“La Stampa”: direttore che va, direttore che viene. Massimo Giannini è stato sostituito da Andrea Malaguti, fino a ieri vicedirettore, alla guida del quotidiano torinese. Tornerà a “la Repubblica”, giornale da cui proviene, nonché testata facente parte dello stesso gruppo editoriale cui appartiene “La Stampa”: il gruppo Gedi, acquistato per 102 milioni di euro, nel 2019, da John Elkann dalla Cir dei De Benedetti.
Il siluramento di Giannini può apparire un fulmine a ciel sereno solo a chi conosce l’ormai ex direttore della testata torinese per le sue frequenti apparizioni nei talk show televisivi, dove pontifica regolarmente contro il governo e Giorgia Meloni. Ma così non è per chi invece segue il borsino editoriale italiano. Si dà infatti il caso che “La Stampa” abbia subito in un anno un vero e proprio tracollo di vendite, avendo perso l’11% dei lettori. Non è certamente l’unico motivo a spiegare l’avvicendamento ai vertici del quotidiano, ma sicuramente una sua influenza, questo tonfo in edicola, l’avrà pure avuta.
E da tale circostanza si può già trarre una prima conclusione: l’opposizione pura e dura al governo di centrodestra non paga, almeno non paga presso i giornali che dovrebbero rappresentare anche settori del ceto medio e della borghesia. La riprova la troviamo nel fatto che anche l’altra testata “ammiraglia” del Gruppo Gedi, “la Repubblica” appunto, è in paurosa crisi di vendite, una crisi ancora più pesante di quella che affligge “La Stampa”: in un anno, il quotidiano diretto da Maurizio Molinari ha perso il 14% delle copie vendute. È appena il caso di ricordare che “la Repubblica” è una sorta di bandiera dell’opposizione al governo Meloni, conducendo una quotidiana, forsennata campagna contro il centrodestra.
Poi si può certo dire che la crisi della carta stampata è generalizzata e che un po’ ovunque si registri il calo di vendite in edicola. Però fa indubbiamente riflettere il fatto che, tra le grandi testate nazionali, riescono attualmente a contenere le perdite solo quei giornali che mantengono un atteggiamento più equilibrato nei confronti del centrodestra, come ad esempio il “Corriere della Sera” (-3,8%) o il “Sole 24 Ore” (-6%). Non solo, ma l’unica testata in controtendenza (che acquista lettori invece di perderli) è guarda caso un quotidiano apertamente schierato con il centrodestra: “Libero”, diretto dal tandem Daniele Capezzone e Mario Sechi. In un anno, ha aumentato le vendite del 10,2%.
Sono lontani i tempi in cui giornali come “la Repubblica” cavalcavano con profitto l’opposizione al centrodestra, a quell’epoca rappresentato da Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi. Diciamo che negli ultimi tempi sta emergendo un fenomeno nuovo e interessante: al netto della crisi dell’editoria, il pubblico che “legge” si sta spostando verso destra, come dimostra anche, per altri versi, il boom di vendite de “Il mondo al contrario” del generale Roberto Vannacci.
Ma, come accennavamo prima, dietro il siluramento di Giannini dalla direzione de “La Stampa” ci sono anche altri motivi. Secondo quanto riferisce “Il Foglio”, sarebbe in atto una sorta di «divisione del lavoro» tra le due principali testate del gruppo Gedi: a “la Repubblica” il ruolo di fare opinione a livello nazionale, mentre al quotidiano torinese spetterebbe una funzione più specificamente regionale. In un giornale destinato sempre più a “piemontesizzarsi”, un personaggio come Giannini sembra in effetti fuori posto. Più in generale, al gruppo Gedi sarebbe in corso una sorta di cura dimagrimente, come testimoniano le recenti cessioni di testate come “L’Espresso” e “La Nuova Sardegna”.
Nei decenni passati, “la Repubblica” e “La Stampa” erano due poderose “fabbriche” dell’opinione, dell’informazione e del consenso. Oggi sono due giornali in via di forte ridimensionamento. Anche questo, se vogliamo, è un segno dei tempi.



