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Quando Gatsby andò alla guerra

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Ma i libri, insomma, servono poi davvero? …qualcuno dice di sì…altri lo negano, forse hanno fatto il loro tempo… durante la seconda guerra mondiale, i soldati americani al fronte li votarono con un gigantesco SI’…se v’interessa sapere come e perché accadde, scorrete questo articolo …e BUONA LETTURA a voi!

 

Mostra singolare, quella al Grolier Club di Manhattan, fino al 30 dicembre prossimo. Non cornici che racchiudono un astuto niente, non lambiccate installazioni, non pietosi frutti dello sciagurato connubio Uomo-Intelligenza Artificiale. Niente di così cool o trendy. Piuttosto qualcosa di eterno. Libri. E pure bruttini. Tascabili, in brossura. Furono distribuiti durante la Seconda guerra mondiale ai soldati americani al fronte. Non si vive, insomma, di sola carne, fagioli in scatola e tubetti di latte condensato.

Anche le idee (toh!) fanno buon brodo. Ci voleva proprio l’America per scoprire l’America. Nacque così la storica edizione degli ‘Armed services editions’, tascabili studiati apposta per entrare facilmente nella tasca sul petto o in quella dei pantaloni di un’uniforme standard. Dal’43 al ’47 ne furono stampate circa 120 milioni di copie, che viaggiarono come forsennate. Dalle spiagge della Normandia, ai campi di prigionia tedeschi fino a remotissime isole del Pacifico. Per inciso, raccolte sterminate di libri per i soldati erano state organizzate in USA anche durante la Grande Guerra. Ma non si era pensato, allora, a una vera e propria operazione editoriale.

A metà del 1944 il ‘New York Times Book Review’ registrò con festoso entusiasmo che i tascabili erano ‘popolari più delle ragazze pin-up’. 100.000 spedizioni al giorno.
Nelle zone più impervie i pacchi venivano lanciati col paracadute ai lettori in trepida attesa. Se non li colpivano in testa (malauguratamente), li colpivano poi benignamente al cuore. Nelle fotografie vediamo soldati che leggono mentre si tagliano i capelli, feriti con membra in trazione che reggono il libretto col braccio sano, altri, in situazioni paradossali, con l’occhio incollato al prezioso libretto. Per Molly Manning, la curatrice della mostra, ‘l’immagine preferita è quella di un soldato sdraiato su una branda improvvisata nel mezzo di un campo allagato in Nuova Guinea, perso in un libro. Non sembra una messa in scena. Sembra davvero che si stia rilassando.’

La collana mixava opere d’intrattenimento con altre di più nobile impegno. Oltre 1.300 titoli : classici della letteratura, narrativa contemporanea, poesia, storia, biografia, umorismo e anche ‘un libro d’arte’ ( raccolta di schizzi e quadretti fatti dai soldati).
Il più spaesato di tutti sarà stato ‘il grande Gatsby’, partorito dal raffinato Fitzgerald. Immaginate un dandy spericolato e romantico come Gatsby, che ha fatto di tutto per raschiar via dai passaporti e dalle scarpe l’ infamia terrosa d’una nascita contadina. E che si ritrova catapultato in sudate paludi dell’arcipelago malese, tra serpenti venefici (95 specie), sanguisughe e voracissime zanzare, maneggiato da incolte dita di ragazzi in bilico tra morte e pazzia, che a lui chiedono solo una goccia di speranza. Di luce, di ‘portami-via-con-te’. Beh, si sarà sentito penosamente fuori sinc. Ma anche inopinatamente fiero di regalare al suo autore, defunto da quattro anni, una crescita esponenziale nelle vendite. Dalle 20.000 copie raggiunte a malapena da vivo, si arrivò ora a 120.000. Un successone. Fitzgerald avrà brindato, nella tomba. Chi l’ha detto che i morti non facciano festa? Sicuramente un mortale astemio e dispettoso.

Ma veniamo alla nostra Italia. Abbiamo avuto Roma, l’Impero, Marco Aurelio, Dante, il Rinascimento. Di cultura abbiamo fatto il pieno. La bellezza ci opprime. Il pensiero ci deprime. Se poi è critico, meglio asfissiarlo in culla.
‘Con la cultura non si mangia!’, asserì (pare) un nostro celeberrimo Ministro all’Economia. Correva l’anno 2010. E giù tagli. L’avvilente battuta in seguito fu disconosciuta, ma i danni dell’occulto regime bocciacultura, in voga ormai da troppi sciagurati anni – rimasero.
Forse con libri e arte non si fanno grandi abbuffate, non si avverte quel delizioso scricchiolìo mentre si dilania il cranio del nemico con denti alla Jaws, non si accumulano ville da paura infestate da giovinette parassitarie, assai gagliarde circa il lato B ma tetramente deficitarie in quello A.

Ok, Ministro. Niente abbuffate. Ma si vincono – bizzarro a dirsi! – certe guerre. O per lo meno, si fornisce buon incentivo alle affaticate ali della vittoria. Così l’hanno pensata quei sempliciotti dei nostri fratelli d’oltre Atlantico. Che le due guerre mondiali le vinsero. Proprio quelle in cui al fronte spedirono forti contingenti di libri, oltreché di giovani leve. C’era anche, alla base, una componente scopertamente propagandistica. Nessuno la nega. ‘I nazisti i libri li mandano al rogo, noi invece li facciamo leggere. Ai nostri soldati’. Se consideriamo i risultati, fu propaganda ampiamente benigna. S’indusse infatti un’intera generazione di giovani, spesso scarsamente alfabetizzati, a trarre nutrimento e – guarda un po’! – perfino sostegno dalla cultura. Con trasfusioni dirette ( lancio dei libri) e nessuna mediazione vocale. Nessun cobresco ministro della Propaganda, alla Goebbels, che incitasse soavemente a leggerli. Orfani di comfort, di fidanzate, di madrepatria, i soldati lo facevano da soli.

Noi italiani dovremmo saperla più lunga. Quasi tremila anni di storia, tra poco. 3000 candeline sulla nostra torta di compleanno! Non le spegnerebbe nemmeno Gargantua. Per quale mai indiagnosticato tumore dell’anima ci siamo consacrati all’inverecondo assioma che con la cultura non si mangia, e che quindi tanto vale annientarla? E l’abbiamo fatto sul serio. Niente roghi di libri, per carità. I nazisti del ’33 ci fanno un baffo. Comparati al nostro savoir faire millenario, non sono che grossolani cavernicoli. Inutilmente vistosi, diciamolo, con tutto quel crepitìo, quel fumo destinato a riecheggiare nei secoli, preludio sinistro a quello di Auschwitz, Dachau e di tutti gli altri tragici campi. No, noi no. Tremila anni non sono passati invano, ci hanno resi duttili, astuti, un popolo per tutte le stagioni. Noi lo sterminio dei libri – del pensiero – l’abbiamo realizzato in guanti bianchi. E’ stato uno sterminio catodico. Anche se oggi i televisori sono tutti LCD e LED, possiamo comunque chiamarlo così, dal nome del progenitore.

Senza una goccia di pudore, abbiamo mediato dal romanzo tragico e stupendo di Orwell il titolo ‘Grande fratello’, per uno dei programmi più trash, più contagiosi e aberranti che Mediaset ci abbia propinato. Sì, non è tutta colpa sua. Il format nasce in Olanda. Si chiama per l’appunto ‘Big Brother’ ed è dilagato in ben 40 paesi del mondo. Una vera pandemia culturale. Ma parliamo di casa nostra. Noi i vaccini per resistere al virus li avevamo belli stipati nelle riserve auree della nostra amplissima memoria. Perché non continuare a importare dai Paesi Bassi splendidi e gentili tulipani, gialli, rosa,violetti, arancioni o anche raffinatamente screziati?

Ma esaminiamo, più da vicino, il frutto della malsana pianta. Andò in onda su Canale 5 nel 2000. Scopriamo, in rapidissima successione, che ne è stato dei vincitori di qualche storica edizione. Tanto per sfatare il mito facilone che ancora incanta tanti ventenni: ‘A che te serve faticà? Te basta annà ar ‘Grande Fratello’, e hai svortato’. Non pare abbia svoltato Cristina Pievani, la prima vincitrice, nell’edizione appunto del 2000. Qualche fuggevole ospitata a Mediaset. Poi bagnina, istruttrice fitness, e approdo finale a cassiera in supermercato. Né pare abbia ‘svortato’ Floriana Secondi, che a distanza di quindici anni dalla partecipazione al reality ancora ‘sogna’ di fare l’attrice. Come non raggiunge alti traguardi la concorrente Francesca Cipriani, sulla quale si sono riaccesi i riflettori solo in occasione del processo Ruby bis, a carico di Minetti, Mora e Fede, in cui ha figurato come testimone. Meglio non è andata a Milo Coretti, vincitore della settima edizione. Si è riparlato di lui nel 2016, per un processo che lo vede come imputato. Truffa ai danni della sua compagnia di assicurazioni. Va in modo più tranquillo per Vanessa Ravizza, concorrente alla nona edizione del GF. Ci esibisce, come tantissime non gieffine, il suo trionfante pancione su Instagram, e in seguito posta la nascita della sua bella bimba Chloè. Felicitazioni! Per il salumiere di Castelfranco Veneto Mauro Marin, tronista della decima edizione, continuare a fare parlare di sé si rivela faccenda diabolicamente tribolata. Nel 2013 tenta di vendere il suo profilo Facebook per 100.000 euro e si becca uno striscione derisorio dagli animalisti ‘Mauro Marin, vendi i tuoi ultimi neuroni e dopo togliti dai…’. 2014: un ricovero in psichiatria a Belluno. ‘Non mi fanno uscire’, si lamenta. Purtroppo, anche per lui, hanno poi cambiato idea. 2018: lasciato dalla ex compagna Jessica, incinta, poche settimane prima del parto. Si arriverà a un processo per minacce, maltrattamenti e calunnia a carico del Marin. Che però viene assolto…La lista dei tronisti intronati potrebbe continuare con altri succulenti reperti. Ma fermiamoci qui.

Non v’è nulla di così fatale nel dilagare dell’imbecillità. Lo capì bene Brecht, che titolò ‘La resistibile ascesa di Arturo Ui’ il suo dramma scritto nel ’41, che sotto trasparentissima metafora adombra l’ascesa al potere di Adolf Hitler. Resistibile, appunto. Magnifico, inusuale aggettivo. E allora? Perché non provarci? A organizzarla ora – subito – questa sacrosanta Resistenza? A gridare a voce alta, come quel bimbo sincero della favola di Andersen ‘Ma l’imperatore è tutto nudo!’. Anzi, peggio che nudo. Vestito d’un melmoso costume di pagliaccio, recuperato nottetempo in una discarica.

Carlotta Wittig

1 Comment

  1. Grazie.
    Trovo questo pezzo illuminante. Andrebbe letto nelle scuole, ai giovani sognanti che pensano che il futuro possa conservare per loro delle scorciatoie preferenziali, per poi farsi molto male una volta svegliati e sobri.
    Grazie.
    Per aver parlato con chiarezza della miseria che pervade certi “spettacoli” televisivi, diseducativi e antiestetici.
    Attendo un suo nuovo articolo

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