Se vogliamo rintracciare chi inferse i primi seri colpi di machete alla foresta incantata del nostro Primo Rinascimento, più che agli storici dovremmo chiederlo ai pittori. Meglio: a un pittore. Un grandissimo, che in quel periodo intriso di grazia aveva nidificato con straordinaria fertilità. Più precisamente, sarà sufficiente interrogare un solo suo dipinto: La Calunnia. Il pittore è Sandro Botticelli, e il quadro si trova agli Uffizi.
Ammaliante ma anche frainteso pittore, Botticelli quando morì fu abbandonato al silenzio e alla polvere. Per trecento anni, prima che Walter Pater e i Preraffaelliti lo disseppellissero. Grazie, Inghilterra. Si deve a lei se è risorto ed ha gradualmente conquistato un posto da paura nell’Empireo degli Unici.
Attualmente i suoi preziosi disegni sono in mostra a San Francisco. Berenson, che lo definì “il più grande artista del design lineare che l’Europa abbia mai avuto”, approverebbe l’iniziativa. Purtroppo, insieme ai disegni, sono in mostra anche i dipinti che seguirono la drammatica conversione di Sandro alla predicazione assassina di Savonarola. Non sarà facile, ai più attenti frequentatori della mostra, collegare queste tarde, stranite opere al Botticelli universalmente conosciuto. Dagli Uffizi, a Andy Warhol, alle cover di scatole di cioccolatini, ai copricuscini la sua Venere è ormai stabilmente inscritta nel patrimonio genetico dell’umanità. E via via che il pittore si perdeva in Savonarola, il Rinascimento, le sue conquiste, le sue grazie, il suo fulgore furono banditi dalle sue opere. Come Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre.
La cesura tra quel mondo del Tutto e quello del Niente predicato dal Frate è splendidamente rintracciabile nella ‘Calunnia’.
L’opera è ancora formalmente ineccepibile. Vi si narra con puntualità allegorica l’episodio del famoso pittore greco Apelle (IV secolo a.C.) ingiustamente calunniato. Ma la favola qui poco c’importa. Se ci confrontiamo col ‘totale’ del dipinto, subito ci aggredisce un senso di profondo disequilibrio, di perturbazione generale delle figure, sia viventi che marmoree, presenti in scena. Sembrano, tutti, schizzati fuori dalle dispettose fucine del Maligno. Costui, com’è noto, in materia ‘Creazione’ è l’ultimo della classe. Per non dire un bocciato a vita. Si colloca invece tra i primi nelle materie ‘Invidia’ e ‘Vendetta’. È inimitabile nel contorcere, dileggiare e sfigurare i suoi figli. Nella ‘Calunnia’ l’unica figura intensamente ‘botticelliana’ – animata cioè da Bellezza – è la magnifica fanciulla in rosso al centro scena. Ma il pittore, già molto inoltrato nella Via Crucis dell’autosabotaggio, le attribuisce un ruolo subalterno, da affiliata del Male.
Ella è difatti ‘La frode’. Affiancata dalla sorellina ‘Insidia’, si dedicano a operazione di stridente frivolezza in contesto così iracondo e pugnace: acconciano i capelli di ‘Calunnia’ (in blu e bianco ghiaccio). Costei sta trascinando il semignudo e stizzito Calunniato verso il trono del Cattivo Giudice (Re Mida dalle Orecchie d’asino).
Stizziti – e pure peggio! – lo saremmo tutti, dal momento che il Giudice asinino si affida con colpevole leggerezza a due pessime suggeritrici. Volti torbidi e nomi che non promettono nulla di buono: Ignoranza e Sospetto. Davanti al Re colpevolmente credulone si erge Rancore, in marrone foncé ( colore non baciato dalla Grazia). Irsuto, cencioso e intasato d’odio. Il più straordinario dei combustibili, quando è di scena la ritorsione. Difatti Messer Rancore, benché cencioso e dichiaratamente al di sotto della soglia di povertà, artiglia con straordinario vigore il braccio di Calunnia. Lei poi, bugiarda impenitente, brandisce una torcia fasulla (non fa luce, esattamente come la menzogna). Completano il cast luciferino una vecchia in contorti abiti monastici e smorfia di vergogna – il Rimorso. Perché si vergogni è presto detto: mai una volta che non arrivi in ritardo, a misfatto avvenuto. Ultima a sinistra una giallastra figura femminile svestita. Può ancora permettersi questo lusso pagano: impersona la Verità, che come tutti sanno usa andare in giro nuda e cruda. Osservatela: è la cadaverica caricatura della felice Venere che approdava a Citera, consegnando al mondo un lembo d’eternità, di trascendenza acattolica. Eppure, a guardar bene, questa Verità col corpo d’una ventenne recuperato alla Morgue, e testa di cinquantenne, alla fin fine una verità ce la dice. Una verità assai penosa: essere tutto il racconto, sia pur magistralmente orchestrato, e doverosamente eseguito, nient’altro che un maledettissimo imbroglio. Una stridula bugia. Quasi tutte le figure hanno gli occhi bassi. Tipico di reticenti e mentitori. In compenso si danno un gran daffare a declamare la parte assegnata, con gestualità decisamente overacting. Il pathos esonda, la sincerità latita. È come se l’opera fosse stata estorta dall’Inquisizione a un Sandro lacerato, confuso, e infine piegato a rinnegare se stesso. Venere non approda più a Citera, coi suoi occhi d’ambra chiara che sorridono ai nostri e senza sforzo, da cinquecento anni, c’innamorano. E i lievi piedi di Primavera, di Flora e delle Grazie non poggiano più su un manto erboso dove questa stessa mano d’artista dipinse devotamente cinquecento specie diverse di fiori e pianticelle. Sopraffatto, forse, dall’ammirazione reverente per quel suo grande collega. L’Artefice che tutte quelle corolle, quei pistilli, quelle foglioline aveva una ad una minuziosamente disegnate e poi fatte sbocciare.
Nella distopica Calunnia, la natura è stata azzerata. Il cielo sullo sfondo pare un fondale. La luce, né solare né lunare, sa di day after. E l’aula marmorea che ospita il dramma sa di Tribunale. Per giunta incattivito. Perfino le statue che assistono dai fregi sono turbolente, vendicative. Venere, Primavera, chi ha firmato il decreto d’esilio?
A cosa dobbiamo questo disastro, questo scempio d’un’anima grande? I motivi ci sono. E ben forti. Sappiamo che la tavola fu dipinta intorno al 1495. Su Firenze s’era già abbattuto il doppio tornado della morte del Magnifico, e dell’ascesa di Savonarola, il ferrarese frate terrorista. Epiteto per nulla gratuito, dal momento che così investiva i fiorentini dal pulpito di Santa Maria del Fiore: ‘Cittadini cattivi di Firenze, io vi dico: che questi che mi perseguitano cadranno! Chi di spada chi di pestilenza, e saranno tutti mandati per terra e le forze loro saranno invalide e inferme come di formiche, saranno confusi veementemente e la loro confusione sarà grandissima!’. Simpatica e confortante omelìa, non c’è che dire.
Altri tempi? Pochi mesi fa l’incontenibile Trump si è espresso in termini simili in Texas: ‘Sono il tuo guerriero. Sono la tua giustizia. E per coloro che hanno subito torti e tradimenti, io sono la vostra punizione!’. Insomma, patti chiari: affiliatevi a me, bastardi, e sguazzerete nei migliori resort del Paradiso. Contro di me: cavallette, pustole, calamità repellenti, e se mi arrabbio del tutto vi sbatto in Inferno, e chi s’è viso s’è visto.
Ma davvero a Frà Girolamo gli credevano? Sì, che gli credevano. Come ora una buona parte di americani, per ragioni a noi aliene, sta credendo a Trump. Savonarola non agganciava solo gli sprovveduti. A Pico della Mirandola – uno delle teste più fini nell’Europa di quegli anni – si rizzarono i capelli in testa per il terrore, durante una predica nel 1494. Com’è possibile? Beh, il Frate era anche lui un bel cervellone. Gonfiato da un Ego di proporzioni disumane. ‘Intronato dall’ego’, per dirla col suo straordinario studioso, Franco Cordero. Combustibile a doppio taglio, messer Ego. Alimentò sia l’ascesa (straordinaria) che la rovina (ignominiosa). Nelle prediche, martellanti, usava tutta la sua sagacia e la sua dottrina – amplissime – nonché le vaste risorse d’eloquenza e istrionismo, che negli anni aveva ben tornite e affilate. Ipnotizzava i fiorentini. Li soggiogava.
Faceva intendere d’esser in stretto rapporto con l’Aldilà. Mirava in alto. ‘Credo che per mezzo della mia bocca parli Cristo!’, proclamò nel 1491, durante un Quaresimale. Poiché gli venivano dietro, si fece più audace. Nel ‘95 aveva già fatto una formidabile carriera. Pronto per il Paradiso. E in effetti ci andò. Lì, ebbe un incontro al vertice. Con la Madonna, nientemeno. Ne riferì in modo circostanziato, alla folla assiepata in Duomo. Era il 1° Aprile, ma nessuno pensò al Pesce. I Fiorentini, impauriti dal recente passaggio delle temutissime truppe francesi, stremati dalla carestìa, spiritualmente disorientati, si aggrapparono alla tonaca salvifica. Capirai, con le relazioni che ha… facciamo come ci dice! Alle fiamme, i quadri profani, i libri, gli specchi, i broccati, gli unguenti. Al rogo, Bellezza! Morte alla Gioia!
Botticelli fu tra i primi a cadere nella rete. E non ne uscì più. Non ci stupisca. Stiamo parlando di un artista, a tutto tondo. Gli artisti vanno soggetti a queste disarmate capitolazioni. Gran Maestri in casa propria – la pittura per Sandro – sono dei deracinés, degli extracomunitari spaesati nella sfera delle cose terrene. Il predicatore invasato lo invase. Aborrì se stesso, il neoplatonismo e i suoi ideali. Tradì Venere, tradì Primavera. Diede alle fiamme alcuni quadri suoi, nel tristemente famoso Falò delle Vanità, comandato dal Frate nel ‘97. ‘…della setta del quale fu sì tanto partigiano – testimonia il Vasari – che abbandonando il dipingere e non avendo entrate da vivere, precipitò in disordine grandissimo…Si diviò dal lavorare: onde in ultimo si trovò vecchio e povero, al punto che se gli amici e molti uomini da bene affezionati alla sua virtù non l’avessero sostenuto, si sarebbe quasi morto di fame…’
Complimenti, Frà Girolamo. Che gran lascito, il tuo. E pensare che c’è ancora, oggi, chi vorrebbe farti Santo.




Rutilante eccellente
Ormai gli articoli Wittig li aspettiamo
Brava
Grazie per avermi fatto scoprire questo quadro, affascinante pur nella decadenza del suo artefice… Il punto più alto della bellezza e dell’armonia Botticelli lo aveva ormai toccato e superato, ma la vita continua e….. Non è mai perfetta!