Gli italiani sono i creduloni d’Europa. A pensarlo, e pure a dirlo in un’intervista al Corriere della Sera, è la vicepresidente della Commissione Ue con delega ai Valori e alla trasparenza Vera Jourova. Secondo la commissaria il nostro è il paese dell’Unione con il record di notizie fatte cancellare dalle piattaforme social Instagram, Facebook e TokTok perché contenenti informazioni false, che gli utenti condividevano tranquillamente credendole vere.
I numeri sono impressionanti: tra gennaio e giugno dello scorso anno dei 140mila contenuti rimossi da Facebook in tutta Europa, ben 45mila circolavano tra i nostri connazionali. Percentuali quasi identiche su TikTok – piattaforma d’importanza critica perché frequentato da giovanissimi che usano esclusivamente i social per informarsi: 145mila notizie cancellate, 45mila pubblicate in Italia.
Un dato che rischia di peggiorare in futuro, dato che il disinvestimento appena annunciato da Meta sui contenuti giornalistici – che verranno sempre peggio indicizzati da Facebook e Instagram – rischiano di far proliferare ancora di più i contenuti non verificati e diffusi da testate che si spacciano per giornalistiche senza esserlo.
Per rispondere a queste minacce la Jourova propone “una cooperazione più forte con gli Stati membri sul lavoro da fare per proteggere la democrazia e le elezioni”, spiegando che dietro il proliferare di fake news potrebbero esserci “la Russia, ma anche la Cina e l’Iran, che sta alimentando la disinformazione sul conflitto israelo-palestinese nell’Ue”.
La ministra è preoccupata anche dal ruolo dei sistemi di intelligenza artificiale, che possono essere facilmente impiegati per confezionare velocemente notizie false e corredarle di foto e video alterati, rendendo molto difficile per gli utenti, soprattutto quelli più fragili come anziani e giovanissimi, distinguere la verità dalla menzogna.
Se la diagnosi è chiara, è molto più difficile individuare una cura: affidarsi alle istituzioni e ai volontari che realizzano operazioni di fact checking e debunking (il processo attraverso il quale si ì le credenze, le teorie o le affermazioni infondate) non è sufficiente, anche perché la produzione di fake news è tale che ogni sforzo di arginarle sembra essere una goccia nel mare.
Più sensato sarebbe istruire i cittadini, partendo dalle scuole, a leggere e visionare criticamente i contenuti che appaiono di continuo sui loro smartphone, imparando a distinguere le fonti e sapendo riconoscere quelle più affidabili, senza necessariamente sposare la linea editoriale di questa o quella testata.
Il lavoro da fare è tanto, se si pensa che per il 30% degli italiani le fake news sono… una fake news, ovvero credono che queste non esistano, definendole, in puro stile complottista, delle “notizie vere che vengono deliberatamente censurate dai palinsesti ufficiali che poi le fanno passare come false”.
Uno sforzo sicuramente impegnativo, ma che va fatto, perché essere i “creduloni d’Europa” non è solo un titolo umiliante; è un segnale di debolezza in un contesto dove l’informazione e il suo controllo sono il vero campo di battaglia sul quale si confrontano le grandi potenze. Un confronto dove l’Italia rischia di fare la parte del pallone, sballottata da una parte all’altra senza avere idea di cosa stia succedendo.


