/

Expo 2030, che cosa insegna la vittoria saudita

3 minuti di lettura

Expo 2030, quello che stupisce non è la vittoria saudita, largamente prevista, ma le dimensioni del trionfo di Riad: 119 Paesi su 165 hanno votato a favore dell’assegnazione alla capitale dell’Arabia Saudita dell’onore di ospitare tra sette anni l’esposizione universale. Praticamente più dei due terzi della comunità internazionale si è schierata con uno dei Paesi più discussi al mondo nel campo dei diritti umani: ancora desta orrore il ricordo dell’assassinio dell’oppositore Jamal Khashoggi, sequestrato e fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul.

Di contro stupisce l’umiliazione subita da Roma e dall’Italia: solo 17 Stati hanno votato in nostro favore. Ci siamo fatti superare persino dalla coreana Busan, che ha ottenuto 29 preferenze. Non nasconde la sua amarezza Giampiero Massolo, presidente del comitato promotore di Expo, che con un calembour parla di «diplomazia transazionale invece che transnazionale» e lascia intendere l’azione di diversi “traditori”: dovevamo avere, sulla carta, 50 voti e invece ce ne siamo ritrovati 37 in meno. «I conti non tornano – dice – in parte per il doppio gioco di alcuni Paesi, in parte perché immagino che ci saranno state pressioni in extremis. Un esito così trabocchevole fa pensare…».

E già, il successo saudita fa “pensare”. Ma questi pensieri non possono essere solo le recriminazioni per l’inondazione dei petrodollari di Riad volta a ungere, come si suol dire, le ruote dei decisori. Dietro il successo saudita c’è anche il frenetico attivismo internazionale del principe ereditario Mohammed Bin Salman, il quale sta investendo energie e risorse ingenti per trasformare il suo Paese in un player internazionale di primo livello. Non è certo un caso se gli Stati africani hanno tutti votato, compattamente, per l’assegnazione a Riad di Expo 2030. Proprio in quel continente si è indirizzata negli ultimi anni la maggior parte degli ingenti investimenti sauditi, tanto che in Africa il vero competitore economico della Cina è guarda caso l’Arabia Saudita.

E non deve neanche sembrare un paradosso che Riad, per aggiudicarsi l’Expo, abbia promesso la «prima esposizione universale a emissioni zero». Emissioni zero da parte del Paese che galleggia su un mare di petrolio e che deve la sua fortuna all’estrazione del mitico oro nero? Il fatto è che Salman, a differenza dei suoi predecessori, ha capito che l’Arabia Saudita non può continuare a essere dipendente dalla monocultura economica del petrolio. Di qui la sua strategia di diversificazione degli investimenti, compresi quelli sul “green”, che fino a qualche tempo fa poteva sembrare agli occhi degli sceicchi del Golfo qualcosa di non meno malefico del diavolo. Poi, certo, gli investimenti sull’energia solare e sull’auto elettrica segnano recentemente il passo. E in ciò ci potrebbe anche essere lo zampino saudita e della lobby del petrolio. Ma rimane il fatto che le energie fossili non hanno futuro. E questo i sauditi lo sanno bene. E sanno anche che devono ben impiegare le per enormi risorse finanziarie di cui dispongono. Speriamo solo, tra le altre cose,  che d’ora in poi dirottino altrove le ingenti risorse che hanno finora riservato a finanziare  movimenti islamisti e costruzione di moschee in  Europa

È interessante notare che la condizione di Riad appare perfettamente speculare a quella di Roma. Se l’Arabia naviga nella ricchezza finanziaria, noi invece affoghiamo nei debiti. Basterà soltanto dire che la manovra finanziaria approntata dal governo per il 2024, circa 30 miliardi, risulta meno della metà dell’ammontare degli interessi sul debito pubblico che anche il prossimo anno dovremo sborsare, intorno ai 67 miliardi di euro.

Ma la vera lezione che dobbiamo ricavare dalla sconfitta di Expo 2030 è un’altra: è quanto mai urgente che la nostra società apra gli occhi sulla realtà del mondo in cui stiamo vivendo, senza passatismi e moralismi. Continuare a polemizzare con Riad battendo sul tasto dei diritti umani sarà anche nobile, ma è anche terribilmente sterile. La maggior parte dei Paesi del mondo ha riconosciuto in Riad una realtà geopolitica proiettata verso il futuro, a differenza del nostro Paese, perennemente attardato sul passato. La qual cosa non significa che dobbiamo rinunciare ai nostri valori, ma l’opinione pubblica del nostro Paese dovrebbe pur guardare al mondo con gli occhi del realismo e non con le lenti dell’ideologismo

Qualcosa vorrà anche dire se la Francia, culla della cultura dei diritti umani, ha votato per Riad e non per Roma come sede dell’Expo prossimo venturo. E questo indipendentemente dall’antipatia che Macron nutre per noi…

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Sport, Azzalini: “Copertura discipline femminili nello sport è ancora molto bassa”

Articolo successivo

Calcio: Lione. “L’Equipe”, Grosso sarà esonerato

0  0,00