Come una squadra di calcio in ritiro punitivo dopo una batosta, il cda di Tim è stato costretto oggi a una riunione straordinaria domenicale per capire cosa è successo giovedì scorso, quando l’azienda è stata travolta da un’ondata di vendite dopo l’ok ai conti del 2023 e la presentazione del piano fino al 2026.
Le azioni sono precipitate del 24% a causa di una corsa alla vendita degli investitori che erano rimasti confusi e timorosi per i livelli di debito e i flussi di cassa anticipati nel nuovo piano. Tim ha cercato di rimbalzare il giorno dopo, ma tornata su solo del 4,8%. Il problema sembra essere stato prima di tutto di comunicazione, e di sicuro nei prossimi giorni la società fornirà dei dati integrativi al piano industriale.
Ma è un dato di fatto che ci fosse grande nervosismo attorno al piano di Tim perché l’ex monopolista telefonico si presentava al mercato per la prima volta senza la proprietà della rete fissa, ormai quasi certamente nelle mani del fondo americano Kkr, che dovrebbe prenderne il controllo entro la prossima estate.
Il futuro dell’azienda orba della rete è un’incognita, anche se l’ad Pietro Labriola sembra convinto che la società riuscirà a muoversi bene sul mercato, prospettando ricavi in crescita del 3% annuo fino al 2026. Lo stesso Labriola ha però dovuto ammettere che gli scambi di giovedì sono stati “anormali”, risolvendosi a convocare il cda per la riunione domenicale.
È ancora presto per capire cosa sia davvero successo, ma dalle prime analisi svolte sembra che una certa percentuale delle vendite sia dovuta al classico panic selling, una parte dall’automazione delle vendite, che lavorano con algoritmi che dopo una certa soglia attivano in automatico le vendite.
Se nella riunione odierna il clima sarà stato teso ma di certo dialogante – anche perché lo stesso cda aveva approvato il piano senza neanche un voto contrario – la situazione potrebbe diventare più pesante al momento del confronto con i sindacati. Si è mosso già Landini, che ha adesso l’occasione di farsi vedere battagliero dopo essere stato sommerso di critiche per l’atteggiamento soft con il quale avrebbe lasciato che gli Agnelli consegnassero di fatto l’automotive italiano ai francesi con la fusione in Stellantis. Secondo il segretario generale della Cgil la vicenda è preoccupante: “Lo abbiamo detto sin dall’inizio che è una scelta sbagliata la separazione e la vendita della rete. Fare lo spezzatino dell’azienda è una follia, è esattamente il contrario di quello che serve”. La Uilcom ha tenuto un atteggiamento meno battagliero, ma ha chiesto chiarimento e ha definito la corsa alla vendita di giovedì “uno tsunami”, chiedendo urgenti chiarimenti al vertice dell’azienda.
E a quel punto servirà ben altro che un incontro domenicale a porte chiuse per chiudere l’incidente. Perché se pure si riuscirà a dimostrare che il crollo di giovedì sia stata solo un’incidente di percorso, sarà difficile negare che la nuova Tim sia molto più debole e quindi esposta ai cambi di umore degli azionisti ora che non può più contare sulla rete. Una rete che è stata venduta, lo ricordiamo, a causa dell’indebitamento mostruoso dell’azienda in seguito alla disastrosa privatizzazione del 1997.



