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Usa, cosa c’è dietro la rivolta nelle università

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Usa, dalle università tracima una rabbia incontenibile: occupazioni e vandalismi che lasciano sgomenta l’opinione pubblica. Scende in campo direttamente Biden che paventa il «caos». «Non c’è posto per antisemitismo e razzismo», avverte l’anziano presidente.

La polizia usa il pugno di ferro. Da aprile sono almeno 2000 gli studenti finiti in manette: 300 arresti, l’altro giorno, solo nello sgombero della Columbia University.  Immaginate quanto possano essere contenti i genitori di quei ragazzi, che sborsano 80.000 dollari all’anno per far studiare i pargoli, per poi ritrovarsi, non giovani che si preparano a diventare classe dirigente, ma agit-prop filopalestinesi che vorrebbero chiudere ogni rapporto tra atenei Usa e istituzioni israeliane.

Che cosa sta succedendo nelle università americane? Siamo forse all’inizio di un nuovo ’68? In realtà è da molto tempo che gli atenei d’oltre Atlantico sono in ebollizione e la tragedia di Gaza ha fornito solo la scintilla alla rivolta. È però fuorviante pensare che stia nascendo un movimento simile a quello che nel 1964 partì dal campus di Berkeley in California per poi dilagare nel resto degli Usa e in Europa. I contestatori degli anni Sessanta del ’900 erano ingenui utopisti che credevano in un mondo nuovo. I rivoltosi degli anni Venti del 2000 non credono più in niente, se non nel proprio io smisurato e nel desiderio di destrutturare il mondo che c’è.

Proprio sulla contrapposizione illusione/delusione e incanto/disincanto passa la grande differenza tra queste due generazioni . Ieri era la “rabbia”, oggi è il “livore”. Sono due sentimenti che si assomigliano, ma fino a un certo punto. A marcare la differenza è la cultura woke, che dilaga da anni negli atenei Usa intimorendo professori e autorità accademiche. Parliamo di una cultura ispirata dal risentimento. Andrea Zhok la definisce «un umore, un’inclinazione, insieme “rivoluzionaria” e “risentita” per gli esiti deludenti del ’68, che si esprime in proposte di carattere eminentemente negativo» (“La Profana Inquisizione e il Regno dell’Anomia”, il Cerchio).

Particolare significativo: il mondo woke può crescere soltanto in una temperie culturale dominata dall’individualismo neoliberale e dall’egotismo post-moderno. «È proprio solo l’alleanza con i meccanismi neoliberali -osserva ancora Zhok – a consentire all’ideologia woke di presentarsi come una cultura egemone invece che come un affastellamento di confabulazioni squilibrate».

Comuni alle due generazioni di “rivoluzionari” sono solo alcune ritualità, come il fatto di sventolare bandiere, per così dire, “esotiche”. Ieri era la bandiera dei vietcong, oggi quella dei palestinesi. E troviamo anche qualche richiamo formale, come ad esempio la scelta degli studenti della Columbia di occupare la loro università il 30 aprile, proprio il giorno in cui i contestatori del ’68 compirono lo stesso atto nella stessa università.

Comunque, non c’è nulla di comparabile, neanche nel tipo di dramma vissuto. Nel 1968 morirono circa 18.000 americani nella guerra del Vietnam. Ne conseguì la diffusa percezione che la possibilità di un mondo in pace riguardasse direttamente la vita dei giovani Usa. Nel 2024 sono pochissimi invece i soldati americani che rischiano realmente la pelle. A morire, nella guerra dei droni teleguidati, sono soprattutto gli “altri” e li vedi (quando i media te li fanno vedere) solo in tv e nei social. Tutto sembra un gioco, un gigantesco risiko per il diletto dei potenti.

E proprio qui risiede uno dei principali motivi che sta dietro la rivolta di oggi. Perché questo “Grande Gioco” non appassiona più nessuno, o almeno non appassiona i giovani americani. Dietro l’ostentazione di forza, appaiono in realtà tutti i limiti della superpotenza Usa. L’ignominiosa fuga da Kabul nell’agosto del 2021 ha squarciato l’ultimo velo. «Gli studenti vedono il fallimento del loro governo», dice al “Corriere della Sera” Eleanor Stein, che fu leader studentesca alla Columbia nel 1968 e che oggi insegna diritto all’Università di New York ad Albany.

Al dunque, la grande differenza tra le rivolte di ieri e quelle di oggi è che il ’68 fu comunque un segno di vitalità degli Usa, l’annuncio di una trasformazione. Il movimento degli studenti woke e filopalestinesi del 2024 è invece espressione di un Paese in crisi profonda, un Paese che non crede più in se stesso e nella propria “missione”. Non crede più in quella che il grande critico letterario Harold Bloom chiamava la “Religione Americana”, la religione cioè dell’”eccezionalità” dell’individuo (americano) di fronte al mondo e alla storia.

Oggi questa “religione” non suscita più senso di adesione, ma frustrazione e risentimento.  È come la rottura del Vaso di Pandora. I venti dell’inimicizia stanno devastando la società . Lo scontro permanente tra Donald Trump e Joe Biden rappresenta alla perfezione questo senso di lacerazione che segue l’indebolimento  del credo comune degli Usa.

I due acerrimi rivali della politica americana non sono più come i “duellanti” di Ridley  Scott, film che alla fine degli anni Settanta rappresentò la metafora di una società vitale e competitiva. Appaiono piuttosto come lo specchio di un Paese sconvolto da una perenne crisi di nervi. Con esiti potenzialmente fatali. Mentre gli studenti della Columbia e delle altre università Usa preparavano la loro rivolta, nei cinema americani piombava con grande successo di pubblico “Civil War” di Alex Garland, non l’emblema cinematografico di una società in crescita, ma l’incubo truculento di una nazione lacerata da un invincibile sentimento di inimicizia.

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