si laureerà a Mosca nel 1995 – è quella di Aleksandr generale del Kgb reduce dall’Afghanistan. E nel giro di poco tempo, nuovo ricco dopo nuovo ricco, porta “a Mosca anche 15 camion di merci a settimana”. “Tra il 1994 e il 1995 riuscivo a guadagnare qualcosa come 150 milioni di lire al mese solo con le provvigioni”. “Nei primi anni del Duemila mi ritrovai ad avere anche 20 cantieri aperti contemporaneamente, dai cinquanta ai cento operai per cantiere, e non ne lasciavo mai neanche uno senza la mia diretta supervisione”, evoca nell’autobiografia che ha scritto insieme alla giornalista Fiammetta Cucurnia. 

“Nel 2005 c’erano oltre cento architetti che lavoravano nel mio studio. Oltre mille persone operavano nei miei cantieri. Avevamo diecimila metri quadrati di magazzino e non ci bastavano, c’erano 280 mezzi meccanici da trasporto tra camion, automobili, autobus, scavatrici, gru”.  

I suoi committenti? Negli anni Novanta “cominciavano a disporre di patrimoni sempre più grandi a cui avevano avuto accesso attraverso percorsi tortuosi e spesso molto misteriosi. Così, più entravo nei circoli di questi Nuovi Russi, più ascoltavo le loro storie e più mi accorgevo che non erano mostri, ma solo persone che si erano trovate senza preavviso in quel mondo di mezzo e volevano cambiare la propria vita, in meglio. Un po’ come me”.  

“Forse tutti loro, e anche io, siamo danni collaterali di questa guerra. La campagna antirussa e il rifiuto perfino della cultura russa, dal balletto alla musica alla letteratura, hanno cambiato il mondo. Siamo diventati tutti delle pedine da usare e gettare”, è la sua personale ricostruzione dell’attualità, ricostruzione infragilita da quello che definisce il “presunto avvelenamento” di Navalny – invece certificato da più governi occidentali e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac). 

 

 

 

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