A seguito dell’attacco ad una struttura ospedaliera di Gaza, l’interventismo americano non ha tardato a fare la sua comparsa. Difatti il presidente Biden, durante la giornata di mercoledì ha deciso di partire per Israele.
La visita del comandate in capo americano si contestualizza in un momento complesso del conflitto, a causa dell’acceso scambio di accuse tra Hamas e l’esercito israeliano.
In linea alle dichiarazioni di Biden, il governo americano è fermamente convinto che l’esplosione dell’ospedale sia da attribuire ad Hamas, tanto da affermare, rivolgendosi al premier israeliano che: “L’America è in lutto con voi e sta piangendo con voi”. In risposta Netanyahu ha mostrato pubblicamente la sua riconoscenza all’amministrazione statunitense, definendo, forse con troppi dettagli, il carattere degli aiuti che gli sono stati offerti:” Abbiamo ottenuto una cosa di importanza suprema, che darà un contributo enorme alla nostra sicurezza: aiuti militari giganteschi per Israele, aiuti di una ampiezza senza precedenti”.
A fronte di queste dichiarazioni, sono inevitabilmente venute alla luce le contraddizioni della linea d’azione americana. Difatti se in un primo momento Biden è apparso molto deciso sulla presa di posizione a favore di Israele, affermando; “Chi pensa di attaccare Israele rinunci all’idea”, adesso la sua presa di posizione sembra vacillare.
È stato lo stesso Biden a precisare di non aver offerto truppe americane a Israele nell’eventualità che Hezbollah attaccasse e iniziasse una guerra. È quindi evidente come l’assenza di trasparenza, sia l’elemento chiave della spedizione di Biden in Israele.
A scardinare ulteriormente gli equilibri già di per sè precari, è la linea d’azione promossa dalla Russia.
In questo senso, Putin si è recato in Cina con l’intenzione di confrontarsi con l’omologo XI. A seguito dei colloqui, secondo il resoconto della Cctv, il volume di scambi bilaterali tra le due potenze ha raggiunto un livello record, che si sta avvicinando all’obiettivo di 200 miliardi di dollari.
Ad avviso di Xi Jin Ping, la Cina e la Russia “ hanno approfondito la fiducia politica reciproca e mantenuto uno stretto ed efficace coordinamento strategico”.
Inoltre Xi, nell’ottica dell’attuale scenario internazionale, ha chiesto a Putin maggiore cooperazione tra Pechino e Mosca al fine di “salvaguardare l’equità internazionale” e la “giustizia”.
Nelle battute iniziali del loro bilaterale, hanno riferito i media statali di Pechino, Xi ha insisto a più riprese l’importanza nello strutturare sforzi congiunti per “uno stretto ed efficace coordinamento strategico” tra i due Paesi.
Il riferimento è forse al conflitto Israele-Hamas? È difficile dirlo. Ciò che è certo è che oltre alla guerra contro l’Ucraina, tra i dossier nell’agenda dei due leader vi era anche il conflitto che ha investito la striscia di Gaza.
L’intento di Putin è quello di interrompere l’isolamento internazionale, proponendosi come mediatore politico, visti i rapporti vantati con i leader del mondo islamico.
Pechino, come Mosca, ha un rapporto stretto con l’Iran, dove la leadership teocratica sostiene sia Hamas che Hezbollah, il gruppo militante libanese che potrebbe aprire un secondo fronte contro Israele.



