/

Perché rilanciare la Sardegna sarà quasi impossibile

2 minuti di lettura

Appuntamento al 2029. Tanto ci vorrà, con tutta probabilità, perché i leader politici nazionali si facciano rivedere in Sardegna, a meno che non sia periodo di ferie e allora una puntatina in spiaggia ci può stare. È ora che la partita per la neopresidente Todde si fa dura; vincere contro un candidato debole come Truzzo, sia pure per 1.500 voti, è stata la parte facile dell’impresa. Perché la candidata del “campo largo” sinistro-grillino dovrà ora lavorare senza l’aiuto di Roma al rilancio di una regione in enorme difficoltà economica, sempre più isolata dal resto del Paese e mai stata in grado di costruire un modello di sviluppo svincolato dal turismo estivo.

Il nodo trasporti

La prima nota dolente sono i collegamenti con “il continente”, sempre più difficili e costosi e ormai del tutto dipendenti, per quanto riguarda quelli aerei, da Ryanair, che di fatto ha sostituito l’ormai inesistente compagnia di bandiera nelle preferenze dei sardi. La quale si comporta da quello che è, un’azienda straniera che mira a massimizzare i profitti, e non si è quindi fatta problemi a cancellare varie rotte invernali – vitali per chi in Sardegna vive e lavora – in risposta al discusso decreto Urso che lo scorso anno aveva cercato di frenare il fenomeno del caro voli applicando una specie di algoritmo destinato a calmierare i prezzi dei biglietti durante l’alta stagione.

Non parliamo poi delle tratte di trasporto interne: per andare da un capo all’altro dell’isola, ovvero da Cagliari a Sassari, ci vogliono ben quattro ore di treno, una in più che per spostarsi da Roma a Milano nonostante la distanza da coprire sia di appena 200 chilometri.

Non va meglio nel comparto traghetti, vitali per trasportare tutte le merci che la regione deve importare ed esportare. L’aumento del costo dei carburanti e la scarsa concorrenza hanno reso sempre più difficile e costoso far muovere le merci, causando ovvie ricadute sulla competitività dell’industria locale.

Fabbriche inesistenti

Già, l’industria. Ma che industria rimane in Sardegna? Mentre i giornali parlano – giustamente, ci mancherebbe – quasi ogni giorno della chiusura delle acciaierie di Taranto, solo la stampa locale si occupa della crisi del Sulcis, il cui polo metallurgico è ormai in dismissione e tutto ciò che è rimasto ai cittadini sono discariche piene di scarti di lavorazione e sostanze inquinanti che hanno convinto la popolazione a non consumare ortaggi prodotti nella zona. L’unico business che sembra avere successo è quello delle pale eoliche, che continuano a occupare terreni abbandonati dall’agricoltura e che, in cambio di un magro introito, stanno rovinando il paesaggio sardo quasi quanto quello pugliese.

L’unica area della Regione che dà un’impressione di benessere, senza contare i villaggetti turistici della Costa Smeralda dove i sardi non vivono di certo, è il capoluogo Cagliari. Il resto della regione, soprattutto nell’entroterra, sembra abbandonato a se stesso, privato pure di quegli annunci elettorali come il Ponte sullo Stretto che se non altro costringe ogni tanto la politica nazionale a occuparsi della Calabria.

Insomma, viene quasi da pensare che la maniera davvero signorile con la quale Truzzu ha concesso la vittoria, chiamando la Todde per complimentarsi e prendendosi tutta la responsabilità della sconfitta, sia dovuta anche al fatto di sapere di essersi risparmiato una sfida da far tremare i polsi. Vedremo presto se la neoeletta governatrice riuscirà a vincerla.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Povertà energetica, in aumento tra le fasce medie

Articolo successivo

Calcio: Celta Vigo. Benitez a rischio, con l’Almeria posta in palio alta

0  0,00