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Ponte sullo Stretto, ecco la vera posta in gioco

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Ponte sullo Stretto, si riaccende lo scontro politico. Assistiamo in questi giorni all’ennesima puntata di un classico della contrapposizione tra destra e sinistra in Italia, che potremmo anche riformulare come lo scontro tra la “politica del fare” (almeno come aspirazione) e la “politica del divieto e del vincolo”.

Parliamo di un classico così classico da diventare uno dei simboli della contesa politico-ideologica nel nostro Paese. E ciò almeno da una venticinquina d’anni, da quando cioè Silvio Berlusconi lanciò l’idea immaginifica di collegare la Sicilia al Continente attraverso un’infrastruttura lunga poco più di tre chilometri. Un’inezia, in definitiva, se paragonata ad altre grandi opere realizzate negli ultimi decenni in Europa, come il ponte Vasco De Gama di Lisbona, inaugurato nel 1998 e che si allunga sull’estuario del fiume Tago per la bellezza di dodici chilometri, o come il tunnel sotto la Manica, aperto nel 1988 e lungo a sua volta cinquanta. Ma, che volete farci… così è l’Italia, l’Italia dove si può bloccare per anni un’opera strategica come il metanodotto Tap (che porta il gas dell’Azerbaigian nel nostro Paese) per proteggere non so quale specie di tartaruga che vive a largo delle coste pugliesi, e dove non si può trivellare nell’Adriatico al fine di estrarne il petrolio, per la gioia dei nostri dirimpettai croati che trivellano alla grande, in barba ai dogmi dell’ecologismo regressista che la fa da padrone nell’ex Belpaese.

Ma, per tornare al Ponte sullo Stretto, vale la pena sottolineare che questa volta la polemica è stata provocata da un esposto alla Procura della Capitale presentato da Elly Schlein, Nicola Fratoianni, e Angelo Bonelli, iniziativa che ha attivato un’inchiesta dei pm romani. Nell’esposto dei leader della sinistra si mettono sotto accusa le procedure avviate dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini per sbloccare la costruzione della grande opera.

Va notato di sfuggita che il tipo di iniziativa adottata dal terzetto dell’opposizione (un esposto in Procura) la dice lunga sulla dipendenza psico-ideologica che la sinistra nostrana continua a nutrire verso la magistratura: si punta a utilizzare l’arma giudiziaria per risolvere a proprio vantaggio una contesa politica. E poi ci lamentiamo se i giudici adoperano con tanta disinvoltura lo strumento delle inchieste a orologeria…

Ma, in questo caso, la questione politicamente più rilevante l’ha ben descritta lo stesso Salvini quando ha dichiarato che «solo in Italia la sinistra riesce a dire no alle opere pubbliche». E già,  la sinistra italiana è la sinistra dell’“anti-opera” in nome dei vincoli ecologici-ideologici. Per Schlein e compagni, l’Italia non dovrebbe essere altro che un immenso museo a cielo aperto, dove non si possono realizzare neanche opere strategiche che danno sviluppo, modernizzazione e lavoro. Nel caso del Ponte sullo Stretto, la posta in gioco politica s’è fatta ancora più importante perché, visto che parliamo di una contesa-simbolo che dura da decenni, l’eventuale realizzazione di tale infrastruttura sarebbe una sorta di monumento perenne alle capacità realizzative dell’attuale governo di centrodestra, oltreché naturalmente una grande vittoria personale di Salvini. Collegando la Sicilia al Continente, il Ponte sullo Stretto si tradurrebbe, tra le altre cose, in grandi benefici al pil dell’isola e dell’intero Paese.

Ma la portata politico-simbolica del Ponte è anche storica. Perché la sua realizzazione stabilirebbe inevitabilmente un legame ideale tra la destra attuale e i governi dell’Italia del boom negli anni Cinquanta e Sessanta, i governi che sapevano conciliare le rigorose politiche di bilancio pubblico con la realizzazione delle grandi opere che hanno consentito all’Italia di compiere in pochi anni un grande balzo in avanti nel campo della modernizzazione infrastrutturale. Pensiamo soltanto alla grande rete autostradale o all’apertura, nel 1964, del traforo del San Bernardo.

Dopo quella stagione l’Italia ha conosciuto un progressivo e incredibile declino. È  come se avessimo piano piano perso la voglia di costruire il futuro. Vale la pena di fare un confronto emblematico. Per realizzare il tratto autostradale tra Bologna e Firenze (cinquanta chilometri di tunnel e viadotti) ci vollero quattro anni, dal 1958 al 1962. Per realizzare, sullo stesso tratto, la variante di valico tra Roncobilaccio e Barberino di Mugello, ce ne sono voluti una trentina.

Speriamo solo che la “politica del fare” non sia solo uno slogan. Se così, malauguratamente, fosse, la destra di governo perderebbe un grande appuntamento con la storia. E non sarebbe purtroppo la prima volta…

 

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