Manca poco più di un mese ai cruciali verdetti di Zio Oscar. Curioso rilevare che almeno tre dei maxicandidati – ‘Killers of the flowers moon’ (Scorsese), ‘Napoleon’ (Ridley Scott), ‘Poor things!’ (Lanthimos) – si stiano rivelando in sala, per gli spettatori più avvertiti, dei cospicui aggregatori di sbadigli. Ad onta delle firme diversamente insigni dei loro Directors. Scorsese e Scott discesi direttamente dall’Empireo (per girarli), Lanthimos da un cielo di minor rilevanza, fanciullino com’è rispetto a loro.
Tutti e tre i lungometraggi avrebbero bisogno di sforbiciamenti, di chirurgia plastica (riempire lì, svuotare là, ricompattare una sequenza, sopprimerne un’altra, complicare quel ‘character’, renderlo plausibile, sanguigno, necessario, sopprimere quell’altro se è di troppo, eccetera). E avrebbero bisogno di revisioni, approfondimenti, ripensamenti, inversioni a U, pentimenti, euforie, e quel senso di soddisfazione per nulla egoica, ma confinante invece con una pacata illuminazione, che alla fine si prova di fronte all’ ‘Opéra bien faite’. Per dirla coi francesi.
In una parola: tutti e tre questi turgidi capolavori mancati necessitano d’una sola cosa. Una sola figura, insopprimibile: lo sceneggiatore.
Sceneggiatore? E chi è mai costui? Forse non sarà superfluo ricordare di chi si stia parlando. Trattandosi della mia ex professione, ricordo molto bene gli ingenui svarioni – del tutto comprensibili – dei non addetti ai lavori. ‘Ah, sceneggiatrice! Cioè lei… disegna le scene?’ ‘No, quello è lo scenografo. Io scrivo il film’ ‘Ah…’(con sfumatura di disorientamento). ‘Insomma descrivo l’azione di ogni ‘scena’, decido la sua lunghezza, mi scervello sulle battute, sottolineo la sfumatura umorale in cui sono state concepite, indico in qualche modo i movimenti di macchina (il che è un mio virtuosismo, del tutto superfluo, e che manda regolarmente in bestia i registi)’. L’italico termine ‘sceneggiatore’, ammettiamolo, si presta agli equivoci. Scriptwriter (autore della sceneggiatura) esprime assai meglio. Lo scriptwriter sta al film come il progettista (ingegnere edile o architetto che sia) sta alla casa. Se l’edificio non è stato correttamente progettato – statica ed estetica devono strettamente darsi una mano – alla fine protesterà. Crollerà. O s’incrinerà. Quantomeno pencolerà. Garisenda di Bologna e Palazzaccio di Roma docent.
La parte più ghiotta di ‘Killers of The Flowers Moon’ (Scorsese) è il concept. ‘Il telegramma’ del film. Pochissime righe, il succo della storia. ‘America, Oklahoma, anni Venti. Una tribù di nativi americani, gli Osage, scopre il petrolio sul suo territorio e diventa immensamente ricca. L’improvviso benessere attira l’interesse dei bianchi, che iniziano a manipolare, estorcere e sottrarre con l’inganno i beni degli Osage, fino a commettere una serie di omicidi. L’FBI viene chiamato in causa, ma arriva in ritardo.’
Molto appetibile. C’è una succulenta scoperta d’ambiente, che in cinema funziona sempre. Gli Osage. Chi ne aveva mai parlato? Poi c’è il perfido uomo bianco, da svariati decenni forte traino al botteghino. C’è il thriller etico(FBI buona e pura), ci sono i cadaveri innocenti. E due fuoriclasse dello schermo : De Niro e Di Caprio. Corona e collante del tutto: Scorsese. Il regista poderoso. Se fosse un poker: ‘Piatto, ricco, mi ci ficco!’. Quindi, ficchiamoci.
Una volta in sala: sì, gli Osage. Credibilmente ricreati, volti costumi, ambienti. Saggi, paciosi e in sommesso rapporto con l’aldilà. Gli vogliamo subito bene. Ne vogliamo meno a Di Caprio. A onor del vero, neanche il malcapitato se ne vuole. Dall’inizio alla fine dell’interminabile western-crime-story trasmigra infelicemente da una sequenza alla successiva, orbato di scopo e direzione, le mascelle artificialmente gonfiate modello Padrino, il perché ci sfugge e sfugge anche a lui (avrò sbagliato set?). Pare quasi orfano di regìa, ma in realtà è orfano di sceneggiatura. Personaggio in cerca di autore. D’accordo, il suo è un ambiguo ‘character’, non buono non cattivo, cinico epperò affettuoso, vorrei e non vorrei. Ma fateci capire – sentire, soprattutto! – ‘perché’ è così, ‘che cosa’ davvero prova e dove questo scialbo postamletico mezzuomo, senza corona e senza storia, stia davvero andando. Dateci, insomma, quell’irrinunciabile Cosa che è ‘la crescita – o disgregazione – del personaggio’ attraverso il déroulment de l’histoire. Viceversa suo zio, il vicesceriffo Hale – un grintoso De Niro – sembra saper benissimo chi è. Fin troppo. Il cattivo tutto cattivo, che più cattivo di così non si può. E – ahinoi! – dalla prima all’ultima apparizione. Stessa sventura, in questa sontuosa narrazione che non narra, capita all’adorabile nativa Lily Gladstone. Col suo bel volto pacioso e ‘sanza alcun sospetto’, identica espressione da inizio a fine film, non può che essere lei la vittima sacrificale della turpe avidità bianca.
Eppure sia Scorsese, che i Killers, che De Niro e Gladstone sono in gagliarda competizione per i più ambiti riconoscimenti dell’Academy: miglior regìa, miglior film, miglior attore non protagonista, migliore attrice protagonista. Bel en plein. Teniamo però presente che anche una scandalosa turlupinatura di nome ‘Barbie’ – meriterebbe solo l’inceneritore e l’oblìo – è in lizza per ‘miglior film’. Niente da fare, anche tu, zio Oscar, come il clima e la Nutella, non sei più quello d’una volta. Forse l’età. 95, non si scherza! La vista, probabilmente. Astigmatismi, o una maculopatia. Magari qualcosa di più grave ancora, venature alzheimeriane. Fatto sta, però, che un capolavoro riesci ancora a identificarlo. ‘Oppenheimer’, ‘Maestro’ ‘The interest zone’, ‘Perfect days’: visti e presi! Se vuoi sei scaltro: il bolso assioma ‘un Grande è Grande forever’ non t’irretisce, ‘Napoleon’ l’hai preso per quello che è. Un errore, una caduta, il tricorno del sulfureo Napoleone dispettosamente poggiato su una testa stanca, velata. Pare Magritte, ma è firmato Ridley Scott. L’hai giustamente collocato nei banchi in fondo, qualche nomination di consolazione, dopotutto Scott è Scott, non possiamo passarlo sotto silenzio.
Ma ‘Poor things? L’attesissimo, sovraesposto, fiabesco film di Lanthimos, che nel concept risulta quanto mai attraente?
‘Londra. Scienziato geniale e sfigurato ridà vita al feto femmina estratto da una donna suicida. La strana creatura cresce e si rivela vitalissima, curiosa e portata al sesso. Scappa con uno sgargiante viveur cosmopolita e vive avventure in diversi continenti. Nel frattempo, scopre la sua passione per la giustizia sociale. Per la verità e per la causa della Donna’, ci racconta l’etichetta.
Oh, finalmente! Magari si volerà alto, e forse in cieli impensati, stupefacenti. Il regista, solitamente spiazzante, fa ben sperare. Il Leone d’Oro a Venezia rafforza.
Entriamo in sala e l’inizio ci persuade. Bel bianconero. Un accorato, intenso Dafoe ( lo scienziato pazzo e sfigurato) risulta da subito convincente nell’avvicinarci a questa sua adorata creatura, Bella Baxter (Emma Stone). Anche lei ci attira, col suo corpicino dislogato, zoppicante, e il linguaggio primordiale, ellittico, sbreccato, che dicendo ‘così meno’ risulta tanto più pregnante del lessicalmente corretto. Il tutto splendidamente sorretto da accuratissima, spesso divertente e divertita scenografia, d’impronta vittoriano-steampunk. Purtroppo – per noi – la Creatura cresce. Scopre l’orgasmo, il film si sforza di farlo anche lui, rinnega il bianco e nero e approda gagliardamente a ipersaturi colori. La scenografia se ne giova, Bella Baxter no. Da un momento all’altro si mette a parlare spedita e sintatticamente corretta. Perentoria, come una divulgatrice su Youtube. O come un manualetto di femminismo post-moderno scritto in una notte. Magari dall’Intelligenza Artificiale. (Oh, sceneggiatore! Perché ci abbandoni?). Emma Stone ce la mette tutta, balla sfrenata a Lisbona, ad Alessandria scopre i Poveri e si mette a piangere, a Parigi ci diventa lei povera, ma immediatamente svolta, entra a tempo pieno in un bordello dove si dà alacremente da fare, sempre a Parigi – non dimentichiamoci la ricerca identitaria – scopre il Socialismo, poi impalma un Sadico, perché si sa che il tributo da pagare ad Amore è tappa irrinunciabile nel percorso d’ogni donna, dopodiché fresca come una rosellina di maggio ritrova Londra e casa dolce casa. Purtroppo il suo creatore (Willem Dafoe), unico personaggio complesso e credibile del film, è in fin di vita. L’indomita Bella lo seppellisce con brio, impianta nel Sadico un cervello di capra e come una Circe appagata vivrà per sempre felice e contenta insieme a una combriccola di amorevoli adepti. Les jeux sont faits. Zio Oscar ha gli occhi imbambolati di fronte alla scalmanata performance di questa caleidoscopica nipotina. Non rileva l’intrinseca affinità con la perniciosa Barbie. Potrebbe essere la sua Sorellina Ombra. Più astuta, complicata, chiaroscurata. Ma identica a lei, circa cuore e cervello: non ne hanno. Le attrici non c’entrano. Altrove hanno dimostrato d’esserne pregne.
Non è solo dall’immaginifico Pianeta Cinema che lo sceneggiatore si è ritratto. Sembra aver disertato – e pericolosamente – anche le complesse architetture della politica mondiale. Del tutto indecifrabile agli occhi d’un osservatore esterno appare la possibile ri-ascesa al soglio presidenziale USA di un Tirannosaurus Rex – per giunta in fase maniacale – come il già noto Donald Trump. D’accordo che pochi giorni fa il suo avversario Biden è nuovamente inciampato nel ‘chi è chi’. Parlando di Gaza ha detto “Penso che, come sapete, inizialmente il presidente del Messico, el-Sisi, non volesse aprire il cancello per far entrare materiale umanitario”. Un el-Sisi esiste. Ma è Presidente dell’Egitto, il Messico non c’entra. E l’uomo della strada si chiede, con rozzezza pregnante: ‘ Ma proprio non ce n’avete di meno rimbambiti?’.
Netanyahu – passerà alla storia come Grande Massacratore – è sempre più violentemente contestato dagli israeliani a Tel Aviv, rigettato dall’ONU e perfino gli USA ora indietreggiano. Ma lui sfrontatamente, inesplicabilmente risponde ‘ Niente tregua fino alla completa distruzione di Hamas’.
Il mondo degli umani pare fuori controllo. Psicotico. Eppure basta considerare una sola foglia di qualsivoglia albero, o pianticella, per stupire della sua incredibile, intelligente architettura. Più che incatenarci a un Creatore – diamo spazio alla laicità – pensiamo a uno sceneggiatore geniale. Dov’è finito? Chi l’ha visto? E, soprattutto, sarà mai possibile riportarlo tra noi?




Carlotta, pensaci tu!!! (Però Killers of the flower moon mi è piaciuto)
La sceneggiatura della sceneggiatura di super Carlotta Wittig