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È arrivato l’AI Act europeo: come funziona e cosa rischiamo?

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È arrivato l’AI Act europeo, il primo decreto vincolante al mondo in tema di intelligenza artificiale. Tra le fila del Parlamento Europeo e della società civile, la Direttiva solleva dubbi e apre interrogativi sulle direzioni future.

Dopo un maratona di 36 ore di negoziati, Parlamento e Consiglio europeo hanno infatti raggiunto un accordo che, se da un lato impone divieti al riconoscimento biometrico e vuole tutelare la Privacy, dall’altro concede eccezioni che rischiano di farsi terreno fertile per abusi.

La questione più controversa del negoziato riguarda l’utilizzo dell’IA da parte delle forze dell’ordine. Il Parlamento, promotore di una posizione restrittiva, contro il Consiglio, aperto ad un approccio più permissivo. L’inclusione di eccezioni, quali la possibilità di riconoscimento biometrico in casi di “prevista ed evidente minaccia di attacco terroristico; ricerca di vittime; persecuzione di seri crimini” lascia spazio ai dubbi più grandi ed interpretazioni varie, al centro del mirino restano i potenziali abusi.

Il documento è stato approvato con l’intento di regolamentare anche il copyright e garantire trasparenza sui contenuti generati dagli algoritmi. Tuttavia, le associazioni per i diritti digitali invitano alla cautela, sottolineando che “il diavolo potrebbe nascondersi nei dettagli non ancora resi pubblici”.

Mentre l’AI Act prevede un periodo di 24 mesi per il pieno dispiegamento delle sue funzioni, il suo successo potrebbe essere messo alla prova già nei primi sei mesi, periodo in cui tutti gli usi vietati dovranno essere proibiti. Allo stesso modo, possiamo pensare di prepararci ad un prematuro fallimento.

Con un ufficio europeo dedicato all’intelligenza artificiale e la creazione di “ambienti per test” esenti da regolamentazione, denominati “sandbox,” la direzione sembra giusta, si starebbe dunque cercando di bilanciare l’innovazione con la sicurezza, ma quanto puo davvero reggere questo “freno a mano morale”? La partita è appena iniziata, una vigilanza costante sarà essenziale per scongiurare potenziali abusi e violazioni dei diritti digitali. Ma cosa rischiamo davvero noi cittadini, o meglio siamo sicuri che ciò a cui stiamo rinunciando sia davvero bilanciato rispetto ai rischi che il mondo dell’AI porterebbe con sè?

Norme troppo rigide potrebbero frenare lo sviluppo e l’adozione dell’IA, limitando l’innovazione e la competitività in settori chiave. La direttiva potrebbe inoltre  risultare complessa e soggetta a interpretazioni ambigue, creando incertezza e sfide per le imprese e gli sviluppatori. Infine, se le norme dell’UE differiranno significativamente da quelle adottate da altre regioni, potrebbero emergere divari normativi globali a complicare la collaborazione e limitare le nostre finestre di opportunità. La sfida sta quindi nel trovare un equilibrio tra l’innovazione, i diritti e la sicurezza dei cittadini. Il modo in cui le imprese, gli Stati membri e altri attori rispondono e si adattano a questa regolamentazione influenzerà notevolmente l’impatto complessivo della Direttiva.

Si gioca sul filo del rasoio tra l’attrazione di un’opportunità e la repellente paura dell’ignoto.

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