Crescita zero, è questo l’obiettivo più ambizioso che il governo Meloni può porsi in questa legislatura. Non parliamo ovviamente di quella economica, che per fortuna continua a restare su valori positivi e più alti della media europea, ma di quella della popolazione, che secondo il rapporto Istat pubblicato ieri è minacciata da un tasso di natalità bassissimo. Nel 2023 il nostro Paese ha raggiunto l’ennesimo record negativo facendo segnare appena 380mila nuove nascite; dall’unità d’Italia a oggi non erano mai stati così pochi.
Ma cosa sta facendo il governo per chi vuole avere figli, e soprattutto per chi vuole averne più di uno?
Cosa è stato fatto
Nell’ultima Legge di bilancio si è deciso di affrontare il problema con un mix di incentivi alle coppie e alle aziende, al fine di rendere le famiglie più stabili dal punto di vista finanziario e quindi in grado di affrontare le spese che la presenza di un bambino comporta.
Prima di tutto è stato aumentato l’assegno unico universale per chi ha tre o più figli, per ora fino all’età di sei anni. È stato poi rafforzato con altri 150 milioni di euro il bonus asili nido, mentre il tetto dei fringe benefits è stato raddoppiato (solo per chi ha prole) da 1000 a 2000 euro.
Le aziende che assumono donne che hanno già figli con un contratto a tempo indeterminato ricevono poi una deduzione del 130%.
Chi decide di avere un secondo figlio e ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato potrà poi contare sulla decontribuzione fino a 10 anni di età del figlio minore, mentre chi arriva al terzo se l’assicura fino ai 18 anni del più piccolo. In altre parole si è esonerati dal pagamento della parte dei contributi previdenziali a carico del lavoratore.
Quello che (ancora) manca
Non è finora stato affrontato il tema centrale, ovvero la mancanza di asili nido (non solo pubblici, pure privati). Mancando strutture in grado di accogliere i bambini fino ai tre anni la soluzione scelta da quasi tutte le famiglie è lasciare che la moglie rinunci a cercare un lavoro o addirittura a lasciarlo se l’aveva già. In questo senso i dati pubblicati ieri dal Censis sono impietosi: nel 2022 61mila genitori (la quasi totalità donne) hanno lasciato il proprio impiego in seguito alla nascita di un figlio, contro gli “appena” 39mila del 2017. Un dato allarmante perché in crescita, e che purtroppo non sembra che il governo, con le misure finora adottate, riuscirà a invertire.
Un altro numero fornito dal 7° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale è impietoso: il tasso di occupazione delle madri è del 58,6%, quello dei padri dell’89,3%. Il divario più alto d’Europa, maggiore persino di quello della Grecia. Il motivo è sempre lo stesso: secondo lo studio il 41,7% delle madri si sono dimesse perché era impossibile conciliare il lavoro con la cura dei figli per via della carenza dei servizi di cura (leggi mancanza di asili).
Non c’è dubbio che questo esecutivo stia dando importanza, non solo a parole, al problema dell’invecchiamento della popolazione, e va riconosciuto che le misure approvate fin qui non sono semplici pannicelli caldi. Ma è vero anche che il problema potrà al massimo essere arginato finché non si approveranno delle politiche che affrontino il problema dei problemi, ovvero la scarsissima percentuale di donne che in Italia lavorano. Per farlo bisogna garantire asili per tutti, senza se e senza ma. Un lavoro enorme (attualmente appena il 27% dei bambini in età da asilo ne frequenta uno) ma indispensabile. Se ci riuscirà, la Meloni potrà dire di essere stata la prima premier ad aver davvero pensato alla famiglia da trent’anni a questa parte.
Bonus per le mamme, ecco cosa ha fatto il governo



