Elkann va a Roma per parlare con tutti, tranne che con la Meloni; è guerra aperta con Palazzo Chigi? A dare retta ai giornali dell’opposizione e a certi della maggioranza favorevoli allo scontro con Stellantis sì, ma la verità è che gli incontri istituzionali organizzati dall’erede di Gianni Agnelli erano in programma da tempo. E il fatto che il filo rosso con la maggioranza sia ancora attivo è dimostrato dal fatto che Elkann ha incontrato, oltre a Sergio Mattarella, al comandante dei Carabinieri e all’ambasciatore americano Jack Markell, anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Tutto a posto dunque? Adesso non esageriamo; il conflitto esiste, è inutile negarlo, e intorno al mondo dell’automobile in Italia si prepara una battaglia al cui confronto quella per il controllo della rete Tim sembrerà una lite da asilo infantile. Se è vero infatti che Elkann non ha incontrato la Meloni perché lei era impegnata in Giappone, non si può non pensare che la trasferta capitolina sia stata organizzata apposta in questa data per non incontrare la capa del governo. E altri fanno notare che Elkann non sia mai andato a trovarla, mentre nel suo breve mandato da premier Draghi ha incontrato John per ben tre volte, la prima appena un mese dopo l’insediamento a Palazzo Chigi.
Resta quindi difficile interpretare la visita romana come un vero tentativo di disgelo. Perché se è vero che formalmente il presidente di Stellantis ha negato con un comunicato ufficiale che sia in programma una fusione con Renault (che metterebbe una volta per tutte quello che resta del nostro comparto automotive nelle non benevole mani dei francesi), nei fatti ha lasciato capire che nessuna opzione è esclusa. Nel testo ha spiegato infatti che l’azienda “è concentrata sull’esecuzione del piano strategico Dare Forward per rafforzare la sua attività in ogni mercato dove è presente, inclusa l’Italia”. E proprio quell’aggettivo, inclusa, fa capire quanto il Belpaese sia ormai per gli Agnelli solo uno dei tanti centri di produzione di una multinazionale che ha il suo cuore finanziario in Olanda (dove ha trasferito la sede fiscale per pagare meno tasse) e quello decisionale a Parigi. Insomma, non c’è da sperare in un trattamento di favore.
Che la situazione non sia rosea l’ha detto chiaro e tondo Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, che essendo un portoghese trapiantato in Francia non si fa problemi a scontentare Meloni e Salvini. È stato lui a dire che l’impianto Pomigliano d’Arco è in pericolo e che la concorrenza cinese potrebbe convincere l’azienda a decisioni drastiche. Il manager ha chiesto poi a Roma di garantire incentivi per le sue auto elettriche se non vuole che gli stabilimenti italiani vengano chiusi una volta per tutte. Affermazioni trattate dalla maggioranza come un ricatto, tanto più che proprio in questi giorni la storica fabbrica di Mirafiori è in cassa integrazione.
Il ruolo di paciere potrebbe spettare al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che gestisce il tavolo automotive intorno al quale, ha assicurato Elkann, “siamo uniti nel raggiungimento di importanti obiettivi comuni per affrontare le sfide della transizione energetica”. Starà ora al ministro trasformare queste parole generiche in una seria assunzione di responsabilità. Tavares permettendo.



