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Autonomia differenziata, per il Sud ora sono guai (in euro)

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Fratelli di Padania ha vinto. È approdato al Senato il disegno di legge sull’autonomia differenziata, che dietro la maschera del regionalismo spinto nasconde la realizzazione del vecchio sogno di Umberto Bossi, ovvero una vera e propria secessione dai territori del Sud, che rimarranno formalmente in Italia ma abbandonati a loro stessi.

La maggioranza è riuscita a zittire le voci meridionali dissenzienti nella maggioranza, tanto che la protesta dei cento sindaci del Sud appena annunciata è composta quasi esclusivamente da primi cittadini della sinistra e dei cinque stelle.

Secondo l’associazione dei sindaci «la proposta di revisione del Pnrr ottenuta dal ministro Raffaele Fitto colpirà soprattutto le regioni del Sud, che subiranno un taglio di 7,6 miliardi, la metà dei 15,9 che si prevede di ridurre. Per non parlare dell’eliminazione delle Zes e dei 4,4 miliardi distratti dal fondo perequativo infrastrutturale in una nazione che sul piano delle ferrovie e delle strade è letteralmente tagliata in due, l’alta velocità al Nord, la grande lentezza al Sud».

Ma il taglio ai fondi europei è solo l’inizio. Secondo la riforma infatti quasi tutte le materie che attualmente la Costituzione affida allo Stato o alla potestà condivisa di Stato e Regioni passerebbero in via esclusiva alle seconde. E parliamo di materie che definiscono i diritti essenziali dei cittadini, dalla sanità all’istruzione, all’ambiente, alla sicurezza, al lavoro, alle infrastrutture, alla ricerca. Secondo la riforma in futuro ogni Regione dovrà usare per queste materie solamente i propri fondi, trattenendo nel territorio la quasi totalità del gettito fiscale. In pratica ogni regione avrà tutti i poteri oggi assegnati a quelle a statuto speciale. Per il Sud sarà un disastro; già oggi un cittadino della Basilicata può contare su servizi di base (accesso agli asili, visite mediche, qualità degli istituti scolastici) di livello molto inferiore rispetto a uno della Lombardia. La riforma aggraverà di molto la situazione, rendendo quasi indispensabile per i giovani spostarsi al Nord per trovare condizioni di lavoro decenti e desertificando una volta per tutte il Meridione.

Una prospettiva – quella di ritrovarsi tra qualche anno con giovani italiani disperati e disposti ad accettare paghe da fame lontano da casa – che di sicuro non deve dispiacere a molti imprenditori del Nord, attualmente “costretti” ad assumere cittadini extracomunitari per far funzionare le loro aziende.

Sapendo quanto la materia sia esplosiva la maggioranza ha deciso di non rischiare che vengano montate polemiche, riducendo al minimo le giornate di discussione in Aula: il testo dovrà essere licenziato già il 19 gennaio, saltando di fatto la definizione dei famosi LEP, i Livelli essenziali di prestazione dei servizi, che avrebbero dovuto garantire un trattamento minimo per tutti i cittadini nelle materie oggetto della “devoluzione”. In teoria avrebbero dovuto essere definiti da un gruppo di saggi scelti con criteri bipartisan, ma quando è stato chiaro che non c’era volontà di garantire fondi sufficienti i membri più in vista hanno deciso di dimettersi, lasciando il lavoro di fatto incompiuto.

Fa una certa impressione che un partito che si chiama Fratelli d’Italia, e che per questioni molto meno fondamentali (vedi la scelta del prossimo candidato governatore per la Sardegna) si è dimostrato disposto ad andare allo scontro con la Lega, sia arrivato proprio con Salvini a trovare un’intesa su una riforma che condanna quasi metà del paese a un futuro che dire grigio è un eufemismo. E fa ancora più impressione che l’opposizione, d’altra parte ormai a trazione settentrionale, non abbia più di tanto fatto sentire la sua voce. Ma si sa, oggi più che mai i cittadini del Sud contano poco, non vale la pena fare battaglie per i loro diritti.

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