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I trattori assediano l’Ue? Non chiamateli “agrovandali”

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I trattori invadono Bruxelles. La protesta dilaga davanti ai palazzi dell’europotere. L’establishment Ue è colto di sorpresa e lo sgomento si diffonde tra i burocrati. Immediatamente la stampa amica dei poteri continentali stende una sorta di cordone sanitario coniando il termine di “agrovandali”. Lo scopo è evidente: accreditare un’immagine deformata degli agricoltori in rivolta, assimilandoli in qualche modo ai fanatici dell’ecologismo estremo che si divertono a imbrattare monumenti e a bloccare strade: gli “ecovandali”, per l’appunto.

Ma stavolta non funzionerà, non può funzionare. E il motivo è semplice: la protesta dei trattori scaturisce da un disagio profondo e reale, situandosi su un pianeta sideralmente distante da quello abitato dai “gretini” che si sono autonominati custodi dell’ecosistema e nemici dell’effetto serra. Il concetto è ben espresso nel cartello più diffuso tra i rivoltosi di Bruxelles: «Senza agricoltori non c’è cibo». E l’opinione pubblica immediatamente capisce.

Capisce che ci deve essere un motivo serio e grave se ieri 1200 trattori hanno occupato le vie di Bruxelles. Se, a Place Luxembourg, hanno cinto d’assedio il palazzo che ospita gli uffici del Parlamento europeo. Se gli agricoltori imbufaliti hanno acceso falò in piazza bruciando il pellet e diffondendo un odore acre per le vie del centro. Se ad Avenue Louise, una delle vie più eleganti dello shopping brusselese, un camion ha scaricato una montagna di letame in mezzo alla strada. Come a dire: prima di acquistare beni costosi, pensate a chi vi consente di mangiare.

E il motivo serio e grave è uno, semplice e drammatico: tante aziende agricole rischiano di chiudere. Rischiano di chiudere perché il miraggio ideologico del Green Deal impone costi e riconversioni insostenibili. Perché dall’oggi al domani sono state tolte le agevolazioni al gasolio. Perché gli aiuti all’importazione del grano ucraino rischiano di mandare tanti agricoltori fuori mercato. Perché, a questo assurdo favoritismo per ragioni politiche, si aggiunge un altro assurdo favoritismo, questa volta diretto alle aziende agricole sudamericane che fanno parte del Mercosur. Un altro cartello che va per la maggiore così recita: «L’Europa importa m…». Più chiari di così…

Ma per gli ideologi dell’Ue e per tanti eurocrati le imprese agricole si devono arrangiare, avendo l’obbligo di adattarsi senza fiatare ai nuovi vincoli. Tanti non ce la fanno? Tanto peggio per loro. Ovviamente, chi conduce i trattori non la pensa affatto così.

Il fatto è che ribellarsi alle direttive europee, dire di no all’ideologismo green, rifiutarsi di accettare la politica mercatista degli accordi Ue-Mercosur è il massimo dei sacrilegi. Stavolta però, tra le alte sfere di Bruxelles, si diffonde la paura, anche perché stiamo entrando nel vivo della campagna elettorale per le Europee. «Il timore – confessa candidamente Claudio Tito su “la Repubblica” –che il vento della rivolta soffi in Europa gonfiando le vele del sovranismo populista cresce di ora in ora». E non a caso il più preoccupato sembra Emmanuel Macron, tanto da premere su Ursula von der Leyen per organizzare al più presto un Consiglio europeo straordinario che sia dedicato, appunto, alla protesta dei trattori.

Il libro più noto di Gustave Thibon, il filosofo-contadino amico di Simone Weil, si chiama “Ritorno al reale”. Non è certo un caso. È sempre dalla terra e dalle campagne che parte la rivolta più potente contro l’ideologismo al potere. In qualsiasi epoca e in qualsiasi latitudine.

 

 

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