Soumahoro, il triste epilogo di una favola buffa

giovedì, 2 Novembre 2023
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Soumahoro, si conclude la favola buffa della sinistra. Per il nostro “eroe” questa storia finisce in modo particolarmente vergognoso, mentre per la sinistra in quanto tale  l’epilogo è assai imbarazzante quanto grottesco.

Non c’è comunque molto da ridere, perché la moglie di Aboubakar Soumahoro, Liliane Murekatete e la di lei madre, Marie Therese Mukamitsindo, sono state arrestate con l’accusa di aver utilizzato per uso personale i fondi ottenuti per la gestione dei migranti attraverso la cooperativa da loro gestita. Il comunicato della Procura di Latina si abbatte come una clava sull’immagine dell’ex icona della sinistra umanitaria, inclusiva, terzomondista, solidale, internazionalista (e chi più ne ha, più ne metta). I magistrati parlano infatti di «reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale (per distrazione) a seguito dell’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza della cooperativa Karibù e di autoriciclaggio di parte di dette somme, che sono state trasferite all’estero (Ruanda, Belgio e Portogallo) e reimpiegate in attività imprenditoriali e comunque estranee rispetto alle finalità di assistenza e gestione in Italia dei migranti e/o richiedenti asilo».

Il ristorante di cui parla il pm di Latina si trova nel paese dell’Africa orientale da cui provengono i Soumahoro e si chiama “Gusto italiano”: alla faccia di quei poveracci a cui la Karibù doveva fornire un pasto caldo, dei vestiti e il modo per inserirsi nel tessuto sociale pontino.

Era già da molti mesi che l’ex icona con gli stivali (così si presentò l’on. Aboubakar nella seduta inaugurale della Camera) era finita nei pasticci, sempre per colpa della moglie e della suocera, che erano state accusate di non aver versato lo stipendio ai dipendenti della loro cooperativa: una irregolarità certo più lieve del reato oggi contestato, ma comunque un fatto infamante per chi si era proposto come campione dei diritti umani e dei poveri braccianti sfruttati. A sconcertare l’opinione pubblica era stato anche il lusso esibito da Lady Soumahoro (dai vestiti firmati ai gioielli), uno scivolone a cui il povero onorevole cercò comunque di rimediare. Ma la difesa della consorte fu così maldestra che la toppa risultò peggiore del buco. «Liliane ha diritto all’eleganza», disse Aboubakar. E tutti si sbellicarono dalle risate.

A quel punto, la sinistra tentò di scaricarlo in modo brutale. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che lo avevano candidato al Parlamento, fecero finta di non conoscerlo. Ma il danno era fatto. E suoi social cominciarono a essere impietosamente riproposte le immagini delle pose sorridenti di Soumahoro con i suoi padrini politici. E alla berlina finirono anche Elly Schelin e volti noti della sinistra come Roberto Saviano e Marco Damilano, i quali ammiccavano gioiosi nei selfie realizzati in compagnia dell’onorevole con gli stivali.

Ora, con la pesantissima accusa rivolta alla moglie e alla suocera di Soumahoro, cala definitivamente il sipario su questa incredibile vicenda di ingordigia privata e pubbliche virtù .

E la farsa finisce in dramma. Dramma personale dell’ingenuo protagonista. Dramma politico della sinistra italiana e degli eroi sbagliati che si sceglie come testimonial: non solo Aboubakar Soumahoro ma anche Patrick Zaki, la “comandante” Carola Rackete, la giudice Iolanda Apostolico e tutta la variopinta schiera dei rappresentanti delle varie “minoranze oppresse” (dai migranti irregolari al mondo arcobaleno) che questa sinistra ha scelto come soggetti sociali di riferimento.

È il dramma di una sinistra che si rifugia dietro improbabili icone perché non sa scegliere da che parte stare. Non sa scegliere tra Israele e Hamas. Non sa scegliere tra Occidente e resto del mondo. Non sa scegliere tra sviluppo ed ecologismo fanatico. Non sa scegliere, soprattutto, tra capitale e lavoro.

Non sa scegliere da che parte stare perché non sa più che cos’è.  E applaude sempre il Soumahoro di turno che le racconta una favola grottesca.

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