Cultura, perché il Pd è furioso per il Teatro di Roma

lunedì, 22 Gennaio 2024
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Cultura e dintorni: è questo uno dei terreni di scontro più furiosi tra destra di governo e sinistra di opposizione, con i seguaci di Elly Schlein che accusano i sodali di Giorgia Meloni di voler «occupare militarmente» le istituzioni che promuovono idee, visioni del mondo, valori estetici e tutto ciò che sa di immaginazione e immaginario.

L’ultima, fragorosa polemica riguarda la nomina del nuovo direttore generale del Teatro di Roma, ma il conflitto dura praticamente dalla nascita del governo e si riacutizza ogni volta che l’esecutivo procede a una nomina in qualsiasi ente che produce e diffonde cultura: dalla Rai al Centro per la lettura e il libro, dalla Biennale di Venezia al Centro sperimentale di cinematografia. La sinistra li considera come suoi feudi esclusivi su cui la destra non deve azzardarsi a mettere bocca.

E uno dei suoi possedimenti più antichi e intangibili era considerato appunto il Teatro stabile della Capitale, un’area su cui ribadire il dominio di intellettuali e manager culturali vicini al Pd, al punto tale da determinarne la sostanziale paralisi.

Proprio questo stava infatti accadendo alla prestigiosa istituzione culturale romana, da tre anni pressoché acefala perché nel Comune (di sinistra) non c’era accordo su chi avrebbe dovuto ricoprire la carica di direttore generale. Il “blitz” della destra (così è stato definito) è servito appunto a sbloccare la situazione. La soluzione è arrivata perché la Regione (di destra) e il Ministero della cultura (di destra) sono riusciti ad assegnare questa carica da troppo tempo vacante al regista Luca De Fusco, bypassando di fatto il Campidoglio. Certo, il consiglio di amministrazione è risultato spaccato, ma almeno l’istituzione teatrale romana è ora in grado di funzionare a pieno regime.

Apriti cielo. È sceso in campo lo stesso Roberto Gualtieri che ha parlato di «prepotente occupazione» e ha lanciato un oscuro avvertimento: «Noi ci opporremo in ogni modo e con ogni strumento a questa volontà di prevaricare che rischia solo di produrre macerie». A dare man forte al sindaco è intervenuta la Schlein, la quale si è scagliata contro la destra che a suo giudizio «vuole occupare poltrone e promuovere amici». Evidentemente né Gualtieri né la leader Pd né l’establishment capitolino si aspettavano tanta decisione da parte del governo. Questo senso di “sorpresa” per l’attivismo dell’esecutivo di destra nel campo della cultura domina per la verità da almeno un anno, non foss’altro perché smentisce lo stereotipo di un mondo, quello appunto della destra, sostanzialmente incolto, zoticone nonché indifferente ai temi della produzione di arte, cinema, musica e letteratura.

Ma perché, quello della cultura, è diventato un terreno di scontro politico? Diciamo che i piani sono sostanzialmente due: uno, alto, riguarda la questione dell’ “egemonia”, un altro, più terra terra, riguarda il cosiddetto “amichettismo” , cioè il timore dei tanti che il vecchio circuito di favori allestito dalla sinistra possa essere oggi messo in liquidazione. In mezzo a questi due piani troviamo quegli intellettuali e artisti di sinistra che rivendicano rabbiosamente la presunta superiorità dei loro prodotti culturali. Tipico il caso del regista Marco Bellocchio, che l’altro giorno, durante l’ultima puntata del programma televisivo “Propaganda live” s’è scagliato contro il ministro della cultura con queste, sprezzanti parole: «La destra ha pochi artisti e poca fantasia. La bellezza non può andare con Sangiuliano». Perché, può forse andare con Bellocchio? Basterà dire che il film del rinomato regista sul sequestro di Aldo Moro, “Esterno notte”, è risultato un prodotto di rara bruttezza, dove si prende sostanzialmente per buona la ricostruzione brigatista della tragica fine dello statista democristiano. Ma lasciamo perdere…

Va da sé che la questione più seria è quella dell’egemonia. Intellettuali e politici di sinistra sono infastiditi dal tentativo della destra di «ridefinire la cultura nazionale su canoni fin qui snobbati», come scrive Giovanna Vitale su “la Repubblica”. In effetti, l’obiettivo della “contro egemonia” proposta dalla destra è da sempre quella di riorientare il “senso comune” degli italiani, il loro immaginario collettivo nonché la narrazione più diffusa sulla storia nazionale.

È forse scandaloso perseguire un simile obiettivo? Diremmo proprio di no, dopo decenni di asfissiante e meticolosa occupazione di cattedre, case editrici, cinema, televisione, musica premi letterari ed enti culturali vari da parte  della sinistra.

Il problema è che parlare di “egemonia” oggi, nel tempo dei social e delle influencer da milioni e milioni di follower, potrebbe risultare leggermente anacronistico. Più che di riorientare la cultura, il compito della destra di governo dovrebbe essere quello di salvare la cultura in quanto tale, in un tempo di ignoranza dilagante e di inciviltà diffusa.

Per far questo occorre investire seriamente sulla produzione di idee e sulla formazione di una nuova  generazione di dirigenti, organizzatori e operatori culturali. Le nomine negli enti teatrali e le fiction in arrivo (sarà interessante assistere all’imminente film tv sul dramma degli istriani) sono iniziative certamente utili e tali da testimoniare la sensibilità della destra di governo in fatto di cultura. Ma potrebbero non bastare…

 

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