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Preraffaelliti: il lato “A” della donna

5 minuti di lettura

di Carlotta Wittig

Inghilterra, Europa, Mondo. Anni di grazia 1848/1900. Avevano volti – non faccine. Ed erano donne, le modelle proletarie dei Preraffaelliti. La Confraternita di questi pittori gentili e sovversivi condivideva coi nostri stilnovisti del Duecento l’idea della Donna – di certe donne – come ponte preziosissimo tra l’uomo e Dio.

Potremo ora contemplarne a sazietà le luminescenti immagini nell’ampia mostra ‘Preraffaelliti, Rinascimento moderno’, aperta due giorni fa a Forlì.

Italia, Cina, Mondo, anni di disgrazia 1990/2024 (la data d’inizio è approssimativa).

Senza volto, femmine, ma non donne. C’invadono da tutti i PC, da tutti i social. You Tube Tik Tok Instagram and so on. Replicanti di modelle. Indossano di tutto, meno che se stesse.

Su una gigantesca piattaforma cinese, ‘Lightinthebox’, che propone migliaia di outfit a prezzo stracciato, sfila un’impressionante plotone d’indossatrici decapitate. Sarebbero piaciute a Robespierre. E a Monsieur Guillotin, medico e rivoluzionario, che diede il nome alla ghigliottina. Ai tempi del Terrore caldeggiò l’uso di questo simpatico strumento tagliateste. Calava come un fulmine sui colli degli aristocratici, non sbagliava un colpo. Presto e Bene. Anche la morte ha diritto ai suoi aggiornamenti.

Tornando alle indossatrici decollate, made in China: nello store online ne vediamo il longilineo corpo, il vestito più o meno accattivante, i piedi ben calzati. La testa non c’è. Tagliata via dalla foto. Superflua. Solo il vestito conta. E le scarpe. L’effetto è piuttosto macabro. Avvilente, se ci si riflette. Estrema deriva di donne svendute.

Tutto è cominciato quando il lato A della donna ha perso quota. Trombettieri, fotografi, machisti d’ogni contrada, unitevi! Diamoci una mano, formiamo solidali girotondi, innalziamo alle stelle il giocondo, inespressivo e (soprattutto!) silente Lato B delle femmine.

Inizialmente poté anche sembrare una moda allegra. Franca e villereccia. Hello, girls! Donne e ragazze di tutto il mondo, siate meno lunari, meno snob, tutte volto, pathos e anima. Giratevi un po’, fateci vedere anche il dark side. In fin dei conti, se ben modellato è una bella vista.

Anche il Magnifico, pur Gran Signore com’era, scrisse scanzonati canti carnascialeschi. Il che, oltre a divertirlo, era sagace mossa politica. Piaceva ai suoi fiorentini. Del resto è usanza certificata e assai antica quella di rivolgersi ai Tutti con opere sia serie che farsesche, in modo da poter soddisfare i diversi palati e cervelli.

Nell’Atene del V e del IV secolo( a.c) il Teatro veniva preso assai sul serio. Era la loro Tv, il loro megasocial, lo gestiva lo Stato, lo finanziavano i cittadini più abbienti. Si rappresentava nei giorni delle loro maggiori feste. Ad Atene, nelle Grandi Dionisie (inizio primavera) si arrivò a raccogliere nell’enorme Teatro di Dioniso (all’aperto) qualcosa come 17.000 persone. Estrazione sociale variatissima, molti accorrevano da paesi vicini. Durante i tre giorni di mise-en-scène (dall’alba al tramonto) si fruiva sia di ‘alti’ – e perturbanti – contenuti drammatici (le Tragedie), che ‘medi’ (le Commedie) che ‘bassi’ (drammi satireschi). Concepiti, questi ultimi, come farse sboccate, per agganciare la bassa folla.

Fellini, ai tempi del suo più clamoroso e mai invecchiato successo – ‘La dolce vita’ – aveva fatto pienamente sua questa lectio magistralis dell’antichità. Le straripanti, magnanime mammelle di Anita Ekberg seppero ben attrarre copiosissime platee, dall’Alpi alle Piramidi. In una narrazione filmica a 360 gradi, dove il tragico, perturbante suicidio di Steiner convive a meraviglia con la commedia beffarda dei bambini burloni che giocano a vedere la Madonna, e col dramma satiresco della stracca, inconclusa orgetta finale.

Per gli acquirenti d’opere d’arte, poi, il retro d’un quadro – il suo lato B – dice parecchie cose. Aiuta a quotarlo. Può fornire indicazioni preziose circa l’età del dipinto. E può rivelare segreti circa i vari restauri applicati all’opera.

Ma che ne direste di andare agli Uffizi e trovarvi tutti i quadri girati? Di vederne solo l’opaco retro? Ne sareste ammaliati? Commossi? Vi comunicherebbero lo stesso brivido d’eternità dei dipinti al diritto? No, siatene certi. Ne uscireste oppressi e depressi, in deficit di Prozac. O di un buon Bourbon doppio, se è l’alcol il vostro salvagente preferito.

I Preraffaelliti, in controtendenza rispetto ai nostri soavi Tempi Moderni, privilegiarono nettamente il lato A della donna. Il volto, l’incarnato, i capelli. Lo sguardo. La mente. Il segreto sentire. Ecco perché le loro modelle ci appaiono – tutte – così speciali.

John Ruskin, il grande critico che li difese e protesse con l’ardire d’un antico paladino, ebbe a dire della più celebre di queste fanciulle ‘Anche solo guardandola riesci ad emendarti dei tuoi peggiori difetti’. Parlava di Elizabeth Siddal. La più raccontata e deificata. Il che le viene facilmente perdonato, perché a differenza delle compagne ebbe vita tragica. Il che, come si sa, catalizza la simpatia delle folle. Pagò con lauti interessi il privilegio d’esser stata spiritualmente bella, eternata da Millais in ‘Ofelia’, amata e impalmata in extremis dal più noto dei confratelli, Dante Gabriele Rossetti. Elizabeth, detta Lizzie, morì suicida a 32 anni. Overdose di laudano. Un composto di oppio e alcool, potente e tossico. Antidolorifico, antispatico e sonnifero, usatissimo ai tempi, sia per vivere che per morire. Rossetti, morbosamente innamorato, ma ancor più morbosamente infedele, per sfuggire alle fauci della colpa fece sigillare nella bara di lei l’unica copia d’un suo libro di poesie. Negli anni seguenti continuò a piangerla, a tradirla, a rievocarla nei suoi dipinti. E a sabotarsi la salute con laudano e company. Oltre a Lizzie, rimpiangeva il suo perduto libro di poesie, incautamente inumato. Amici fidatissimi dissuggellarono il gelido sepolcro e recuperarono il manoscritto. Al tormentato pittore raccontarono una Favola Bella: il corpo di Lizzie era intatto, come fosse stato sepolto il giorno prima. Tutto molto wagneriano, Tristano e Isotta, il filtro d’amore che annienta tempo e spazio, cancella doveri, leggi, convenienze e trasporta gli amanti in un’eternità altissima, sgravata. E anche molto Dante, che il pittore, d’ascendenza per metà italiana, conosceva a memoria e coltivava con assoluta dedizione nei complicati orti del suo cuore.

Ma Elizabeth Siddal è un caso a sé. Le sue colleghe ebbero vite assai più felici. Con loro Lizzie condivise solo le umili origini. Terza di otto figli (il padre era un coltellaio), crebbe in un quartiere povero di Londra e appena adolescente cominciò a lavorare in una modisteria. Lì fu scovata da Deverell – pittore giovanissimo, entusiasta e membro della Confraternita.

Jane Burden – l’unica di queste pallide donne a far sfoggio d’una lussureggiante chioma corvina – era figlia di uno stalliere di Oxford e di una donna delle pulizie.

Annie Miller era cresciuta nei bassifondi di Chelsea, Fanny Conforth proveniva dalla classe operaia rurale più bassa della società inglese, mentre la strepitosa Alexa Wilding poteva vantare, rispetto alle altre, una qualche parvenza d’ istruzione e il non aver fatto la fame. Era figlia unica, suo padre fabbricava pianoforti, gli zii erano macellai, le bistecche da bambina non le erano mancate. Sapeva leggere e scrivere, aveva letto qualche libro e coltivava il sogno di far l’attrice.

Come si comportarono con loro i bizzarri pittori della Confraternita – tutti appartenenti alla ‘upper class’, per definzione abbastanza impermeabile ai travagli della ‘working’? Oltre a retribuirle come modelle?

Ebbene no, non le invitarono a cene eleganti, nonché fuorvianti. Né a feste alla chetamina, da cui sarebbero riapprodate per direttissima, magari a brandelli, a quei marciapiedi che le avevano denutrite.(E ringrazia Dio, bambola, se ancora respiri!)

No. Questi originali confratelli ebbero, tutti, l’originalità d’innamorarsene. Ritennero – imbranati, eh? sciocconi! – che fosse loro sacro dovere soccorrere l’umiliante analfabetismo che le affliggeva. Offrirono lezioni private. Lingua, letteratura, storia, dizione. Se dotate d’un qualche talento artistico le spinsero a coltivarlo. Le sposarono, suscitando vivo disgusto nelle proprie famiglie. John Ruskin, il critico che volava alto, appena intravide nella malinconica Lizzie Siddal le flebili tracce d’un talento pittorico, la sovvenzionò con un buon stipendio mensile perchè potesse coltivarlo in santa pace. L’incoraggiò, la fece esporre. Se alla fine lei naufragò nel laudano, non fu certo colpa sua.

Dicevano, nonni e bisnonni, che ‘il tempo è galantuomo’. Rimette le cose al posto giusto. Magari c’è del vero. Pensate al Lato B del teatro greco, ai drammi satireschi. Fatti per sghignazzare. Ne produssero a iosa, ma a noi ne è pervenuto uno solo. Va incomparabilmente meglio col Lato A. Trentatre tragedie e tredici commedie hanno superato indenni gli agitati marosi di venticinque secoli. Perfette, intere e parlanti, oggi come allora. Certo, servono orecchie per intenderle e occhi per vederle. Ma alla fine, forse nonno aveva ragione. Il tempo è galantuomo.

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