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Assange, perché rischia la vita il Navalny d’Occidente

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Assange, ovvero la cattiva coscienza dell’Occidente. Proprio nei giorni in cui l’opinione pubblica euroatlantica piange Aleksej Navalny, proprio in questi giorni, riesplode il caso del fondatore di WikiLeaks, il giornalista che ha osato rivelare l’indicibile della superpotenza americana.

Sembra fatto apposta. Anche qui ci troviamo di fronte al calvario di un uomo coraggioso che rischia di finire stritolato dal cinismo al cubo del potere contemporaneo. Solo che questa volta, dalla parte di chi perseguita ingiustamente, non c’è l’autocrazia russa ma la democrazia statunitense, la stessa democrazia che si è autonominata garante della democrazia nel mondo.

Il destino di Julian Assange è affidato in queste ore all’Alta Corte britannica, che dovrà decidere se aderire o no alla richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti, che accusano il giornalista australiano di spionaggio e cospirazione ai loro danni. Assange rischia 170 anni di carcere (praticante un ergastolo triplo), se non la pena di morte. Per bene che potrebbe andargli, finirebbe sepolto e dimenticato nel supercarcere di ADX Florence, in Colorado, dove si ritroverebbe in compagnia di autentici tagliagole intercontinentali come il boss messicano della cocaina El Chapo. Non esattamente una buona e salutare compagnia per un tipo perbene come lui.

La moglie del giornalista, Teresa, teme per la vita del suo consorte e ha apertamente  dichiarato che il suo Julian potrebbe fare la fine di Navalny. Anche perché Assange non sta bene. Dal 2019 è detenuto nella prigione di Belmarsh a Londra per violazione dei termini della libertà su cauzione a seguito delle discusse (e contraddittorie) accuse di stupro da parte della giustizia svedese, accuse poi peraltro cadute. La detenzione ha minato la salute di Assange, che non è in condizioni in questi giorni di essere nemmeno presente all’udienza che lo riguarda.

Ma perché il fondatore di WikiLeaks è vittima di una vera e propria persecuzione da parte degli Usa? Prima di rispondere è opportuno chiarire che accostare il caso Assange al caso Navalny non equivale affatto a mettere sullo stesso piano il sistema americano e quello russo. La democrazia, negli Usa come nel resto dell’Occidente, è certo lacunosa e, in più punti, malfunzionante, ma questo sistema non vive davvero la degenerazione autoritaria che sta vivendo la Russia nell’era di Vladimir Putin.

Il punto è che le zone di opacità dei mass media, la tendenza a oscurare le verità più scomode, l’alluvione di fake news nei social media e tutto ciò che altera e limita il sistema dell’informazione, favoriscono, anche nelle libere società dell’Occidente, l’espressione di quelle pulsioni all’arbitrio che sono sempre presenti nel potere, soprattutto a livello di apparati militari e di intelligence.

Ecco, proprio da qui, proprio dalla voglia di perforare il muro del silenzio e dell’omertà, nascono i guai giudiziari di Julian Assange. Attraverso la piattaforma WikiLeaks, il giornalista ha pubblicato migliaia di documenti segreti del Pentagono, della Cia e della Nsa su vergognose e sanguinose vicende che hanno visto per protagoniste le forze americane su vari teatri di guerra, dall’Iraq e all’Afghanistan. La geniale invenzione di Assange è quella di proteggere le fonti anonime che gli inviano file riservati e scottanti (soggetti perlopiù interni agli apparati) attraverso soluzioni tecnologiche avanzate come la crittografia, tutti sofisticati espedienti che rendono impossibile risalire alla  “gola profonda”.

Il caso mondiale di WikiLeaks esplose nell’aprile del 2010, quando il sito di Assange pubblicò un video segreto dal titolo “Collateral Murder”, che presentava le agghiaccianti immagini di un elicottero americano che trucidava gente inerme a Baghdad. «Una quindicina di civili – si legge nel libro di Stefania Maurizi “Potere segreto” che ripercorre la storia del giornalista australiano – erano stati fatti a pezzi da proiettili calibro 30 millimetri in dotazione all’Apache». Il dato terrificante, oltre che dalle immagini, viene dal sonoro. «A quanto pare -si legge sempre nel libro- , tutto lo spettacolo doveva aver provocato soddisfazione tra l’equipaggio, viste le conversazioni catturate nel video. “All right” diceva uno di loro ridendo, “li ho colpiti”. E ancora: “Guarda quei bastardi  morti”…».

Altri scottanti documenti pubblicati da Wikileaks riguardavano vittime civili delle truppe Usa in Afghanistan (di cui non s’era mai saputo nulla prima d’allora) nonché migliaia di cablo delle ambasciate americane nel mondo, molte dei quali contenevano imbarazzanti dichiarazioni dei diplomatici Usa, soprattutto riguardanti governi e personaggi politici di Paesi alleati. Da quei documenti confidenziali emergeva il senso di sufficienza e di superiorità con cui i fiduciari del governo americano consideravano tanti “amici” occidentali.

Da allora sono cominciati i guai per Julian Assange. Gli apparati Usa hanno giurato di fargliela pagare duramente. Certo, ogni governo non vuole rivelare gli scheletri nell’armadio del suo Paese (i classici “arcana imperii”). Ma, quando si tratta di casi efferati, non c’è segreto di Stato che tenga. Il potere d’Occidente potrebbe avere almeno il buon gusto di evitare di ergersi a campione dell’etica di fronte alle malefatte altrui.

 

 

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