Riforma delle pensioni, tutte le novità per i lavoratori

mercoledì, 25 Ottobre 2023
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Da quota 103 a quota 104, Ape sociale ritardata di cinque mesi, Opzione donna accessibile un anno dopo rispetto all’era Draghi. Brutte notizie per i lavoratori che hanno da poco passato i sessant’anni e speravano di andarsene finalmente in pensione: la nuova legge di Bilancio ritarda per tutte le categorie l’agognato (per molti) momento di mettersi a riposo.

La novità che riguarda il maggior numero di lavoratori è la creazione di quota 104, che consentirà di andare in pensione con 63 anni di età (lo scorso anno erano 62) e 41 anni di contributi. In realtà ci vorrà ancora di più, perché la manovra ha pure allungato da tre a sei mesi la durata delle finestre per il settore privato e da sei a nove mesi per il pubblico.

Non solo; per accedervi sarà comunque necessario accettare una riduzione dell’assegno da calcolare sulla quota retributiva, riduzione che sarà proporzionale all’anticipo del pensionamento rispetto ai 67 anni di età che garantiscono la pensione di vecchiaia. Al contrario verrà premiato chi decidere di restare più a lungo al lavoro; grazie al bonus Maroni potrà incassare la parte di contributi previdenziali che versa all’Inps fino al 9,19%.

Stretta pure sulle pensioni anticipate, che vengono calcolate solo sul numero di anni di contributi pagati: ora sono 42 anni e 10 mesi, ma potrebbero aumentare perché si è deciso di tornare ad adeguare l’età pensionabile alle aspettative di vita già a partire dal prossimo anno e non dal 2026 come inizialmente previsto.

Sale di un anno l’età necessaria pure per accedere a Opzione donna, che comunque è scelta da pochissime persone perché molto penalizzante dal punto di vista economico. Resta invece il poco sensato bonus per le donne che hanno uno o più figli, come se un bonus che esiste oggi per le ultrasessantenni dovrebbe incoraggiare le trentenni a procreare.

Se vi viene voglia di invidiare chi in pensione è riuscito ad andarci, sappiate che il governo si prepara a colpire pure chi il lavoro lo ha lasciato da tempo: come annunciato infatti l’esecutivo ha deciso di fare ancora una volta cassa con i pensionati, limitando la rivalutazione all’inflazione solo per assegni fino a quattro volte il minimo, ovvero fino a circa 2000 euro al mese. Chi prende intorno a quella soglia vedrà il suo assegno ridotto dal caro vita, una riduzione che ovviamente non verrà mai più recuperata. La misura consentirà all’esecutivo di infilarsi in tasca un altro miliardo, utile per finanziare le altre promesse fatte in campagna elettorale, a partire dalla flat tax per gli autonomi.

Le decisioni del governo sembrano pesare tutte su FdI e sulla premier Giorgia Meloni, mentre l’alleato leghista, pur controllando con Giorgetti il Ministero dell’economia, è riuscito finora a farsi passare come non responsabile della dura politica economica del governo. D’altra parte appena cinque anni fa Salvini aveva realizzato l’ormai mitica quota 100, che pare davvero figlia di un’epoca diversa, di sicuro più felice per i lavoratori anche se decisamente poco sostenibile per le casse dello Stato. Vedremo se Matteo riuscirà ancora a lungo a restare nella maggioranza senza doversi sobbarcare le conseguenze delle scelte più impopolari.

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