Effetto Sardegna sull’Abruzzo? Elly ci spera. Ma…

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Effetto Sardegna sull’Abruzzo e magari anche sulla Basilicata? Elly Schlein ci spera. E con lei ci sperano un po’ tutti quelli del “campo largo”: da Giuseppe Conte al vecchio Pier Luigi Bersani. Ma la realtà potrebbe riservare amare sorprese ai ringalluzziti esponenti della sinistra.

Nella Regione amministrata da Marco Marsilio la situazione è ben diversa e il centrodestra risulta ben più unito rispetto alla sbrindellata coalizione che ha perso le elezioni di domenica scorsa nell’isola tirrenica.

Intendiamoci, la sinistra ha tutto il diritto di credere che il vento stia cambiando, come ha detto trionfante la segretaria del Pd atterrando lunedì mattina in Sardegna insieme con il suo alleato-rivale Conte. In effetti la batosta è stata pesante per Giorgia Meloni, che aveva imposto il suo candidato senza sentir ragioni. E ciò anche a costo di litigare con Matteo Salvini e di mostrare agli elettori sardi l’immagine di un centrodestra diviso, un eccesso di “sicurezza” che è stato chiaramente punito nell’urna. La premier ha anche perso quell’aura di “invincibilità” che l’ha accompagnata dalla vittoria elettorale del settembre 2022 in poi. Insomma, non ci voleva proprio, per la leader della destra, questa battuta d’arresto in un momento che la vede peraltro in prima fila a livello internazionale in qualità di presidente di turno del G7.

Ma da questo a prevedere un effetto domino sull’imminente scadenza elettorale abruzzese, se non addirittura un effetto trascinamento sulla costruzione di un’alternativa politica al centrodestra di governo, ce ne corre assai, eccome se ne corre. In realtà, in questo momento, più che di un effetto politico, si tratta di un effetto psicologico dettato dall’euforia. Ma da domani comincerà un’altra partita.

Le condizioni del campo di gioco sono da oggi completamente diverse. E lo si vede già dal mutato atteggiamento degli avversari. I leader del centrodestra c’hanno messo un nanosecondo a recepire l’amara lezione sarda e non sono affatto volati gli stracci come speravano i campioni del centrosinistra, soprattutto i seminazizzania della stampa fiancheggiatrice, che subito, martedì mattina, hanno rigirato il coltello nella piaga del voto disgiunto, essendo mancato a Paolo Truzzu un decisivo quattro per cento per effetto della perversione dei due distinti voti tra lista, da una parte, e candidato alla presidenza regionale, dall’altra.

È ormai tutto chiuso e archiviato. Nella giornata di ieri è arrivata una bella nota congiunta firmata da Meloni, Salvini e Tajani nella quale, oltre a esprimere «rammarico» per il risultato della Sardegna, si afferma anche il comune impegno a «lavorare imparando dalle nostre sconfitte come dalle nostre vittorie».

E a suonare la tromba della riscossa è stato Salvini, il quale si è detto «assolutamente ottimista per l’Abruzzo, vinceremo». È quindi lecito ritenere che nei prossimi giorni non assisteremo alle tensioni e alle divisioni che hanno attraversato il campo del centrodestra nelle settimane che hanno preceduto il voto sardo.

A spegnere gli entusiasmi del “campo largo” provvede anche un sondaggio di Noto (l’ultimo pubblicato prima del black out pre-elettorale) che assegna al governatore uscente di centrodestra Marco Marsilio un vantaggio di circa sei punti sullo sfidante di centrosinistra Luciano D’Amico (53 a 47). È circolato per la verità anche un altro sondaggio, che restringe il vantaggio del centrodestra a poco più di un punto percentuale (50,6 a 49,4), ma si tratta di una rilevazione da prendere con le molle perché commissionata dal Pd.

Fa in ogni caso riflettere il fatto che il candidato di centrosinistra abruzzese è espressione di un campo “larghissimo”, essendoci dentro anche Azione di Carlo Calenda. Per cui la sua eventuale sconfitta sarebbe una sconfitta doppia per Schlein e compagni: all’esaurirsi dell’effetto Sardegna si aggiungerebbe la dimostrazione che il centrodestra non perde neanche se deve affrontare tutta l’opposizione unita.

Ma, al di là di effetti che irrompono e di venti (o venticelli) che “cambiano” direzione, un’alleanza che vada da Calenda a Conte (passando per Schlein) sconta, almeno oggi, un non lieve handicap: la mancanza di una leadership riconosciuta dall’intero “campo”, cioè la figura di un autorevole “federatore”. Il leader del M5S punterebbe a essere lui il candidato premier ed è assai improbabile che la leader del Pd glielo lascerebbe fare. Anche perché la Meloni, saggiamente, ha eletto la Schlein a sua principale avversaria. Il centrosinistra dovrebbe inventare una figura simile a quella che a suo tempo fu rappresentata da  Romano Prodi. Ma i tempi sono cambiati. La Schlein non è D’Alema e men che meno Conte può essere paragonato al professore bolognese.

Al dunque le elezioni, più che vincerle il centrosinistra, può perderle solo il centrodestra. Come si è ampiamente visto in Sardegna.

 

 

 

 

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