Bella da morire

mercoledì, 6 Marzo 2024
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Mara Lupporini, la ventenne riminese vincitrice del concorso Miss Riccione 2023, è stata uccisa a coltellate dal fidanzato, Kevin d’Alessio. ‘Aveva raggiunto un milione di followers su TikTok, non era più lei, parlava di lasciarmi, ho perso la testa’ ha dichiarato il ventiduenne durante un interrogatorio’. Plausibile? Sì. Vero? No.

Si tratta del concept per un film a tema ‘femminicidio’ elaborato dall’intelligenza artificiale di Microsoft. Il suo nome è Bing, il nick richiama l’idea d’un solerte cane da riporto, ma è molto di più. Potremmo definirlo una sorta di aggiornamento moderno del devotissimo e ipercerebrato maggiordomo Jeeves (P.G.Woodehouse). Quello, per intenderci, che risolve sempre gli spinosi problemi del suo giovin signore, l’infingardo e sfaccendato Bertie Wooster.

Circa il concept richiesto al fulmineo Bing, gli è stato anche suggerito che questo film a tema femminicidio dovesse far riferimento a un movente specifico:  vittima che si  guadagna l’invidia corrosiva e poi l’odio omicida del compagno perché troppo amata dai social. L’esperimento A.I. non è stato fatto  per gioco, ci mancherebbe. La questione femminicidio è sempre più allertante. Nel 2024 il numero di vittime in Italia è in ascesa. Più di quattro al mese. Una e più a settimana insomma. Moventi: quasi sempre riconducibili a un’unica nota di fondo. La donna – moglie, amante o fidanzatina che sia – scopre che vuole e puo’  fare a meno del compagno. Costui, via via, si è trasformato in intollerabile gravame – croce – palla al piede – tortura – ergastolo. Scegliete voi, il risultato è lo stesso. Lei non ce la fa più. Lo lascia. Lui non regge l’onta. Si dispera, s’inginocchia, implora, frigna, ricatta, minaccia, malmena. Si dibatte nella rete vischiosa della propria impotenza. Alla fine – la donna fa sul serio, tra vivere e imputridire ha scelto vivere – lui l’uccide. E perfino uno sterile figlio d’algoritmo come Bing di Microsoft lo sa. Se gli chiedi la trama per un film su un caso di femminicidio, con la donna colta in flagrante delitto di ‘mi-rifaccio-una-vita’, in un nano secondo ti sforna il concept dove il movente è: lei ha un milione di followers su Tik Tok.

Se pensate  sia faccenda spiccatamente italica e contemporanea, siete fuori strada. A Parigi nel 1929 – cent’anni fa, un secolo! – Augusto Genina, uno dei padri del cinema italiano che all’epoca viveva in Francia, girò ‘Prix de Beauté’. Il film, che sfondò alla grande, in Italia si chiamò ‘Miss Europa’.  Soggetto: René Clair. Sceneggiatura:  Clair e Wilhelm Pabst. Protagonista: Louise Brooks. Bingo! (da non confondere col nostro Bing). Il Gotha del cinema europeo di allora. L’abbagliante Louise Brooks, col suo caschetto corvino, le guance  di ragazzina, il mix esplosivo d’Innocenza e Lucifero che sprizza dai nerissimi occhi,  con ‘Miss Europa’ e il contemporaneo ‘Il vaso di Pandora’ ( Pabst) fu incoronata star mondiale.

Ed ecco il soggetto di ‘Miss Europa’: ‘Una dattilografa parigina, Lucienne, diventa quasi per caso prima Miss France e poi Miss Europa. Le si aprono le porte del gran mondo,  ma il fidanzato André,  modesto impiegato, reagisce con violenza e la lascia. Lucienne rinuncia a tutto per vivere con lui. Ma  una seconda occasione  bussa alla sua porta. E’ il Cinema che la reclama, il volto di Miss Europa ha conquistato milioni di cuori. Lucienne lascia André, la vita con lui s’è  rivelata pesante e depressiva. André  la ritrova, si vendica e l’uccide.’

Non tanto diverso dal concept di Bing, no? Allora come ora. Milioni di cuori, milioni di followers. Ti amo, ma se vinci ti sparo. Ti accoltello, ti faccio fuori.

‘Donne, asini e noci vogliono mani atroci’, raccomanda un proverbio toscano. Udite udite! E’ ‘l’antica saggezza popolare’ che parla. Dalle dolci colline toscane. Quelle coi ‘bei cipressetti, cipressetti miei’. Ci stupiamo se da questo evoluto grembo continuano a fuoriuscire maschi sbagliati, con licenza d’uccidere?

5 luglio 1902. Campagne intorno a Cisterna di Latina. Maria G. (11 anni) viene colpita undici volte con un punteruolo in seguito a un tentativo di stupro dal ventenne A. Serenelli. All’indomani, la bambina muore all’ospedale di Nettuno per peritonite, sopravvenuta dopo l’intervento chirurgico. L’aggressore è condannato a 30 anni di carcere.

La terra che ha partorito il delitto è dura, spietata. Ci troviamo nel bel mezzo delle infernali paludi dell’agro romano. Terre dannate, che prima della colossale bonifica mussoliniana  inghiottivano salute e vite di chi si arrischiava a coltivarle. Spinti non certo da masochismo,  ma dal più potente dei motori: la fame. E dalla mancanza di lavoro. Come la famiglia di Maria. Padre, madre e sei figli, approdati in questo inferno dalle Marche. Palude vuol dire malaria, si sa. Il padre di Maria ne fu falciato assai presto. La bambina, al momento della morte ( era alta un metro e trenta e vistosamente sottopeso) presentava sintomi della stessa malattia, in fase avanzata. Oltre a ciò – tratto comune a quasi tutti i figli dei piccoli coltivatori – era analfabeta. E il suo corpo recava le stimmate di  lavori pesanti affrontati fin dall’infanzia.

Perché resuscitare questo tragico caso di femminicidio? Non sarà certo stato l’unico, in quei tempi feroci. Il fatto è che il cognome di Maria è Goretti. E che la partecipazione emotiva, spontanea, infiammata dei contadini a quel fatto di sangue, attirarono il vigile occhio di Santa Romana Chiesa. Che nel 1950 la fece Santa. Molti anni prima, già il regime fascista aveva cavalcato l’onda mai spenta della devozione popolare: si patrocinò il culto d’una figura d’Innocente, amatissima dai coltivatori delle paludi bonificate.

Cara, sprovveduta, amorevole Maria, non sperare che sia finita qui. Viva, chi mai si era occupato di te? Tolti tua madre, i tuoi fratellini, il tuo assassino, per chi mai hai contato qualcosa? La morte, invece, ti ha fatta preziosa. Contesa. Una Star del Paradiso. Le tue spoglie spirituali se le sono litigate in tanti. Il giovane dirigente di Sinistra Enrico Berlinguer ti additò come esempio da seguire alle giovani militanti comuniste. Per il tuo coraggio, la tua tenacia. In effetti, eri sempre stata molto netta nel respingere gli assalti del tuo persecutore. Berlinguer fu seguito a ruota nel ’53 da Togliatti, probabilmente indispettito dalla tua canonizzazione. Ti ripropose come modello alle giovani comuniste della FGCI. Rivalità tra Chiese. Viceversa, al femminismo più agguerrito degli anni ’70, non  piacevi affatto. Il che è comprensibile. Venivi percepita come intollerabilmente dolciastra, vilmente sottomessa a Dio e Famiglia. Non sono poi mancati gli affilati artigli degli iperlaici, che si sono accaniti a lacerarti la cattolica aureola, riducendo la tua vicenda  a un povero,  sgrammaticato copione. Un comune evento di cronaca nera,  partorito da una sinistra Trinità: miseria, ignoranza e degrado.

Sfortunata bambina:  violata forse più crudelmente da morta che da viva.

Ma c’è stato un uomo  – un regista – che a Maria Goretti nel 1949  dedicò un capolavoro. Un film. Bianconero. Ci voleva probabilmente un artista per sintonizzarsi con le sottili frequenze di una fanciullina che non fu nulla né nulla possedette, a parte il cielo.

E proprio ‘Cielo sulla palude’ è il titolo del film di Augusto Genina. A Venezia fu un trionfo. Leone d’Argento e premio alla regìa.  Sorprendentemente, parliamo dello stesso uomo che aveva firmato il mondanissimo ‘Miss Europe’. Qui però si mosse su partitura di segno opposto. Una partitura scabra e ispirata, dominata dalle note oscure del paesaggio di Campomorto, tetro e irredimibile come l’Inferno della Commedia. Neri alberi contorti, acquitrini traditori,  cieli bassi,  vapori ingannevoli che confondono  il viandante. Pure, in queste terre avvelenate, c’è chi lotta, chi vive, chi caparbiamente manda avanti il lavoro durissimo della più ingenerosa delle campagne. Puntuale, stringato, essenziale – nel film – il muoversi e il parlare di queste genti contadine. Né gesti, né parole –  nemmeno un articolo  – di troppo. Riprodotto con attenzione da appassionati etnologi il divario tra i modi, le intonazioni sommesse, umili, pazienti dei nuovi arrivati marchigiani e la tracotanza esuberante, il vitalismo spesso brutale dei contadini laziali. Al di sopra di quest’impasto così magistralmente dosato levita, per così dire, la figuretta di Maria. Toccante come la Cosette di Hugo, a differenza di quella Maria non è orfana. Ha una famiglia, la amano. Ci pensano la miseria, le paludi, l’instabilità mentale del suo giovane persecutore a vessarla. A parte due  o tre momenti in cui Genina paga il suo tributo alla committenza cattolica – “ San Paolo” – tutto il film più che a Santi,  Crocefisso e  Madonna s’inchina a ben altro altare: quello della Verità.

Del resto, ce lo dice lo stesso regista, quando coi suoi toni seri e gentili  racconta d’aver voluto fare ‘…un film che, attraverso un’azione vera, veridicamente riprodotta, potesse mostrare a nudo il volto di questa martire, della quale non si saprebbe dire se sia stata troppo bambina o troppo donna…’ 

In effetti non si può dire. Disarmata, infantile, obbediente nella vita d’ogni giorno. Grandissima – e sola – nel suo rapporto col Cielo.

E il critico che ha appioppato a un regista del calibro di Genina l’infamante targhetta ‘neorealismo d’appendice’, ha soprattutto infamato se stesso. Se scolaro, ai tempi dei nostri nonni, meriterebbe orecchie d’asino e dritto in piedi dietro la lavagna senza merendina, fino alla fine dei suoi asfittici giorni. Gioverà ricordargli che autori di serie C come Tolstoj (Guerra e pace), Dickens (David Copperfield), Flaubert (Madame Bovary) and so on, pubblicarono tutti, e con orgoglio, in appendice. Certe targhette, palesemente suddite di questa o quella corrente ideologica, sanno di miasmi peggio delle paludi di Campomorto.

Piuttosto, dolci critici, perché non ce lo restituite, questo Genina? Questo dimenticato Grande? Sarebbe un modo garbato di dar senso alle vostre esistenze.

2 Comments Lascia un commento

  1. Istruttivo. Illuminante.
    Grazie

    Sempre un piacere zigzagare fra i pensieri, osservazioni e interessanti informazioni della Wittig.
    Da ascoltare il suo consiglio di non dimenticare grandi nomi del passato che troppo facilmente vengono coperti dalla polvere del tempo.

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