Kilmaru: Matrix all’amatriciana

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di Carlotta Wittig

 Spopola su TikTok  (quattro milioni di followers) un vlogger  senza volto dal suggestivo nickname: ‘Kilmaru’. Il nick, scaltro come lui, punta su allure nipponica. Ma non è da escludere, magari, che il pluricliccato abbia emesso i suoi primi vagiti nella nostrana Casalecchio di Reno. O magari a Ozzano dell’Emilia, come fece a suo tempo la Sbraitante Wanna (Marchi). Questo perché alcuni  video di Kilmaru sono ambientati a Bologna, bella, fosca e turrita sì, ma non tra le nostre città più iconiche. Oltre a evocare la grazia segreta del remoto Giappone, l’attraente nick ha un retrogusto africano. ‘Le nevi del Kilimangiaro’. Film, del ’52.  Gregory Peck, Ava Gardner, da un racconto di Hemingway. Troppo remoto, si dirà, per rientrare nello striminzito patrimonio memoriale dei giovanissimi. Ma non dei loro nonni. O del loro DNA, che funziona  da jolly in plurime occasioni. A sproposito magari, ma di sicuro effetto. Per inciso, le nevi del Kilimangiaro sono in rapidissimo scioglimento. Rispetto al 2012 ne resta solo il 20%, e se continua con questo clima di margheritine a gennaio, tra quindici anni per vederle si dovrà far ricorso al film.

Ma torniamo al nostro Kilmaru. Che fa dunque, costui, per catalizzare l’attenzione di sì cospicua orda di tiktokkari? All’incirca dal 2021 pubblica sull’inebetente piattaforma brevi video di luoghi o città spopolati – diciamo come generalmente appaiono a ferragosto, o, recentemente,  sotto pandemia. Niente a che vedere con le perfette simmetrie del misterioso dipinto rinascimentale visibile a Urbino, universalmente conosciuto come ‘La città ideale’. Nessuno sa con certezza chi l’ha firmato, ma ci sono bene sette ipotesi d’illustri paternità. In attesa che gli studiosi la smettano d’accapigliarsi, l’ideale città resta splendida e orfana.

I video di Kilmaru sono, invece, piuttosto sciatti. Inizialmente li girava negli USA, ora  se ne contano molti realizzati in Italia. Roma, Venezia, Bologna eccetera. Kilmaru è incappucciato, nessuno conosce il suo volto, le riprese  tutte in soggettiva. Qualcuna da un drone. Si presume che dopo aver girato i suoi video, l’industrioso vlogger rimuova i  passanti con la computer-grafica. Le macchine parcheggiate ci sono tutte, però, e i negozi sono aperti. Nei supermercati Kilmaru entra, ci mostra i normali cibi nei normali scaffali,  e parimenti esplora metropolitane e bagni pubblici. Assenti  sono solo  esseri umani e  traffico. Diciamo che qualunque fruitore  sufficientemente alfabetizzato  troverà i video di scarso impatto. Visivamente non comunicano alcun senso di straniamento né di alienazione. Riprese scadenti, nessun senso di fotografia e inquadratura,  il linguaggio della luce Kilmaru lo snobba. Grande cinema,  chi t’ha mai visto? In compenso l’Incappucciato è ingordo di B movies, genere catastrofico/fantasy. E’ da questo rancido serbatoio che estrae la sua poetica. Ha perfino ‘inventato’ un ambizioso concept : ‘Ero un programmatore di intelligenza artificiale che lavorava per una grande azienda tecnologica – dichiara – Mi sono introdotto nel computer quantistico dell’azienda. Accesso illimitato. Ho caricato il mio codice sul computer, che ha iniziato a imparare. Velocemente. Molto velocemente. Si è evoluto in qualcosa di diverso. E all’improvviso è successo! Sono ricomparso in un mondo vuoto. E ora sono solo. Completamente solo. E ho bisogno di aiuto”.

Toh! Ecco apparire  le magiche, evocative parole: Intelligenza Artificiale – Programmatore – Grande Azienda tecnologica – Computer quantistico – Codice – Mondo vuoto.

Peccato che se chiedete a Bing di Microsoft di produrvi un soggettino sull’esser risucchiati da un computer – e relativi disagi – vi sfornerà all’incirca quanto riportato sopra. Che deve’essere, più o meno, quel che ha fatto il vlogger. Provateci e vedrete. Basta un PC casalingo di piccolo/medio calibro.

Matrix all’amatriciana, insomma, quello di Kilmaru.  E circa il patetico appello, non dategli retta.  E’ un’esca per followers. Che però al momento hanno abboccato. Quattro milioni di storditi, anvedi! Quasi dù vorte Roma!

Ma cerchiamo, con buona volontà, di scandagliare le ragioni del suo inquietante successo. Se il concept appare risibile, rubacchiato da Bing  al fertilissimo filone catastrofico post  ‘Day After’, altrettanto risibile è il gracile risultato artistico. Soprattutto  comparato alla pretenziosità  dell’assunto.

E allora? I quattro milioni di adepti? Tutti decerebrati? Non cediamo subito alla stizzita tentazione di un ‘Sìììì!!!’ roboante. Perché almeno due punti di forza il nostro Kilmaru li ha. Primo: l’anonimato. Eclissarsi dalla pazza folla. Sottrarsi al fascino indiscreto  di vedere il proprio faccione – o faccino, o cappuccio – replicato sul web milioni e milioni di volte. Del resto, negli ultimi ventanni un pervicace anonimato si è rivelato ottima strategia di marketing per artisti di ogni specie: musicisti, scrittori, pittori street art (il famosissimo ed eccellente Banksy, per dirne uno).

Il secondo atout di Kilmaru –  più interessante, ha una storia secolare – sta nell’indiscutibile attrazione che suscita nei nostri cuori, nelle menti, l’immagine di una città spopolata. Più utopica che distopica, la quattrocentesca ‘Città ideale’ comunica pur sempre una leggera inquietudine. Le sue splendide proporzioni, la  diffusa luminosità che più che di sole sa d’anima, quel senso d’attesa e di fermo immagine che trasmette… cos’è mai successo? Ci ha espulsi tutti perché spettinati, imperfetti, oppure ci aspetta, rinnovati, purificati dalle acque lustrali del Rinascimento? Degni, finalmente, delle sue inviolate simmetrie?

Anche le allucinate, solitarie prospettive di De Chirico ci agganciano, da più di un secolo, con note simili. Attratti e insieme rifiutati da piazze ed edifici fatti da noi e per noi, e che d’improvviso reclamano una loro potente indipendenza. Possono fare a meno di noi. Anzi, deserte di noi, sono più pregne. Più belle.

Kilmaru, il tiktokkaro che nulla inventa ma tutto orecchia, gioca abbastanza sul sicuro. Con la pandemia di ieri l’altro, la catastrofe nucleare di dopodomani  e l’atrofia cerebrale dei Tiktokkari dai sei in su per abuso di  social,  filmare città artificialmente desertificate e strillare ‘Ho paura, aiutatemi!’ è refrain che ha facile presa.

Qualche giorno fa, mente mi arrabattavo mestamente attorno al ‘caso’ Kilmaru – quattro milioni di followers, un vero incubo – all’improvviso mi è apparsa una Grande Luce. Non quella bianca coi lumini della Madonna, ma quella nera e propositiva di Eric Adams. A lui si deve la geniale e clamorosa iniziativa di New York, la città di cui è sindaco. Proprio New York ha appena intentato causa contro Tik Tok, Instagram, Facebook, You Tube e Snapchat, con l’accusa di danneggiare la salute mentale di bambini e ragazzi.

Nello specifico: l’accusa rivolta alle megasocietà creatrici dei megasocial è quella di aver consapevolmente impostato e ‘lanciato’ le loro piattaforme col preciso e pernicioso obiettivo di ‘attrarre, catturare e creare dipendenza’ nei giovani.

‘Negli ultimi dieci anni – ha dichiarato il sindaco  – abbiamo visto quanto il mondo online possa esporre i nostri figli a un flusso continuo di contenuti dannosi, e alimentare la crisi nazionale della salute mentale dei giovani’.  100 milioni di dollari all’anno costerebbero a New York – secondo l’accusa –  i danni arrecati dai social. E’ ormai cosa più che accertata la correlazione tra l’uso smodato di queste piattaforme e l’aumento di ansia, depressione, cyberbullismo e altri disturbi mentali. Il che richiede un imponente profluvio di capitali per sostenere programmi di recupero e servizi sanitari. Senza contare il numero allarmante di suicidi – con curva in aumento – che si riscontra ogni anno nelle fasce di età più esposte.

Oh prezioso Eric Adams, che tu sia benedetto! E che tante e tante altre città appoggino la tua battaglia, che è quel che si augurano i newyorkesi. Italia, sei online? Farai, faremo qualcosa? Nel nostro piccolo, ovviamente, per quel che possiamo…ma faremo? E tu, Kilmaru di Casalecchio? Sei online, tu? Che ne diresti di un buon periodo di ‘off’? Mai pensato  di fuoriuscire dal computer quantistico e – come si diceva anni fa – di darti felicemente all’ippica?

1 Comment

  1. Pezzo leggero e divertente. Ma sì, anche istruttivo. Il mondo psichedelico di TikTok non lo conosco e non ne sento il bisogno. Siamo comunque un po’ tutti sotto il maglio dei social media. Vabbè… ormai questo arnese che ho in mano, questo attrezzo benedetto e maledetto, questo “smart”phone che però ci rende meno smart, fa parte integrante del nostro quotidiano. Sempre con noi, ovunque.

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