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Allarme sanità: cosa c’è dietro il caos delle liste d’attesa

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Dal 2019 al 2022 gli ospedali pubblici hanno perso oltre 800mila ricoveri, quasi il 13% per cento del totale. È come se l’Italia avesse perso 40 case di cura di medie dimensioni, ovvero 800 reparti, circa 17mila posti letto. A fornire queste impressionanti cifre è il Dataroom di Michela Gabanelli sul Corriere della Sera.

Il team dell’ex conduttrice di Report ha lavorato forniti dal ministero della Sanità e racconta un’emorragia continua per la sanità pubblica, una volta fiore all’occhiello di un Paese che ha sempre avuto i suoi guai ma riusciva a garantire prestazioni di eccellenza anche rispetto ai paesi più ricchi del mondo occidentale. L’Italia è tuttora ai primi posti per aspettativa di vita, ma la situazione rischia di cambiare se continueremo a risparmiare sulla sanità pubblica. Già oggi il nostro Paese spende in termini di Pil (9,6%) meno della media europea, con differenze che diventano enormi rispetto a Francia (12,2%) e Germania (12,8%).

Quel sistema si è evidentemente rotto, anche a causa della concorrenza dell’industria privata che ormai ha creato una vera e propria sanità parallela destinata ai cittadini più abbienti, quelli che possono permettersi di spendere centinaia di euro per visite specialistiche senza perdere tempo con le liste di attesa o hanno lavori che garantiscono una buona assicurazione sanitaria. Di questo passo rischiamo di finire come gli Stati Uniti.

Se il discorso vi sembra esagerato andate a dare un’occhiata al rapporto annuale dell’Inps, da pochi giorni presentato alla Camera. Secondo i dati disponibili un operaio vive cinque anni in meno di un dirigente d’azienda; una differenza enorme solo in piccola parte spiegata con il maggiore rischio di morte sul lavoro per chi passa la giornata tra i macchinari. A fare la differenza è l’accesso o meno a visite di controllo.

Il problema non è l’esistenza della sanità privata in sé, ma che questa sia diventata spesso l’unica alternativa per il cittadino per alcune tipologie di intervento (per fortuna non quelli più gravi e urgenti). Nel report di Dataroom leggiamo ad esempio che il privato si specializza negli interventi che garantiscono tariffe di rimborso più elevate, assicurandosi la stragrande maggioranza di alcuni tipi di operazioni, come quelle per la sostituzione di articolazioni e il reimpianto di protesi, o la chirurgia legata all’obesità. In quest’ultimo caso gli interventi sono effettuati dal privato addirittura il 68% delle volte! Il risultato finale? rispetto al 2019 gli ospedali pubblici perdono 1,27 miliardi, mentre i privati accreditati guadagnano 58 milioni.

Se per ora la differenza nel numero di trattamenti è ancora notevole, con 5 milioni di ricoveri negli ospedali pubblici e quasi 1,8 nei privati accreditati con il servizio sanitario, continua la tendenza a diminuire il distacco. Resta da vedere se il governo Meloni avrà la forza – e la voglia – di invertire la tendenza. La prova del nove sarà la prossima Finanziaria, dalla quale il ministro della Salute Orazio Schillaci si aspetta 4 miliardi di fondi aggiuntivi rispetto ai 135 del 2023. Difficilmente li otterrà, ma anche mettere fine alla politica dei tagli sarebbe un primo segnale di inversione di tendenza.

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