E un giorno è arrivato un Principe…

sabato, 16 Marzo 2024
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L’11 marzo 1924 nacque a Venezia Franco Basaglia. I centenari fanno sempre gola, anche quelli dei rivoluzionari accesi e ingombranti come lui. Ed ecco i  frettolosi disseppellimenti, i panegirici, gli attacchi e i memorials che si sono abbattuti a pioggia – anzi a bomba d’acqua – su tutta  Italia. Tra le innumerevoli commemorazioni su carta stampata e online, forse la più interessante è quella del ‘Corriere della sera’: un miniserial in podcast realizzato da Ludovica Iona ed Elisa Storace, che ripercorre tutta la complessa esperienza basagliana. Con materia sufficientemente estesa, non confinata  al battito effimero d’un  unico giorno.

Singolare anno questo 1924, per il nostro paese. E prezioso. Tre mesi più tardi una generosa cicogna depositava nelle vicinanze di Trieste Danilo Dolci, passato alla storia come il ‘Gandhi della Sicilia’ o ‘il Gandhi italiano’.

Basaglia fece gettito della propria vita per ridar vita ‘ai matti’. Danilo Dolci per risollevare i ‘poverissimi’ della Sicilia. Centenari a parte, entrambi – ma soprattutto Dolci – risultano attualmente quasi del tutto rimossi dal nostro affaticato presente.

E ben si comprende. Altre gravi faccende inghiottono il nostro tempo. La britannica Kate Middleton ci procura extrasistole ed eritemi da stress. Perché mai ha – o hanno – così maldestramente ritoccata la sua foto? Sarà stato il lato Hide di William che lo ha spinto ad avventarsi con ghigno assassino sulla malcapitata sfigurandola con un ceffone? ( ‘C’è ancora domani’ di Cortellesi, italicamente così sentito, c’incoraggia a pensarlo). Eppure no, impossibile!  Ragazzi, vi rendete conto? Parliamo di William, il pargolo prediletto di Santa Lady Diana. ( Le sante laiche e coronate come lei sono anche mamme, ricordiamolo).  E allora? C’è il tabloid che insinua ‘Kate è morta’,  e quello che parla di gravissima forma di anoressia. Comunque non fatevi illusioni. Morta Kate, se ne fa un’altra (come coi re). Balza in pole position la dilaniante vicenda della Ferragni. Fedez l’ingrato sente ancora qualcosa per lei? E in questo caso lei lo perdona? Soprattutto ci fa fibrillare la conta giornaliera dei suoi followers su Instagram, ce la farà a rimontare, la derelitta Bionda? Occhio, dolci contemporanei miei, se continuate a dibattervi in queste gravissime urgenze, rischiate di rimetterci la testa. Non per ghigliottina ma per pazzia. D’ingrossare le già troppo nutrite fila di quei malati mentali che Franco Basaglia ha sottratto al Moloch chiamato manicomio. E che oggi, orfani di cure e strutture sostitutive, in tante e tante regioni d’Italia vivono smarrite esistenze nell’infelice seno delle loro famiglie.

Ma chi era, Franco Basaglia?  Secondo la neutrale wikipedia fu ‘uno psichiatra e neurologo italiano, innovatore nel campo della salute mentale, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia, fondatore di Psichiatria Democratica e ispiratore della legge 180/1978, che ne prese il nome’.

Secondo Margherita, una dei tanti ‘matti’ che lui slegò a Gorizia e che gli ha dedicato una poesia, Franco fu ‘Un Principe – il più grande principe del mondo’. 

‘Come sta, Signora Margherita?’ – scrive Margherita nella sua poesia – ‘A parte gli occhi che ci vedo sempre meno e le gambe che mi fanno sempre più  male –  diciamo ‘abbastanza, abbastanza, sicuramente meglio d’una volta’. Una volta mi legavano sull’albero del parco – E mi facevan male i polsi e le gambe / Ogni tanto passava qualche infermiere e io pregavo  / ‘Ti supplico, mollami un po’ quella corda’ / ma loro niente, facevano finta di non sentire / e andavano via / e me mi toccava star lì sola / e piangere per il dolore./ Sì, è vero, ero un poco agitata da giovane / ma non ero mica una bestia / Le bestie si legano sugli alberi / Ma non le persone./ Poi un giorno è arrivato un Principe / il più grande principe del mondo/mamma mia che bell’uomo che era Franco / bello come la luce./ E’ arrivato una mattina/ ha spalancato la porta della camerata / E con la voce quasi arrabbiata ha detto / “ Ma cosa fate voi, belle ragazze, chiuse qui dentro? / Dai, fuori, fuori, che oggi è una bellissima giornata di sole! ”/ Franco ha subito tolto le reti / mi ha dato un lavoro in ufficio / e io mi sono sentita normale…’ (tradotto  dal dialetto veneto).

‘E mi no firmo!’ Frase celebre di Basaglia. L’incipit, per così dire, di tutta la sua gloriosa – e rischiosa – vicenda. Cos’è che non volle firmare, in quel 1961? L’anno del suo sbarco a Gorizia, nelle vesti di Direttore del Manicomio?

‘Ogni giorno – si racconta nel podcast – l’infermiere portava al direttore un brogliaccio, una lista delle persone ‘contenute’ (legate, insomma), perché la firmasse. Arriva l’infermiere, lui guarda la lista e chiede ‘Che cos’è?’ ‘ Beh Direttore, questa è la lista dei ‘contenuti’, da firmare’. ‘E mi no firmo!’, dice lui’ e rinfodera la penna. Bocciata la contenzione.

Ma il giorno prima? Quand’era entrato in manicomio? Cos’aveva sentito? Passare dalla bianca clinica neuropsichiatrica di Padova a quella trincea disumana di pena, abbandono e lordume ch’era allora il manicomio, deve averlo (momentaneamente) schiantato. Un lager nazista, lo definì poi. Un luogo inumano. I malati, ‘i matti’,  legati ai termosifoni, ai letti. Qualcuno anche fuori, agli alberi. O stesi sul pavimento, nella sporcizia,  muti, dimenticati, annientati. Oltre il dolore.

Nel 1981, ricordiamolo, i manicomi erano  regolati dalla Legge Giolitti, partorita nel 1904. Troppo facile finirci dentro. Una volta dentro, ancor più facile restarci a vita. Bastava la segnalazione d’un parente, d’un medico, d’un sindaco, per farti internare. La legge parlava, genericamente, di persone che ‘rappresentassero un pericolo per sé e per gli altri, o che dessero pubblico scandalo’. Tra queste, tanto per fare un esempio, mogli che disobbedivano al marito. O certi figli a certi genitori. O gli anarchici. O quei reduci della Grande Guerra  con la psiche a brandelli (non aveva retto agli orrori del fronte). Il manicomio si rivelò anche arma sottile e micidiale per disattivare un parente fragile, espellendolo dall’asse ereditario. Una volta dentro, difatti, venivi iscritto nel casellario giudiziario. Perdevi i diritti. Non donna, non uomo. E nemmeno più cittadino. Sotto il fascismo, poi,  risultò utile servirsi di questi silenziosi caveaux per silenziare gli oppositori.

Ma le cure?  Una volta ricoverati, non li curavano? Sì, certo. Gagliardamente. Botte, acqua gelida, camicie di forza, letti di contenzione, elettroshock, lobotomia. Se non eri entrato matto, di certo ci diventavi. Oppure morivi. Con l’ultima – la lobotomia – era altamente probabile.

Basaglia dichiarò guerra a tutte queste ‘cure’ che niente curavano ma tutto, nel malato, annientavano. Affiancato da un’équipe di collaboratori illuminati, che riconobbero la portata immensa della sua battaglia, giorno dopo giorno si arrivò a dimostrare l’inutilità, congiunta all’efferatezza, dell’istituzione stessa del manicomio.  Gorizia e poi Trieste divennero poli d’attrazione per tutto il globo. Era lì, all’interno di quei macrolaboratori aperti a tutti, che si doveva andare. Lì che si poteva osservare e studiare in che modo e con quali mezzi fosse possibile trattare la malattia mentale abolendo la costrizione. Fino ad arrivare, nel 1978, all’approvazione della Legge 180, che  fece dell’Italia il primo paese nel mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici.

A più di quarant’anni di distanza, la rivoluzione basagliana agli occhi di tanti appare, in qualche modo, una rivoluzione mancata.  Molti manicomi sono stati chiusi senza che si fossero allestite le strutture di accoglienza previste dalla normativa. La cura dei malati è piombata così, tutta intera, sulle spalle dei familiari. Si ricorda ancora il grido esasperato di quella donna, costretta ad assistenza continua, diurna e notturna, del parente psicotico ‘…Io non ho più un giorno, nemmeno un’ora tutta per me…da diventar matta io….Ma cosa volete? Al posto d’un malato, due malati?’.

Di contenzione, si fa ancora larghissimo uso. I ricoverati, storditi dall’uso massiccio dei farmaci, possono cadere, possono farsi – e fare – accidentalmente del male. Per ‘proteggerli’, quindi, li si lega. Anche per giorni.

E’ stato chiesto in questi giorni ad Alberta Basaglia – la figlia di Franco – come vorrebbe che fosse ricordato suo padre. ‘Non come un santo da giubilare per chiudere i conti – ha riposto – Ok, ha liberato i matti e non ci sono più quegli orrori, intanto però si torna all’uso coercitivo della psichiatria e ogni tanto leggiamo di qualcuno che è morto legato a un letto’.

Engels – insostituibile amico/sostenitore/socio di Karl Marx – diceva che quelli che si sono vantati d’aver fatto una rivoluzione hanno sempre visto, il giorno dopo, che non sapevano quel che facevano, che la rivoluzione che avevano fatto non assomigliava per nulla a quella che avrebbero voluto fare.

Franco Basaglia, però, della sua rivoluzione si vantò poco. Sopravvissuto (purtroppo) di soli  due anni alla legge 180, già ebbe modo d’intravedere i limiti in cui si sarebbe imbattuta . ‘L’importante – disse – è comunque che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione’.

Ciascuno cresce solo se  sognato, scrisse Danilo Dolci.

Non c’è redenzione, né guarigione né semplice crescita senza la capacità dell’educatore, del genitore, del medico di ‘saper sognare gli altri come ora non sono’. Occorre intravedere nella ghianda la quercia. Fu questo che Basaglia scorse nei ‘suoi’ derelitti di Gorizia. La donna, l’uomo che avrebbero potuto essere, e che potevano ridiventare, se ascoltati. Compresi, sorretti. Riscattati da quei luoghi di tortura e annichilimento che sono stati, nei secoli, i manicomi. All’ingresso dei quali si sarebbe potuto incidere con perfetta, sinistra adesione  ‘Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate’.

2 Comments Lascia un commento

  1. Mi ricordo quando fu attuato questo grande cambiamento. Una sorta di rivoluzione. Discussioni, polemiche, a volte rabbia da parte di tanti. Ma fu la cosa giusta e lui fu determinato e coraggioso

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