/

Preraffaelliti: molto da vedere, molto da dire

6 minuti di lettura
1

 di Carlotta Wittig

“Preraffaelliti. Un nuovo Rinascimento”. Così è stata felicemente battezzata la prossima grande mostra di questi eccentrici pittori inglesi. Si terrà a Forlì, nel Museo Civico San Domenico, dal 24 febbraio al 30 giugno di quest’anno. Accorrete numerosi. Vedrete gran copia di belle tele. E di delicate, pallidissime fanciulle, con lunghe chiome di quell’impagabile biondorosso anglo-irlandese che, guarda caso, era ugualmente diffuso in Italia tra le giovani fiorentine del ‘400. Epoca devotamente amata e scandagliata dalla ‘Confraternita – brotherhood – dei preraffaelliti’.

Lucrezia Tornabuoni  – madre del Magnifico – quando andò a Roma per cercare una moglie titolata che impreziosisse l’aureola del figlio, riferì al marito Piero circa la giovane  Orsini,  da lei adocchiata. Aveva sì i capelli con riflessi rossi, gli scrisse ‘ ma non biondi, perché non se n’ha di qua…’. E nella lettera il dettaglio sa un po’ di difetto. Sottigliezze da ‘Compagnia della Bellezza’? Non tanto. Nel caso della Medici, come in quello dei preraffaelliti, il colore  delle chiome è sostanza. Lei vuol procurare al figlio una fattrice ben fatta, gradevole agli occhi e ai sensi, oltreché fortemente blasonata.

I preraffaelliti, si servono dell’intenso biondo-chiaro-ramato delle chiome per esaltare il pallore luminescente dell’incarnato. Traslato: dell’anima. Altro requisito fondamentale: hanno da essere alte e scarne, le modelle. Scarne era facile, facevano la fame. Non per anoressia. O capriccio. Semplice e stremante povertà. Venivano tutte da famiglie disagiate. Una volta cooptate dagli ardenti giovani pittori, quasi tutti di abbienti famiglie, presero a sfamarsi con più regolarità, ma l’emaciazione (datava dall’infanzia) rimase. Altro segno che le contraddistingueva: le labbra. Carnose sì, ma disgustate. Zero sensualità. Erotismo, invece, al calor bianco. Guardatemi ma non baciatemi, conosco – e svento – l’inganno della carne. Queste luminescenze, questa ripulsa della materia, il pallore e, a contrasto, la fiamma viva dei capelli  quasi a significare ‘Ardo sì, ma non dentro. Intorno’, erano  vessillo particolarissimo della Confraternita.  Denunciavano,  più eloquenti d’un manifesto scritto, una netta e critica presa di distanza dall’Inghilterra Vittoriana. E dal suo emblema triumphans, la Regina Vittoria.

Corredata di capelli d’un anonimo castano e ben pasciuta,  ecco come brevemente la descrisse il suo futuro coniuge (nonché cugino) Alberto di Sassonia ‘ … la cugina non è certo una gran bellezza, a stento arriva al metro e mezzo, è piuttosto robusta e ha un naso importante…’. Richard Wagner, successivamente  ebbe a precisare, circa il royal nose,  che ‘tendeva al rubizzo’. Non ci sarebbe niente di male a non risplendere di venustà – del resto Vittoria fu per certi versi un’ottima regina, sia pur smodatamente longeva. Sessantaquattro anni di regno, record recentemente soffiatole dalla competitiva bisnipote Elisabetta II.

Il male sta in quel che lei coronava: la florida, prolifica, imperiale Inghilterra e l’atrocità delle piaghe sociali su cui  poggiavano le sue ciniche fondamenta. Qualche numero (i numeri sono leali): nel 1837 – incoronazione della giovane Vittoria – circa l’ottanta per cento dei bambini a partire dai cinque/sei anni lavorava in media 12 ore al giorno. Nelle industrie tessili. O come spazzacamini. Sguattere. Aiuto-balie. O nelle miniere di carbone. Qui, i più grandi – 8/9 anni –  venivano attaccati ai carrelli della cava come bestie da tiro. Insostituibili per i cunicoli più bassi, dove l’operaio adulto non poteva infilarsi. Erano bassi anche per i bambini. Dovevano strisciare o camminare carponi, trascinando circa150 chili di peso. Dove la testa sfregava sul soffitto, i capelli non crescevano più. Per dodici ore.

‘Devo lavorare senza luce e ho paura. Inizio alle quattro e talvolta tre e mezza del mattino, ed esco alle cinque e mezza. Non vado mai a dormire. A volte, quando ho la luce, canto, ma non al buio, non oso cantare allora. Non mi piace essere nella cava’, raccontò anni e anni dopo una bimba di otto anni, Sarah Gooder, quando finalmente venne istituita una commissione d’inchiesta. A quell’altra bambina londinese di 10 anni, prostituta e visibilmente incinta (possediamo la  foto) non andò meglio. Ma era destino comune. 8600 prostitute furono censite a Londra nel 1850, molte erano bambine o toccavano appena l’adolescenza. Erano, come si può immaginare, le più richieste.

Di questo combustibile umano si alimentò l’incontenibile, euforica espansione  economica e demografica dell’Inghilterra vittoriana. E fu proprio in quei decenni che l’ingegnosa nazione arraffò mezzo mondo, s’inventò l’Impero e nel 1875 coronò la regina Vittoria Imperatrice d’India.

In che modo  questa brutalità del male, questi infernali retroscena, o per dirla con Tocqueville ‘questo fetido scolo’ possono aver qualcosa a che fare con l’arte cerebrale, colta, rievocativa e splenica dei Preraffaelliti?

Da sempre, il rapporto degli artisti con l’establishment si biforca in due opposte direzioni: o vi nidificano con agio, o lo combattono con virulenza. Arrivano a morirci, sulle barricate del Bello. Non è retorica, basta scorrerne le accidentate biografie, attraverso i secoli. La scelta tra l’una o l’altra via dipende dalla tipologia dell’establishment. Botticelli – e contemporanei – si trovarono a loro perfetto agio sotto l’oligarchia medicea, che oltre a tiranneggiare Firenze, venerava tanto quanto loro le sorelle siamesi Verità e Bellezza. Ma nell’Inghilterra vittoriana accadde che Verità fosse offesa,  umiliata e torturata  oltre ogni decenza. Non era più possibile ‘fare arte’ seguendo le prescrizioni d’un sistema così sfigurato e bugiardo. E ecco che tre  giovani pittori, tra i più accesi di quella stagione, si unirono a fondare un Movimento antiaccademico. La ‘Confraternita dei Preraffaelliti’, appunto. Si era nel settembre del 1848. Tre i fondatori: John Everett Millais,  Dante Gabriel Rossetti e William Hunt.  In tempi successivi molti altri si unirono:  Ford Madox Brown, William Trost Richards, William Morris, Edward Burne-Jones , e in seguito  John William Godward, Thomas Cooper Gotch e John William Waterhouse.

Perché pre-raffaelliti? Che cosa gli aveva fatto di male  Raffaello? Mentiva, secondo loro. Prendevano a esempio uno dei suoi più importanti dipinti, nonché l’ultimo: ‘La trasfigurazione’. Esaltato dai critici,  a partire dal Vasari. Loro, invece, lo percepivano falso, di maniera. A me –  non rientro nell’eletta schiera dei Critici d’Arte, dunque ho una qualche licenza d’eresìa – comunica identica impressione. Rifiutato Raffaello, abbracciarono con l’impeto e il gagliardo assolutismo della giovinezza tutta l’arte italiana che lo precedeva. Quella del Primo Rinascimento e quella medioevale. Pittura e letteratura. Impazzivano per Botticelli, ma ancor  più per Dante. Gli artisti di quei tempi, secondo il loro credo, erano ‘sinceri e mistici’. E quindi loro, rischiarati da quelle luci antiche, s’imposero il compito di rimodellare con un lifting radicale il volto traviato della società contemporanea. Di farlo vero, genuinamente bello, e insieme fecondato dal dolore,  stigma e blasone della condizione umana. Non ci distragga, oggi, quel che di artificioso che a un primo sguardo ci sembra rintracciare in certe loro tele, soprattutto in quelle del più gettonato di loro, Dante Gabriele Rossetti. Si tratta, al contrario, di attenzione devozionale – quasi di appartenenti a un ordine monastico – nei confronti del dettaglio. Vuoi d’un prato, vuoi d’un volto, del broccato di una veste, dei peli d’un fedele cagnolino, della coppia di migranti che fissano impietriti le coste di quell’Inghilterra che presumibilmente mai più rivedranno. Tutto ciò, per questi credenti, si chiamava ‘Natura’. Natura era per loro la Grande Dea Madre. Il libro supremo.  Dipingevano en plein air – il ‘romantico’ Turner li aveva preceduti – anticipando gli impressionisti. Ruskin, famoso e infervorato critico che li sostenne come un antico paladino,  li spingeva incessantemente a farlo.

Millais, per dipingere la sua intensa e struggente ‘Ofelia’, passò cinque mesi ai bordi del fiume Hogsmill, nel Surrey. Ne studiò e ristudiò la ricchissima vegetazione. Lavorava in media 11 ore al giorno. Botticelli,  con ‘Primavera’, aveva aperto la strada: cinquecento specie diverse di fiori e pianticelle ricreate con grazia maniacale. Non si sa più se chiamarli quadri, o preghiere.

A posare per la morente Ofelia fu Lizzie Siddal – poi moglie di Rossetti –  la più celebrata e sensibile modella della confraternita. Anche la più sfortunata. Problemi di salute, fin da giovanissima. Eccessi di laudano, di cui morì a 32 anni. Per consentire a Millais una resa veritiera del preannegamento, accettò di posare immersa in una vasca riscaldata da candele, nell’appartamento di lui a Londra. Fu stoica, rimase immobile in preimmersione anche quando in una seduta di posa più lunga delle altre le candele si spensero, e lei si sentì gelare. Si beccò una seria bronchite, che certo non giovò a una salute già fragile. Ma il vile patriarcato qui non c’entra affatto. C’entra invece, e assai, una concezione alta e nobilissima del lavoro. Sia da parte della modella, che del pittore. Il quale, per inciso, versò immediatamente 50 sterline al padre di lei, per farla curare.  Lizzie si rimise, e con questa Ofelia morente entrò nell’immortalità, insieme al suo pittore. L’ineludibile, sanguinoso costo dell’arte. Oggi va di moda farla franca. In una recente esposizione di arte contemporanea a Torino – si autoreferenzia pomposamente come ‘Artissima’ – è apparsa un’opera composta da due riquadri bianchi, ognuno con una scritta in rilievo, seminvisibile perché parimenti bianca. Se armati di buona volontà, hanno riferito, si riuscivano a decifrare entrambe. Una diceva ‘Nothing to see’, l’altra ‘Nothing to say’. Niente da vedere. Niente da dire. Bravi, contemporanei miei e ‘concettuali’ d’ultima generazione, che state all’Arte come l’amabile imbrattaschermi Wanna Marchi sta a Federico Fellini. O a Kubrick, se preferite.

 

 

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Emilia-Romagna: Giornata Nazionale vittime civili guerre, Regione e Comuni si illuminano di blu

Articolo successivo

Casellati “Piano Mattei è cambio di passo per relazioni Italia-Africa”

0  0,00