Cantanti “censurati” a Sanremo? I perché di un polverone  

mercoledì, 14 Febbraio 2024
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Cantanti “censurati” a Sanremo? Siamo alle solite: anche l’edizione 2024 del Festival del pop italiano non è passata senza lasciare l’immancabile coda polemica. Il copione è sempre lo stesso, ormai stucchevole: cantanti in vena di esternazioni extra musicali si abbandonano a dichiarazioni o atteggiamenti non graditi a destra perché considerati troppo provocatori o troppo sbilanciati a sinistra. Di qui la sinistra stessa che parte al contrattacco accusando la destra di pulsioni censorie e autoritarie.

Ci sarebbe da sbadigliare anche quest’anno. Siamo infatti davanti all’ennesimo caso di politica-spettacolo, con il Pd che difende a spada tratta la sua “legione circense”, cioè la schiera dei “nani e delle ballerine” (come si sarebbe detto una volta) periodicamente lanciata nella mischia politica. Una schiera peraltro in disarmo: basterà dire che nel 2023 le esibizioni Lgbt di Rosa Chemical e Fedez, unite alle provocazioni tardo-femministe di Chiara Ferragni, non portarono bene alle liste del centrosinistra nelle Regionali che si tennero il giorno dopo, tanto che furono in molti a commentare in modo sarcastico: «Alla sinistra Sanremo, alla destra gli elettori».

Quest’anno però è un po’ diverso, perché dietro le accuse della sinistra c’è il malcelato timore che la destra voglia conquistare la Rai, impadronendosi definitivamente della fabbrica di sogni, opinioni e consensi più grande d’Italia. E ciò al fine di stabilire la sua “egemonia”. Intendiamoci, non è un’inquietudine immotivata (ovviamente dal punto di vista di Elly Schlein & Compagni). Solo che gridare al “regime” alle porte è del tutto ingiustificato.

Prima di capire che cosa c’è dietro, cerchiamo di ricostruire brevemente che cosa è successo. “Pietre dello scandalo”, per così dire, si sono rivelate le esibizioni politicamente corrette dei cantanti Ghali e Dargen D’Amico. A dare fuoco alla Santabarbara è stato il primo, che sabato sera ha attacco pesantemente Israele a proposito di Gaza. «Stop al genocidio», ha detto l’agit-prop canterino tra un gorgheggio e l’altro. Non era proprio il caso di uscirsene in modo simile in una serata di relax e cogliendo di sorpresa milioni e milioni di italiani. La mattina dopo è arrivata la reazione dell’ambasciatore israeliano a Roma, Alon Bar, che ha accusato la Rai di non aver adeguatamente ricordato le vittime del 7 ottobre per mano di Hamas. Ce lo potevamo davvero risparmiare.

Subito è corso ai ripari l’ad della Rai, Roberto Sergio, che ha difeso l’operato dell’azienda nell’informazione sulla tragedia del Medio Oriente oltre a esprimere  «solidarietà al popolo di Israele e alla comunità ebraica». Sempre nella giornata di domenica si è poi svolta la seconda puntata della polemica sui cantanti politicamente corretti, perché, nella puntata di “Domenica In” trasmessa dal palco dell’Ariston, Mara Venier ha stoppato sia Ghali, ricomparso in scena ad attaccare l’ambasciatore israeliano, sia D’Amico, il quale aveva esordito in una concione pro-migranti. «Va bene, però qui è una festa…», lo ha zittito la conduttrice. Nel corso della trasmissione, la Venier ha letto il comunicato di Sergio per poi chiosare: «Queste sono parole che condividiamo tutti».

A quel punto s’è scatenato il putiferio. I componenti Pd della Commissione di Vigilanza Rai hanno accusato la conduttrice di “Domenica In” di «essersi prestata a fare da megafono» all’amministratore delegato. Il responsabile dell’informazione del Pd, Sandro Ruotolo, ha accusato a sua volta la Venier di «censura» per aver interrotto D’Amico. Nella querelle sono intervenuti anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli nonché Stefania Ascari del M5S. Questo il commento finale dell’ex-ministro Pd Andrea Orlando: «Lo scambio Venier-cantanti di ieri è certo l’indice del conformismo burocratico della Rai».

Al dunque, un film già visto. E non è davvero il caso di paventare l’invadenza di censori di destra in perenne agguato. Gli interventi di Sergio e Venier sono stati motivati dalla semplice e legittima necessità di spegnere sul nascere una (inutile) polemica politica, che peraltro ha avuto ripercussioni a livello internazionale.

Il problema è che la sinistra ha tutti i motivi, dal suo punto divista, di temere gli effetti del contro-egemonismo culturale della destra. Ha ragione di preoccuparsi del tentativo dei meloniani al governo di ridefinire l’immaginario degli italiani, proponendo loro nuovi modelli e nuovi eroi. In questo senso la funzione della Rai è strategica, dal momento che parliamo della principale azienda culturale del Paese.

E non è solo un fatto di cantanti, ma  un più vasto e ambizioso “racconto” in fase di lancio.  Basta solo guardare alla “raffica” di fiction di questi giorni. Oltre ai film sulle foibe e sull’esodo degli italiani delle terre adriatiche, abbiamo assistito anche alla proposta di personaggi politicamente scorretti come Franco Califano oppure di icone patriottiche come Goffredo Mameli: i relativi film hanno permesso a Raiuno di conquistare il primato dello share nella prima serata da domenica a martedì, senza soluzione di continuità con il boom di ascolti di Sanremo della settimana scorsa.

Questi successi cominciano a dare ai nervi alla sinistra. Di qui le reazioni scomposte di questi giorni. Ma ci vuole ben altro che l’appoggio a cantanti pallidamente progressisti per riconquistare un’egemonia che si è persa nelle nebbie della storia.

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