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Altro che sanzioni, l’economia Russia doppia quella europea

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PIL il in crescita del 3% nel 2023, del 2,6% nel 2024 e una disoccupazione appena al 2,9%. Non sono certo quelli attesi dalle potenze occidentali i numeri dell’economia russa pubblicati ieri dal Fondo Monetario Internazionale (una creatura americana, non certo uno scalcinato centro studi con sede a Mosca) a ben due anni dal lancio delle prime sanzioni che avrebbero dovuto piegare in breve tempo Vladimir Putin. Sanzioni che tutti erano così convinti avrebbero funzionato che fino a qualche mese fa le prospettive di crescita per il 2024 si assestavano a un misero +1%.

Lo Zar Vladimir potrebbe quindi farsi bello dei risultati raggiunti nella prossima campagna elettorale (il 17 marzo prossimo si vota per le presidenziali) se non fosse che da tempo le elezioni russe sono una competizione del tutto simbolica tra Putin e i suoi stessi alleati.

Ma non c’è dubbio che i numeri fanno preoccupare le cancellerie europee, che si apprestano – l’ha appena annunciato la von der Leyen – ad approvare l’ennesimo round di sanzioni che dovrebbero “colpire duramente la capacità di finanziare” del Paese. Difficile ormai credere sia possibile. Tanto più in un periodo in cui il costo delle materie prime, delle quali la Russia è da sempre grande esportatore, continua a mantenersi alto anche grazie alla ripresa di potenze altamente energivore come quella cinese e indiana.

Tutto bene per Putin dunque? Non tanto, perché se si va a vedere i motivi di questa crescita economica si scopre che il motore gira a pieni regimi solo se punta verso il precipizio. Detto in altri termini; quella russa è diventata una vera e propria economia di guerra, la cui crescita è tutta dovuta alle commesse militari e alle spese legate allo sforzo bellico.

La società statale specializzata in armamenti Rostec ad esempio ha detto di aver aumentato di ben 50 volte la produzione di munizioni per armi da fuoco e sistemi missilistici multi-lancio.

Se andiamo a vedere i dati dei vari comparti, scopriamo infatti che l’industria civile è in caduta libera. Ma questa è un’ulteriore cattiva notizia per l’Occidente, perché se la Russia uscisse domani dal conflitto il suo Pil crollerebbe: motivo in più per il Cremlino per insistere a tutti i costi con la guerra. Ormai Mosca spende il 6% del Pil per la Difesa, una concentrazione di risorse enorme (si pensi che in Europa non si riesce neanche ad avvicinarsi al 2%) che certo non può essere ridirezionata dall’oggi al domani.

Anche il dato sulla disoccupazione è figlio dei tempi bellici: ci sono poche persone senza lavoro perché il personale, in parte impegnato al fronte e in parte fuggito all’estero, è diventato raro e prezioso, costringendo le aziende a offrire salari migliori e di fatto consentendo quindi condizioni di vita migliori a una buona fetta della popolazione, per lo meno quella cittadina, l’unica che preoccupi davvero Putin.

Ecco quindi che la stessa FMI, per bocca del suo capo economista Pierre-Olivier Gourinchas, spiega che la crescita “sarà probabilmente inferiore rispetto a prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina quasi due anni fa”. Inferiore ma alta abbastanza da far proseguire indefinitamente l’attacco all’Ucraina, nell’attesa che sia l’opinione pubblica europea a stancarsi per prima e chiedere un cessate il fuoco a Putin.

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