‘Black Sunday’. Domenica nera. È il titolo d’un film di Frankenheimer, del 77, e il sottotitolo è: ‘It could be tomorrow – potrebbe succedere domani’.
Materia ardente del film (tratto da un romanzo di Harris) è il conflitto arabo-israeliano. E uno di quei domani è successo appunto ‘ieri’. Quasi ieri. Il 7 ottobre. L’attacco di Hamas a Israele. Il ‘Sabato nero’.
Di fronte a questo delirio di sangue fuoco e ferocia su cui televisioni, politici, opinionisti & social si avventano con la ben nota ingordigia, noi, dalla nostra Italia protetta (finora), che cosa possiamo mai fare?
Capire, innanzitutto. E se vi sembra poco, allora iscrivetevi a Disney Channel e lì rimanete, perché quella è la vostra patria. Se poi proprio volete farvi un viaggetto, perché viaggiare è cultura, avete sempre Disneyland.
Ma ‘capire’, in questa labirintica vicenda che avrebbe sgomentato anche il super-equanime Salomone, è forse troppo pretendere per gli osservatori di recente approdo. Diciamo che già acquisire dati, riflettere e sottrarsi alla tentazione di un immediato giudizio appaiono mete più oneste.
Quando l’ONU, il 29 novembre del 1947 approvò un piano per sanare il conflitto arabo-ebraico, ricordiamoci che questo datava dai primi anni del ‘900. A oggi, conta più di cent’anni. E quando la mala pianta dell’odio affonda così remote radici nel terreno della storia, si fa sempre più inestirpabile.
Il piano dell’ONU divideva il Mandato britannico sulla Palestina in due stati: uno ebraico, l’altro arabo. Ma ebbe la delittuosa pecca di assegnare alla minoranza ebraica (un terzo della popolazione totale) la maggioranza del territorio. In Inghilterra, che dal 1920 governava quelle terre per ‘mandato’, la proposta fu apertamente condannata da alcuni laburisti. Uno di questi, Thomas Reid (nel decennio precedente aveva operato in Palestina) pronunciò in Parlamento parole quanto mai anticipatorie, rilette oggi.
‘…Gli americani sono un nobile popolo e sono più idealisti della maggior parte delle nazioni del mondo – disse – Ma ho una critica da fare all’America in questa occasione, o perlomeno ai delegati americani all’ONU. Qual è il motivo? Siamo franchi. Uno dei motivi principali è che gli ebrei hanno un ruolo decisivo nella elezione del Presidente. Io dico che la principale ragione di questa proposta malvagia dell’ONU è che i partiti politici in America, o le loro organizzazioni, sono parzialmente alla mercé elettorale degli ebrei.’
Il Regno Unito quel piano non lo votò. Pensava, come il suo deputato laburista, che si sarebbe rivelato inaccettabile per entrambe le parti. Forse il mondo intero avrebbe dovuto dar più peso alla sua posizione.
‘Gli inglesi hanno sempre avuto una gran fame di terre desolate’, dice re Feysal nell’inobliabile “Lawrence d’Arabia”. Verità inoppugnabile. Nel 1920 il Leone di San Giorgio s’era inghiottito quasi un quarto dell’intera superficie della Terra. Sull’Impero Britannico il sole non tramontava mai, come su quello dell’ispanico predecessore Carlo V. Dunque, se il Leone britannico, notoriamente famelico, ritira all’improvviso gli artigli da una preda praticamente già sua, la cosa deve far riflettere. Il suo regale istinto di super-predatore deve avergli trasmesso un formidabile altolà. Il pasto è avvelenato. Rinuncia, sei in tempo. E il Regno Unito annunciò che avrebbe terminato il proprio mandato il 15 maggio 1948. Cosa che fece. Ma 33 nazioni – la maggioranza – dissero di sì. Il piano fu votato. Il giorno dopo sette ebrei furono uccisi da arabi in Palestina, in tre incidenti separati. Scoppiò così la prima guerra arabo-israeliana. Il piano ‘malvagio’ dell’ONU ebbe il suo battesimo di sangue. L’Inghilterra aveva visto giusto. Ancora una volta Dio salvava il Re.
‘Black Sunday’, film statunitense del ’77 ( solo parzialmente compreso, a parer mio), a firma Frankenheimer, si riaffaccia ora su Prime e proprio in questi giorni se ne consiglia vivamente la visione.
A un primo sguardo, si presenta come un potente action-thriller, dai ritmi serratissimi e di magistrale spettacolarità, che ci inchioda senza fatica allo schermo o monitor che sia. Per tutti i 150 minuti della sua durata (e già non è poco). Liberamente tratto da un romanzo di Harris, ci racconta con calibratissima adrenalina, la drammatica azione d’un agente israeliano, il maggiore Kabakov (Robert Shaw) per sventare un clamoroso attacco terroristico palestinese. La strage dovrà avvenire nel megastadio di Miami (80.000 persone), in occasione del Super Bowl di quell’anno. La finale di campionato del football americano, insomma, seguita in diretta TV da oltre 100.000.000 di persone. Ecco perché quando l’israeliano – certo ormai dell’attentato – osa proporre di annullare l’evento ‘Lei è pazzo! – gli si risponde – È impossibile. Sarebbe come annullare il Natale’.
Ma nel film – ed è l’elemento per cui sono qui a parlarne – c’è soprattutto una potente sottotrama. L’analisi – mai spietata mai fredda mai retorica – delle psicologie, o meglio del cuore oscuro dei tre protagonisti. Dahlia (Marthe Keller), la guerrigliera palestinese che ha concertato la sofisticata operazione insieme Lander (Bruce Dern), pilota USA pluridecorato, reduce dal Vietnam e fuoriditesta, nel film parla pochissimo. Ma dice tanto. Tutti i personaggi ( escluso Lander) parlano assai poco. Vistosamente poco, in rapporto a ciò che sentono. Buchi neri di dolore, per ciascuno. Parlano attraverso mimiche mute, silenzi. Più spesso col dinamismo concitato dei corpi. Tutti hanno ragione. E tutti hanno torto.
‘Si chiama Dahlia Iyad – rivela al maggiore israeliano un avversario del KGB, in questo caso suo alleato – è di origine arabo-tedesca – nata in una fattoria vicina ad Haifa (ex Palestina) nel 1948 – padre e fratello uccisi da commandos israeliani nella guerra di quell’anno – lei, la sorella e la madre, espulse nel ’49, hanno vissuto in tenda in un campo profughi nel deserto a Gaza dal ’49 al ’57 – sua madre morì di tifo nel ’51, la sorella fu violentata durante la guerra del ’56, lei fu trasferita in campo profughi nel ’57 – la Lega araba la inviò all’Università di Beirut nel ’66, poi a Ginevra, nel ’70 – si è unita all’Organizzazione nel 1973… Ecco la sua foto, la guardi bene… dopotutto, in un certo senso è una sua creatura, maggiore Kabakov’.
Parole come pietre. Con un curriculum spietato come questo, è facile immaginare un’adesione al terrorismo. Ci fa intendere meglio quell’inattesa frase di Giulio Andreotti, pronunciata in Senato nel 2006: ‘ Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista’. Il ‘campo di concentramento’ si riferiva alla condizione dei palestinesi. Nella striscia di Gaza e non solo. Andreotti aveva allora 86 anni, era senatore a vita, e non stiamo parlando d’un intransigente giacobino o di uno sconsiderato barricadero con ciuffo al vento e creduli ventanni.
Tornando al film, anche l’israeliano Kabakov ha il suo carico di strazio: moglie e due figli uccisi da un attacco palestinese. Così come lo ha il pilota americano: otto anni di prigionia in una gabbia Vietcong. Rientrato in patria, lo aspettava il rifiuto della moglie. E il divorzio.
Frankenheimer aveva un padre ebreo tedesco. Forse è a questa ascendenza che deve quel mix di familiarità, pathos e riserbo con cui accosta la spinosa questione israelo-palestinese. Straordinario il personaggio della Keller. Il regista individua sul suo volto con penetrazione esemplare i due registri cardine di tutta la storia: nella linea dura, ostinata, solida della mascella, nelle guance rigide, nelle labbra serrate c’è tutta l’ostinazione, l’ossessività, il sangue freddo, la ferocia di cui si nutre la vendetta. Negli occhi, due sconsolati pozzi bruni, tragici, sembra depositato tutto il dolore, le lacrime non piante, la memoria d’una vessazione disumana.
Al di là di ‘Black Sunday’, se volete capirne di più dell’attuale conflitto Israele-Hamas, potreste leggere ‘Haaretz’ (La terra). È un quotidiano israeliano indipendente, fondato nel 1919 da un gruppo di immigrati russi. Disponibile online. Importantissimo punto di riferimento per politici e intellettuali della sinistra israeliana. Quella che detesta Netanyahu, per intenderci. Sentite ad esempio, dalle pagine di questo giornale, come la pensa Michael Sfard, avvocato e attivista politico israeliano, circa le responsabilità etiche della ‘sua’ gente: “La corruzione morale è un meccanismo che si alimenta e si giustifica in un ciclo che può diventare infinito senza un intervento potente e insistente. Per noi israeliani, i 75 anni di status di rifugiato che abbiamo imposto a milioni di palestinesi, i 56 anni di occupazione che abbiamo imposto ad altri milioni e i 16 anni di assedio che abbiamo imposto a milioni di palestinesi a Gaza hanno eroso i nostri principi morali. Hanno normalizzato una situazione in cui ci sono persone che valgono meno. Molto meno.”
Chapeau, Michael Sfard. A te e a quelli come te, esposti ora in Israele su due fronti: quello nemico di Hamas. Perché siete ebrei. E quello amico degli estremisti di destra israeliani, amici di ‘Bibi’ Netanyahu. Posizione per nulla invidiabile.



