Autonomia in cambio di premierato: un compromesso utile?

giovedì, 18 Gennaio 2024
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Autonomia e premierato: le rispettive riforme-bandiera di Lega e Fratelli d’Italia partono insieme in Senato e le opposizioni sono già in preda all’isteria. «Un becero baratto», tuona Elly Schlein. E Giuseppe Conte le va dietro parlando di «riforma scellerata». Pd e M5S minacciano barricate in Parlamento e manifestazioni in piazza.

Che si tratti di annunci meramente propagandistici non è cosa che possa essere messa in dubbio. E non c’è da stupirsene, vista la postura radicale assunta dai due maggiori partiti di opposizione. L’idea però che esista una sorta di “scambio” tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni in tema di autonomia differenziata e di premierato è altrettanto incontestabile.

La domanda a questo punto è: si tratta di un compromesso utile all’Italia? Utile certamente lo è, ma solo nel senso che contribuisce a rafforzare la stabilità all’esecutivo in una fase di massima tensione tra FdI e Lega. Ma non è ovviamente questo il problema. Il problema è invece l’equilibrio generale delle istituzioni con l’entrata in  vigore dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, da una parte, e dell’autonomia differenziata, dall’altra. Non sarebbe uno stress eccessivo per un apparato repubblicano tendenzialmente conservatore e poco avvezzo alle fughe in avanti?

In linea teorica, il rafforzamento dei poteri regionali contemporaneamente a un analogo rafforzamento del potere del governo potrebbe apparire come un opportuno bilanciamento tra periferia (le Regioni) e centro (lo Stato). Non a caso, in tale prospettiva si sono sempre mossi i vari tentativi di riforma complessiva delle istituzioni che sono stati promossi negli ultimi venti-venticinque anni senza però mai arrivare in porto.

Il problema è che qui non ci troviamo di fronte a due singoli profili di una stessa riforma, bensì a due progetti che marciano distinti e con motivazioni differenti tra loro. Quindi non c’è dietro la visione globale di nuove istituzioni ma due prospettive differenti unite solo dall’utilità politica. Non c’è il rischio di innescare, in prospettiva, scontri ancora più aspri fra centro e periferia della Repubblica?

E qui si aggiunge anche un altro motivo di perplessità, per certi aspetti ancora più pesante:  la fallimentare esperienza del regionalismo. Il triste precedente della riforma del Titolo V della Costituzione consiglia infatti un approccio più morbido e prudente ogni volta che si tratta di ridisegnare ambiti e confini dei poteri pubblici. Vale la pena ricordare che quella legge, approvata in fretta e furia da una maggioranza di centrosinistra in via di liquidazione, ci ha regalato oltre 20 anni di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. La pessima prova del regionalismo è stata oggetto di critiche dalle stesse forze che hanno, a suo tempo, varato un simile obbrobrio. Tant’è che, nel progetto di riforma di Matteo Renzi (poi abortito), era previsto il ritorno di diversi ambiti alla competenza statale. Ora che facciamo, torniamo a commettere un errore analogo a quello commesso dal governo Amato tra il 2000 e il 2001?

A questo punto dobbiamo riformulare la domanda: c’è proprio bisogno in Italia di una legge sull’autonomia differenziata, indipendentemente dal fatto che sia associata alla riforma sull’elezione diretta del premier?

È quello che si dovrebbero chiedere innanzi tutto i dirigenti leghisti. Che senso ha insistere sul regionalismo? Evidentemente pensano che siamo ancora negli anni Novanta, quando bastava pronunciare le parole “federalismo”, “autogoverno”, “autonomia” per aprire i forzieri elettorali del Nord Italia. Il tempo ci ha dimostrato che quelle parole corrispondono a una neo-ideologia che non ha dato buona prova di sé. E questo i vecchi elettori “lumbard” sembrano averlo oggi capito. Possibile che non lo capiscano ancora gli esponenti del Carroccio, a partire da Salvini?

Diciamo che il premierato, da una parte, e l’autonomia, dall’altra, potrebbero avere esiti opposti: il primo potrebbe semplificare la vita della Repubblica, la seconda complicarla. È un problema che Giorgia Meloni dovrebbe già cominciare a porsi.

 

 

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