The Crown: una fiction imperiale

domenica, 7 Gennaio 2024
1
7 minuti di lettura

Formidabile impresa, ‘The Crown’. Appena conclusa, con gli ultimi episodi della sesta stagione in streaming su Netflix. Per gli adepti del regale prodotto si sconsiglia vivamente l’assunzione delle ultime due stagioni, sia a stomaco pieno che vuoto. Dell’ultima, in particolare. Rischiate, a seconda della vostra temperatura emotiva, di scagliare nel cassonetto la gemmata Corona o, se più freddini, più Windsor insomma, di rinnegare un grande e ben forgiato amore a causa d’un solo, perdonabilissimo, tradimento. Per dirla con le nonne, guai buttar via il bambino con l’acqua calda. E che bambino! Un semidio, da far pensare al trionfante Eracle, figlio adulterino di Zeus. Aggredito ancora in fasce da due terrifici serpenti, regalino di Era ( legittima sposa dell’olimpico Boss e furibonda), l’insigne pargolo li accoppò all’istante, svelando così a sé e al mondo le stimmate del fuoriclasse. Destinato a collezionare primati, ancorché faticosissimi.

Esattamente come le 60 ore di ‘The crown’ per Peter Morgan, geniale ideatore e showrunner della monumentale serie. Innanzitutto, chi è costui? Nasce a Londra, nel ’63. Da padre ebreo tedesco scampato ai nazisti, e madre cattolica polacca sfuggita ai sovietici. Si salvi chi può! Per il piccolo Morgan, un tumultuoso background. Non stiamo certo parlando d’un inglese purosangue, il che (primo a rilevarlo è proprio lui) nell’approccio narrativo alla permalosa ‘Corona’ sicuramente gli ha giovato. Permettendogli uno sguardo ispirato, insieme critico ed elegantemente innamorato, seriamente scandagliante e mai succube. Per nulla viziato da quella superstizione reverenziale, intimorita – e mendace – che i britannici osservanti nutrono nei confronti dei Reali. Con buone ragioni, del resto, visto che fino a non molto tempo fa ogni serio tentativo di svelamento avrebbe comportato ‘la prigione, la disoccupazione o la disgrazia sociale’, come rilevato dal Guardian.

All’inizio del 2014 Morgan presentò per la prima volta ‘The Crown’ alle emittenti, insieme al regista Stephen Daldry e al produttore Andy Harries. Le sue aspettative erano a quel tempo assai modeste. Netflix cominciava allora a produrre contenuti originali, e lo streaming muoveva i primi passi. Con ‘The crown’ si trattò di primi passi accelerati. Vigorosissimi. Proprio come quelli di Ercolino. Netflix si associò alla Sony Pictures Television e alla Left Bank Pictures, e già nel novembre di quell’anno annunciava ufficialmente il varo delle prime due stagioni. La Regina Elisabetta – che abbia voluto accorgersene o no – si avviava così verso la sua seconda incoronazione. Clamorosa, trionfale, non prevedibile. Soffiando – at last! – il primato alla dispettosa nuora Diana Spencer, indiscussa Imperatrice dei tabloid e dei creduli cuori di chi se ne pasce, finché fu in vita. E che anche dal suo inquieto aldilà continuava ciclicamente a riaffiorare, vuoi in foto rievocative di travolgente ballo con Travolta, vuoi per passeggiate umanitarie su campi minati, ma sempre splendidamente coiffata e appropriatamente abbigliata, reclamando attenzione, pathos e struggimento dai suoi orfani, tremuli fans. Ora dovrà vedersela con un’altra straordinaria creatura, discesa da pianeta del tutto disomogeneo rispetto al suo. Mi riferisco alla pluripremiata e straordinaria Claire Foy, che dà vita, per 20 ore di calibratissimo, convinto e convincente spettacolo a Elisabetta young. A partire dal 1947 – matrimonio con Filippo di Edimburgo – fino al marzo del 1964 (nascita del quarto e ultimo figlio, Edoardo).

Cosa farà mai di tanto straordinario questa semistruccata giovane attrice, così poco glamour, tutta interiore, di pochissime, quasi intimidite parole e dallo sguardo spesso ‘in punta di piedi’, come se tutto attorno a lei la sovrastasse? E fosse gravido di agguati, insidie e pericolosi trabocchetti, Corona compresa?

La Foy non ‘fa’ proprio nulla. Lei ‘è’. Come Anna Magnani in ‘Roma città aperta’, nei panni di una donna del popolo. La tragica corsa, dietro al camion che le porta via l’uomo. La morte. E l’immortalità, nella storia del cinema.

Così questa Claire Foy, che quasi nessuno di noi conosceva. Nei panni scarsamente attraenti di Elisabetta II. Per un’italogermanica come me, senza alcun retaggio di sudditanza nel confronti del ruggente Impero Britannico, le parole che Jacqueline Kennedy pare abbia proferito nel ‘61 a proposito di Elisabetta, suonano altamente condivisibili. In quell’anno John e Jackie Kennedy furono ospitati per una cena informale a Buckingham Palace. L’incontro/scontro tra la Regina inglese e quella americana – come tutto il mondo ormai percepiva la supercolta, super classy e super glamour Jacqueline – è rimasto nella storia. Jackie, giorni dopo, in un ricevimento più sbarazzino, anche se pur sempre titolatissimo, a casa di sua sorella Lee Radziwill, disse (più o meno) che Queen Elizabeth ‘…le era sembrata una donna di mezza età, così priva di interessi, ottusa e anonima da fare apparire inevitabile la nuova posizione ridotta della Gran Bretagna nel mondo’. (precisa allusione all’Impero Britannico ormai in caduta libera).

E proprio questa era l’impressione che la fisionomia, gli imbarazzanti outfits con buffe borsette, la voce freddina e scolastica di Elisabetta a tanti di noi aveva comunicata. Ma ora, bisogna riconoscerlo, Claire Foy e Morgan hanno fatto per The Queen quel che Dio fece con Adamo. Le hanno insufflato un’anima. Un cuore. Una storia. Delle mute passioni. Tanto più amabili quanto più il personaggio è costretto a imbavagliarle. A tacerle. A inghiottirle.

Ecco perché è stato detto che quest’attrice è la regina. Quella smarrita regina d’un colossale impero, incoronata a soli 26 anni, in seguito alla morte prematura di suo padre. Del Re d’Inghilterra. Una ragazza introversa, innamoratissima del marito. Una giovane moglie che aveva sognato per entrambi molti anni ancora di vita laterale, raccolta, e che repentinamente si vide piombare in testa una schiacciante Corona, corredata di nove secoli di storia, e timoniera di innumerevoli destini. 600 milioni di anime contava allora l’Impero, sparpagliate in tutto il globo. C’era di che sentirsene sovrastate, non solo perché giovani, ma a causa, soprattutto, della propria sconfinata ignoranza. La futura Regina, infatti, aveva studiato unicamente la Costituzione, sotto l’amorevole ala del vice-prevosto di Eton. In più l’Etichetta di Corte, e un corretto francese. Punto. Oltre s’intende a una profonda competenza in fatto di cavalli e di cani, animali senz’altro estetici e pieni di buona volontà, ma, diciamolo, del tutto incompetenti circa faccende di politica interna e internazionale.

Geniale – e semplicissima – la battuta di Morgan per la sprovveduta Elisabetta, la prima volta che a Buckingham Palace le viene recapitata la Corona. Perché possa indossarla e imparare a camminarci evitando l’ignominia di perderla per strada. Il temibile oggetto è infatti assai alto e pesante, il che lo rende pericolosamente sbilanciato. Specie per una donnina come lei (poco più di un metro e sessanta).

Potrei chiederla in prestito, per un paio di giorni? – chiede Elizabeth, intimidita, al vegliardo che gliel’ha consegnata – Per fare pratica…’

In prestito, Signora? E da chi, scusate?…Se non è vostra, di chi mai sarà?’

Trenta parole, un dramma immenso. La sperequazione tra il proprio piccolo essere e un Ruolo di portata stratosferica. Oltretutto, un dramma incomunicabile. Unico. Privilegio o maledizione che sia, portare una corona forte capita a pochissimi. Re e Regine, per quanto assai circondati, sono da sempre tragicamente soli. Lo fu anche lei. Sorretta – ma più spesso attaccata – da un marito originale, affascinante ma anche tanto nervoso. Che mal s’adattava al deprimente ruolo di Numero 2. Di principe consorte. Affiancata da una madre affettuosa, sì, ma che poco la stimava. Che forse avrebbe visto meglio se stessa, per qualche anno, nel ruolo di regina ad interim. Boicottata, appena possibile, dalla sorella minore. Margaret. Più bellina e vivace di lei, convinta al cento per cento che la Corona avesse sbagliato sorella. E avvolta da mattina a sera nella vischiosa tela di ragno di ‘Altezza, purtroppo temo che non sia possibile…’, ‘No, Ma’am, una decisione di questo genere comporterebbe per la Corona ripercussioni fortemente negative…’ ‘ …Sarebbe un errore madornale, Ma’am…’ ‘E’ con questo genere di gesti individualistici che vostro zio Edoardo VIII arrivò a causare la tragedia dell’abdicazione…’. Che fare? Osare? Non osare? Elisabetta scelse, per lo più, la via di una paziente – anche se vigile e intelligente – sottomissione. E sembra che – a conti fatti – la sua linea sia risultata vincente.

Per tornare a ‘The crown’, questo gioiello Netflix non è certo solo Claire Foy… è Olivia Colman (l’Elisabetta delle età mediane), John Lithgow (Churchill), Emma Corrin e Elizabeth Debicki (Diana giovane e meno giovane), Matt Smith e Tobias Menzies (Filippo giovane e quello cresciuto) …eccetera eccetera. Sarebbe folle continuare, sono 200 all’incirca gli attori che popolano ogni singola stagione. E tutti di rimarchevole eccellenza. Sia i protagonisti che i comprimari. Non c’è un volto, né un’emissione vocale che risulti stonata, eccessiva, istrionica. Un miracolo…

La parola ai premi: 7 Golden Globe vinti e 19 nomination. 21 vittorie agli Emmy e 69 nomination. Nella quarta stagione (prima volta nella storia degli Emmy) la superserie ha vinto tutte e sette le categorie principali dei premi. Si dirà: bella forza! E’ costata carissima… 130 milioni di dollari a stagione! Bene: non ne hanno sprecato neanche un penny. Provaci tu, Italia.

Cara nostra Italia… nostra Firenze, nostro Lorenzo il Magnifico, nostro Rinascimento. Nomi prestigiosi, alonati d’immenso. Perché fecero cose immense. Nomi che ancora riecheggiano nel mondo, che tutto il mondo ci invidia. Ci si affolla in sudati aerei, ci si accalca in Piazza della Signoria, nelle gremite sale degli Uffizi. Pur di poter strappare con gli occhi, coi telefonini, con la memoria un frammento di magnificenza da riportare a casa. E tu, Italia? In che modo hai ricompensato, hai sfamato e onorato questo tributo mondiale? Perché quell’obbrobriosa serie ‘I Medici’? Bugiarda, mediocrissima, delittuosamente storpiante nei confronti di ciò che ha preteso raccontare?

Esiste una funzione didattica di chi ha la responsabilità culturale, che non è permesso tradire – si è sacrosantamente indignato un critico d’arte, Philippe Daverio – È una sconfitta della cultura… La nostra identità è sacra, le nostre origini sono il ceppo su cui formeremo il nostro domani. Offrire ai giovani un’immagine così da paccottiglia di un passato glorioso è un crimine…’

Sottoscrivo ogni sillaba. Per la cronaca: ho attentamente scandagliato la voce ‘I Medici (serie televisiva)’ su wikipedia. Ma non m’è riuscito di trovare un’ombra di Premio, o riconoscimento, o targhetta. E non dico internazionale, ma quantomeno nostrana. Un Telegatto era troppo sperare. Ma un Telesorcio, quello almeno le sarebbe spettato. A costo d’inventarlo apposta per lei.

1 Comment Lascia un commento

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.