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AI, DOPO IL LAICISTA AMATO ARRIVA L’INTELLIGENZA CRISTIANA?

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Dopo le dimissioni dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato dalla direzione della Commissione Algoritmi, arriva a sostituirlo Paolo Benanti, un frate del Terzo ordine regolare di San Francesco. 

Scelta non certamente dettata dal caso: non solo Benanti è consigliere di Papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia, ma è anche l’unico italiano membro del comitato sull’intelligenza artificiale delle Nazioni Unite. 

La sua preparazione in questo ambito è innegabile: è lui ad aver coniato il termine “algoretica”, inteso come l’insieme di “algoritmo” ed “etica”, poiché come lui stesso ha rivelato in un’intervista: “Non è un’etica diversa. È un nuovo capitolo di questo grande viaggio dell’uomo nella storia, che è questa scommessa etica su se stesso e sulla realtà.” 

In questi ultimi anni che lo vedono docente presso l’università Gregoriana, il frate romano ha sempre sostenuto che fosse necessario porre dei “Guardrail etici” all’intelligenza artificiale “macchina sapiens”, come la definisce, così da impedirle di deviare o uscire dalla strada. 

Benanti, formatosi su questi temi nell’Ateneo dove ora insegna e presso la “Georgetown University” di Washington, ha spesso affrontato anche il tema dei social che, a suo dire, non rappresentano più quello spazio inizialmente percepito come “democratico”, almeno da quando è stata introdotta la “priorità” agli utenti disposti a pagare denaro per aumentare la propria visibilità e, di conseguenza, la propria influenza. 

Quella nuova Agorà digitale che ha animato il nostro Paese, o meglio il mondo, fino al 2010 con le grandi rivolte della Primavera araba, di piazza Tahir in cui sembrava che veramente avevamo costruito il nuovo linguaggio universale” rivela nel corso di un’intervista, “è miseramente crollato con le rivolte di Capitol Hill del 2020, alimentate dai social”. 

Questa presa di coscienza rivela, secondo il frate, “da una parte che le grandi piattaforme vogliono monetizzare sugli utenti e, dall’altra, che tutto questo ha un po’ il sapore della fattoria degli animali di Orwell: c’è qualcuno che è più uguale degli altri.” 

Non è certo un caso, dunque, che chiunque nutre più di una lieve preoccupazione verso il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei rischi ad essa connessi, primi tra tutti i suoi stessi sviluppatori ed investitori, guardi con favore all’approfondimento del dibattito sulle questioni etiche che tutto ciò implica. 

E a chi teme sia già troppo tardi porsi questi interrogativi per cambiare rotta, Paolo Benanti risponde: “Se ci riusciremo non lo so, però più voci dicono che è interessante o urgente provarci.” 

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