Lucrezia Borgia, abusata da storia e famiglia

lunedì, 11 Dicembre 2023
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Una colomba, nata per errore in un nido di sparvieri. Così è stata dipinta, icasticamente, Lucrezia Borgia. Colomba sì, ma né frigida né sciocca. Profondamente pacifica e pacifista. Bionda, esile, assai graziosa. E di buon cuore. Si ritrovò un fratello – Cesare – che si rivelò uno spietato amalgama d’acciaio, conquista e vendetta. Di acuta e segreta intelligenza, ma col cuore essiccato dall’ambizione fin dall’infanzia. Fattosi uomo, terrorizzò l’Italia. Combatteva da Gran Maestro, implacabile coi nemici, amatissimo dai suoi mercenari. Pagava bene, e puntuale (grazie ai forzieri del Vaticano). In più, era uno strepitoso guerriero. Il giusto mix, per le truppe.

E si ritrovò, Lucrezia, un padre, Rodrigo, prima cardinale (smodatamente potente), poi Papa. E il Papa, a quei tempi, era una Superpotenza. Mondiale. Simpaticissimo, poi, questo Rodrigo. Forte carnalità, grande uso di mondo, affabile, accogliente, impareggiabile trameur. E questa era l’epidermide mondana. Sotto scorreva il magma di un’inestinguibile volontà – e voluttà – di potenza. Per sé, ma più ancora per i figli. Per la valenciana Casa Borgia. Amava sinceramente questa sua Lucrezia, delicata e deliziosa. Ne sorvegliò con accuratezza la formazione fisica e intellettuale, l’inondò di rinomati precettori, di preziose vesti, d’oro, di perle e costosissime pietre preziose. In più, constatate le sue capacità di scrupolosa amministratrice, la nominò, a più riprese, Reggente ad interim d’importanti feudi papali.

Ma allora? Che c’è da compatire? Una privilegiata superflua…
Un attimo, non spazientiamoci. Il male arriva. E in grande stile, tragico e spettacolare, come si addice al personaggio. Non alla persona. Ché in qualche modo Lucrezia si presentò al mondo, fin da giovanissima, per quel che era. Una natura mite e insieme vibrante. Luminosa, saggia, per nulla incline allo scontro. Attratta dalle leggiadrie della vita. Se avesse saputo con quale moneta il Fato – questa funesta Agenzia Riscossioni dell’Invisibile! – le avrebbe fatto pagare rango e orpelli, c’è da credere che avrebbe rinunciato per direttissima al privilegio ambiguo d’essere figlia del Papa. E di quel Papa.

Dimenticatevi per qualche secondo le svianti serie televisive. La soggezione ai diktat di un’audience sempre più sgrammaticata e tictoccata le inquina fin dall’embrione. Commettono abusi e soprusi con goliardica improntitudine. Non tanto a danno della ‘veridicità’ dei fatti, quanto della verità ardente di donne e uomini che tali fatti vissero, patirono, e per essi – magari – perirono. Un solo esempio. Chiunque abbia una qualche dimestichezza con la potente personalità di Alessandro VI, alias papa Borgia, sa che si trattò di anima a lungo disputata da Dio e da Satana. Due contendenti di primordine. Il che, comunque, la fa grande. E sa anche che Alessandro giostrò da maestro con le grandi Monarchie d’Europa già allora bramose di Italia. Tornei tumultuosi, per cavalieri d’eccezione. Gli risulterà immediatamente stridente, dunque, l’aver confinato un’anima così ribollente nel corpo segaligno, nervoso, stremato di Jeremy Irons. Perfetto nell’eterea carne di tribolati eroi Romantici – o dell’ambiguo, stylé Signor Von Bulow – ma del tutto spaesato, grigiastro e fuori fase in quelli del Borgia.

E torniamo a Lucrezia. La vera. La donna che le fonti, quelle serie,ci consegnano.
Fidanzata dal padre a undici anni, in contemporanea, a due ricchissimi giovinetti spagnoli (che non vide mai), fu disinvoltamente sfidanzata da entrambi quando Rodrigo divenne Alessandro VI. Vale a dire Papa. Per il Papa erano diventati troppo leggeri. Ambiva a un’alleanza con Milano e agguantò al volo il primo Sforza disponibile: tale Giovanni, conte di Pesaro. Ok, uno Sforzino. Di gradevole aspetto, e risibile tempra. Ma fortemente sponsorizzato dai due possenti zii: Ascanio Sforza e Ludovico il Moro. Il matrimonio, stordente in quanto a fasto, fu celermente celebrato. Correva l’anno 1493. Lui ventisei anni, lei tredici. Ne possediamo minuziose descrizioni. Le sontuosissime vesti, i gioielli da nababbi, la gracilità immateriale di Lucrezia che avanza a fatica nella sua rigida veste cremisi ricoperta d’argento, le chiome bionde, lunghe e scintillanti, punteggiate di perle. Ma nessuno poté leggere – né ad alcuno poi importava – nel cuore della sposa bambina. Non vi sarà stata, ancora, ribellione. Funzionava così, a quei tempi, nelle famiglie principesche. Le piccole donne coronate promesse e spromesse fin dalla culla, e infine, a sorpresa, catapultate nel letto d’un marito pressoché sconosciuto (ahiloro!), che raramente era dato incontrare prima del fidanzamento. Lei l’aveva potuto vedere solo dieci giorni prima delle nozze.

Lo amò, questo Sforzino? Non pronta ancora per l’amore, senz’altro gli volle bene. Rivelò poi, nella Corte pesarese del marito, una precoce ed elegante maestria nel gestire il ruolo di Signora. Era assai bella, intelligente, raffinata e insieme cordiale. Amava – ricambiata – gli intellettuali, gli artisti. Era allegra, comunicativa. Suonava tre strumenti, danzava meravigliosamente. Ma lo Sforza, imbelle animale a sangue freddo, terrorizzato dal sangue e dalle menti ribollenti di Alessandro VI e di Cesare, si accorse appena della grazia sommessa e insieme fiera della giovanissima sposa.

E invece fu proprio lei, quattro anni dopo, a salvargli la vita. Successe a Roma. In Vaticano. Gli Sforza erano passati di moda. Ludovico il Moro aveva sciaguratamente aperto a Carlo VIII – alla Francia – le porte d’Italia. Per salvarla – e salvarsi, ché ormai i Borgia miravano a farsene regnanti – occorrevano nuove alleanze. Napoli. Gli Aragona. Rendere disponibile Lucrezia, la perla rara, a un nuovo matrimonio. Spudorati nell’osare, pretesero l’annullamento. Giovanni, ormai superfluo ( oltretutto in guerra s’era rivelato peggio d’un coniglio) doveva dichiarare che le nozze non erano mai state consumate. Lucrezia, stupefatta, fece osservare al padre che ‘S’erano conosciuti un’infinità di volte!’. Lui la zittì. Con lo Sforzino fu più diplomatico, cercò di convincerlo con le buone. Ma il galletto s’impennò. Passare da marito impotente non gli andava. Il fumigante cognato Cesare pensò a una scorciatoia.

Un cronista di allora ci ha consegnato questa scena: Vaticano. Appartamenti di Lucrezia e Giovanni. Interno sera. ‘Cesare entra in camera di Lucrezia. E c’è anche, nella stanza, Giacomino, il cameriere prediletto del marito. Mentre Cesare entra, lei fa rapido cenno al servo di nascondersi dietro la spalliera d’una scranna. Cesare le parla liberamente. Dice che l’assassinio del Signore di Pesaro è deciso. Lucrezia piange e implora, Cesare esce alzando le spalle. Allora lei si rivolge a Giacomino: ‘ Hai udito, và ad avvisarlo’, cosa che il cameriere fa all’istante. All’alba il Signore di Pesaro, spaventatissimo, parte al gran galoppo con una piccola scorta. 24 ore e giunge a Pesaro, dove il suo nobile cavallo, stremato, cade morto…’

Per ringraziarla d’avergli salvato la pelle, Giovanni la coprì d’infamia. Allora e nei secoli. Perché fu lui a lanciare contro i Borgia – ma Lucrezia ne riportò il maggior danno – la calunnia più repellente (e fake) che gli riuscì d’escogitare. ‘Il Papa – disse – gliel’aveva tolta per poter ‘usare’ con lei’. Tradotto: fornicare con sua figlia. L’ultimo misfatto di cui papa Borgia si sarebbe macchiato. Ai suoi bei tempi, molto s’era scritto – e con verdissima invidia, i cronisti erano maschi – circa il fascino prepotente, magnetico che esercitava sulle donne. Ora, sui sessantacinque, Giulia Farnese lo occupava a tempo pieno. Vent’anni, splendida, carnale. E docile, incalzata com’era dalla sua avida famiglia, che attraverso il Papa si faceva grande. Fatti loro. Ma il marchio – per lunghi secoli – s’affezionò a Lucrezia. E la sfigurò.

L’anno successivo (gli eventi, per i Borgia, hanno tempi da Formula Uno) Lucrezia, vergine per decreto papale, sembra finalmente miracolata. Il marito che hanno scelto per lei – Alfonso d’Aragona – è un suo dolcissimo e bellissimo coetaneo. Ne rimane folgorata. E lui di lei. Una favola vera, altro che quella tragicamente bacata di Carlo e Diana. Fu il tempo più felice della sua vita. Lontani da Roma e dal Vaticano, nella rocca di Spoleto, si amarono luminosamente. Fecero un bambino. Tornati a Roma, il Papa li adorò. S’intenerì del bambino. Si chiamava Rodrigo come lui. Accanto a loro, ringiovaniva. Cesare, la sua anima scellerata, in quell’anno era in Francia. Ma tornò. E per Alfonso fu la fine. Gli Aragona non rientravano più nei piani di quel cupo conquistatore. In sintesi: Lucrezia si vide scannare il marito sotto gli occhi. O quasi. In due riprese, perché dal primo attentato, grazie alle cure ossessive di lei, era scampato. Lei non schiodava dal suo letto. Cucinava per lui, per evitare i veleni. Conosceva bene il fratello…Sancìa, sorella di Alfonso, le era accanto. Lottava con lei. C’è qualcosa di toccante nell’immagine di queste due donne disarmate, pallide, insonni, unite da un amore disperato, una per il marito, l’altra per il fratello. E sole. Sole nell’immensità sinistra di quel Vaticano, dove ogni ombra può celare un pugnale. Poiché ormai è da tempo, da prima dell’idillio fittizio di qualche mese prima, che Messer Satanasso s’è stabilmente insediato nell’anima del Papa. Non ce la fecero. Allontanate con uno stratagemma da quella stanza (Cesare aveva mano maestra nell’inventarli), Alfonso fu ucciso. Vuoi con le lame, vuoi col laccio di Michele Corella. Le fonti discordano. Ma ci importa?’ ‘Quel che non s’è fatto a pranzo, si farà a cena’, pare avesse mormorato Cesare, dopo il primo attentato fallito. Ora la cena era servita.

Per mesi, sciatta, scarmigliata, non più esile ma emaciata, i romani esterrefatti videro vagare Lucrezia per la campagna romana, seguita a rispettosa distanza da una scorta. Sembrava una povera matta. Forse per qualche tempo lo fu. Ma aveva vent’anni. Era madre. Rivisse. Al riparo, però, d’un terzo matrimonio, ‘di ragione’, scelto da lei, lontano cinquecento chilometri – allora un’enormità – dal Vaticano, dalla famiglia assassina.

Poeti, drammaturghi, pittori si sono poi accaniti, nei secoli, e con virulenza esemplare, contro questa donna di cui nulla, al di là di una rozzissima ‘Leggenda nera’ (che li eccitava) s’erano premurati di sapere. Uno stupro storico. Che aggravò a dismisura gli abusi emotivi (non carnali!) già subiti da padre e fratello. Non lo meritava. Poiché l’unica colpa ch’ella ebbe fu d’indossare un cognome scellerato: quello dei Borgia.

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  1. Storia triste e tremenda. Donna forte eppure fragile contro un sistema di uomini per uomini. Erano altri tempi, sì. Ma…chissà…non è che in piccole realtà si ripetono queste tristezze e orrori? Grazie. Lettura fibrillante e acuta, che mi lascia un po’ di tristezza nel cuore

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