Vista artificiale: ecco come l’AI curerà la cecità

lunedì, 22 Aprile 2024
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Stiamo battendo anche la cecità? In un’epoca in cui la scienza sfida continuamente i confini della realtà, è in arrivo una nuova rivoluzione, sempre targata AI, parliamo della “vista artificiale”.

La storia parte dal caso di Brian Bussard, 56 anni, pioniere dello studio volto a testare un dispositivo wireless progettato per restituire una forma di vista ai non vedenti. Una volta lo avremmo chiamato miracolo, ora si chiama tecnologia.

Quella di Bussard è una storia di fiducia e coraggio. Dopo aver perso la vista dall’occhio sinistro a soli 17 anni a causa di un distacco della retina, una simile sorte colpì il suo occhio destro nel 2016, lasciandolo completamente al buio. “È stata la cosa più difficile che abbia mai affrontato”, ha dichiarato Bussard, riflettendo su come la sua percezione del mondo sia stata radicalmente trasformata. Tuttavia, Brian non si è mai arreso alla disperazione, imparando ad adattarsi alla sua nuova realtà.

La svolta è arrivata nel 2021, quando Bussard venne a conoscenza di una protesi visiva sviluppata dall’Illinois Institute of Technology di Chicago. Nonostante fosse stato avvertito che il dispositivo era ancora in fase sperimentale e che non avrebbe dovuto aspettarsi un recupero completo della vista, la speranza di rivedere anche solo ombre e luci lo spinse ad iscriversi al programma.

Il risultato? Un impianto di 25 chip nel cervello di Bussard, che gli ha permesso di percepire persone e oggetti come punti bianchi e iridescenti, simili a “bip su uno schermo radar”. Un salto in avanti significativo, dunque, non solo per Bussard ma per l’intero campo della ricerca sulla cecità.

La ricerca non si ferma qui. In Spagna, l’Università Miguel Hernández ha seguito un percorso simile, impiantando un sistema analogo su ben quattro individui. E l’industria non è rimasta a guardare: la californiana Cortigent sta sviluppando Orion, un dispositivo dedicato ai non vedenti; anche Neuralink di Elon Musk, naturalmente, sta lavorando su un impianto cerebrale che prometterebbe di “superare il concetto stesso di vista umana”. Si chiamerà Blindsight e, a detta di Musk, “funziona già sulle scimmie”.

Come funziona?

Normalmente, la luce entra nell’occhio, passando attraverso cornea e cristallino, fino a raggiungere la retina. Qui, i fotorecettori trasformano la luce in segnali elettrici che il cervello interpreta come immagini. In caso di cecità, dove retina o nervo ottico sono danneggiati, i dispositivi sviluppati da Neuralink potranno intervenire inviando direttamente al cervello le informazioni visive in segnali “decifrabili”.

Per quanto riguarda l’elaborazione delle informazioni visive, questa avviene nella corteccia visiva del cervello. Grazie alla sua posizione accessibile, sarà possibile impiantare dispositivi equivalenti ai 25 chip usati nel caso di Bussard. Questi chip, delle dimensioni di una gomma da cancellare e dotati di 16 elettrodi ciascuno, emetterebbero correnti elettriche per stimolare il cervello, permettendo così la percezione visiva. L’installazione di questi chip richiede un intervento chirurgico di estrema precisone, noto come craniotomia.

A che punto siamo?

Nei primi esperimenti, i ricercatori hanno utilizzato elettrodi di grandi dimensioni che richiedevano correnti elettriche elevate per generare fosfeni, le percezioni visive artificiali. Tuttavia, sembrerebbe che queste correnti possano causare effetti collaterali anche gravi come convulsioni e danni al tessuto cerebrale. 

Un’altra sfida da affrontare sarà la durata degli impianti. Il rischio di formazione di tessuto cicatriziale, che ne comprometterebbe la funzionalità, rimane ad esempio una grande preoccupazione. Le nuove tecnologie, come quelle sviluppate da Neuralink, puntano a elettrodi più piccoli e flessibili che potrebbero prolungare la vita utile degli impianti ed evitare qualsiais forma di deterioramento pericolosa per la salute del paziente. O almeno questo sarebbe l’obiettivo.

Anche la durata della cecità nell’individuo potrebbe influenzare l’efficacia di questi dispositivi. Studi recenti hanno infatti mostrato che anche persone cieche da decenni possono percepire le forme più semplici, ma la degenerazione del sistema visivo nel tempo potrebbe comunque limitare i benefici del dispositivo.

Elon Musk ha dichiarato che i dispositivi di Neuralink, un giorno, potrebbero restituire la vista a chiunque, anche a coloro che sono nati ciechi. Tuttavia, gli rimangono prudenti, come per frenare un eccessivo entusiasmo di Musk, quasi patologico in tema di innovazione e ricerca.

Attualmente, i partecipanti agli studi utilizzano le protesi visive solo in ambienti controllati come i laboratori. Tuttavia, i lavoro sono già in corso per sviluppare sistemi mobili che consentano l’uso domestico. Persone come Bussard, che hanno perso la vista da adulti, potrebbero non riuscire a beneficiare pienamente di questi dispositivi nella loro vita, ma la ricerca continua per le generazioni future. La sfida tra uomo e natura sta prendendo tutta un’altra piega.

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