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Ripley: uno, nessuno e centomila

6 minuti di lettura
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di Carlotta Wittig

Si racconta che un tempo l’inesausto Male facesse belle pentole, e poi, distratto dal risultato, omettesse i coperchi. Ma dal momento che nulla è più come un tempo, nel nostro disfunzionale oggi il Maligno è sempre meno capace di fare alcunché. Tantomeno una bella pentola. Si limita a sbattere la sua codaccia di dinosauro decapitato su e giù per il pianeta, si salvi chi può, io uccido. Non so chi, non so perché e nemmeno mi diverto. L’importante è che muoiano. Tanti, subito e male.

E così negli otto episodi di ‘Ripley’, miniserie d’alto livello recentemente approdata su Netflix, l’infaticabile protagonista non par mosso da alcun ‘perché’ né da alcun ‘dove’, ma unicamente motivato da uno stremato emocromo morale. Che incoercibilmente lo spinge a pascersi dell’altrui sangue. Dove ‘sangue’ sta per identità. Ciò che massimamente gli fa gola, della vittima,  è la lussuosa ‘persona’ sociale. Il passaporto, il costoso guardaroba, le carte di credito, le coordinate bancarie. Ucciderla è quasi un ingrato corollario, un’operazione di routine, per questo grigiastro – e magistrale – ‘Ripley’ di  Steven Zaillian. La sua è regìa maniacalmente elegante, severa, quasi chiesastica.  Esaltata  dalla fotografia di Robert Eltsin, già incoronato dall’Academy nel 2007 per ‘Il Petroliere’.

In ‘Ripley’, regista e direttore fotografia si fondono  come gemelli monozigoti nel silenzioso abbraccio d’un bianco e nero ammaliante. Un bianco/nero con 8000 sfumature di grigio, che ogni poco invita al fermo immagine per poterle tutte assimilare. ‘Ripley’ anomalo, questo, dove la lussureggiante Costiera Amalfitana si trasforma in sgretolata,  remota – e insieme enigmaticamente  poetica – anticamera d’obitorio.

‘Il talento di Mister Ripley’ – romanzo di Patricia Highsmith da cui nasce la serie – ha pedigree cinematografico di tutto rispetto. Da “Plein soleil”  del ’60, regìa Renè Clement, protagonista Alain Delon, al “ Talento di Mr. Ripley del ’99”, regìa Anthony Minghella e protagonista Matt Damon. Per citare solo le terre emerse tra le numerose variazioni sul tema, sia teatrali che televisive, che il thriller Highsmith ha figliato. E si può supporre che proprio Ripley, questo  Signor Nessuno alla disperata ricerca di un’identità di pregio, sia il primo a fregarsi le mani nel popoloso aldilà dei personaggi letterari di  spicco. Quasi tutti, allo start, ben più dotati di lui.

Nel ’60 era stato proficuamente frainteso da Clement, che rivestì la sua nullità di piccolo truffatore newyorkese coi fulgidi panni d’un Delon giovanissimo, dal bronzeo corpo perfetto, profilo tenero e imbronciato, nasino perfetto e sguardo di cucciolo assassino. Nel ’99 Minghella gli complicò la vita attribuendogli conflitti di coscienza e sofferti travagli omosessuali. Nel nostro ’24, Zaillian, pur con canone cinematografico originalissimo, dà del signor Ripley la versione filologicamente più corretta, rispetto alla  matrice Highsmith.

A venticinque anni e non favorito dalla sorte, il newyorkese Ripley ( Andrew Scott) si guadagna malamente da vivere nella New York del dopoguerra. Quando si guarda negli specchi dei pub dove sorseggia un whisky solitario non vede che un volto aggrondato, anonimo, destituito di futuro e con un presente che lo repelle. Un caso fortunato lo porterà in Italia, finanziato da un armatore, con l’incarico di convincere il figlio perdigiorno  (Johnny Flint) a tornare a casa e gestire l’azienda di famiglia. Da lì, l’escalation. Ripley potrà dispiegare a pieno ritmo nell’Italia degli anni Sessanta le sue ali uncinate di falsario e omicida. Fino a quel momento rattrappite nell’alveolo dell’emarginazione newyorkese, tutta seminterrati e oscuri compagni di strada. ‘Escalation’  non è qui solo metafora. Di scale vere questa narrazione è pregna. Le ritroviamo negli alberghi lussuosi, nei pregiati appartamenti romani, nelle silenti banche  a più piani con retrogusto di cattedrali. Perfino il paese della Costiera, all’inizio, è sovraccarico di scale,  come l’esausto Ripley  di valigie. Il delitto è faticoso, ci dice Zaillian. Per non dire degradante. Assomiglia assai più  alla ripulitura dei gabinetti pubblici in una metropoli, piuttosto che alla gloriosa euforia  d’un ufficialetto napoleonico, sciabola in pugno e addosso al nemico con  ‘Vive la France!’.

 Dostoevskij sarebbe d’accordo. In ‘Delitto e castigo’  Raskolnikov lo scopre a sue spese. Far fuori la sordida usuraia risulta travaglio ancor più sordido di lei. Niente a che vedere col gesto romantico e giustiziere che gli ha ispirato il delitto. Anche il ‘dopo’ dell’amorale Ripley – così dissimile per natura dal tormentato e iper-etico Raskolnikov – in qualche modo ne costella il percorso. Porfirij Petrovič, il sagace e felino giudice istruttore che tormenta Raskolnikov per indurlo alla confessione è in qualche modo imparentato col civilissimo e colto ispettor Ravini (Maurizio Lombardi, a suo perfetto agio in questi eleganti panni). Ma qui finiscono le analogie. Tom Ripley, confortevolmente sprovvisto di coscienza, si aggira agilmente nei faticosi labirinti dei cambi d’identità, e di un secondo omicidio non previsto, con copione improvvisato sul posto. Sottilmente interpretato da uno Scott sorvegliatissimo e sornione,  Ripley coscienza non ne ha. Viaggia leggero insomma.

Non viaggia leggero Zillian, invece. Tutta la sua operazione, apparentemente così neutrale,  risulta alla fine altamente etica. Oltreché esteticamente catturante, un vero diamante D color, di ottima caratura, quasi del tutto privo d’inclusioni.

Number one: restituisce  respiro e potere allo spettatore odierno. Stressatissimo dalle emissioni tossiche di quella caterva di  thriller, true-crime, action-movies  di cui le piattaforme lo irrorano a getto continuo. Dove i ritmi epilettici  dei movimenti di camera, e le scorpacciate di droni spesso superflui, se non schizoidi, simulano caoticamente la vita e i suoi drammi, bypassando l’arduo compito di raccontarli davvero.

Zillian mette il nostro occhio a riposo. La Camera – in ogni angolatura – è perfettamente fissa. In più di sette ore di girato si rintracciano a malapena sette carrelli. Nessuna panoramica. Eppure le sequenze sono ricche di dettagli, di alternanze di piani. Il tutto ci garantisce un’acquisizione imparziale, oggettiva, minuziosa della storia. E’ come assistere a un processo in qualità di giurati. E, come accade ai giurati, la faccenda ci cattura, ci coinvolge, ci invita educatamente – ma pervicacemente – a scendere in campo. Io ti mostro ciò che Ripley fa. Tu mi dirai chi è.

Number two:  questo assassino faidaté conduce vita assai stremante. Gli toccano di continuo estenuanti acrobazie, cambi scena da brivido. In pochi secondi gli tocca passare dal relax blasé del ricco americano che impersona, ai mal di schiena di una vessata domestica, costretta a ripulire laghi di sangue da pavimenti e scale. Tutto a mano e con un fetido straccio – l’amico  Swiffer ancora non c’era. Circa la sue provvisorie dimore, è tutto un frenetico up and down. Dall’Excelsior di Roma ( girato all’Hassler) è costretto trasmigrare, dopo tre minuti, in un oscuro alberghetto fuori mano. Recuperato  prestigio in un lussuoso Hotel palermitano,  quasi subito dovrà smobilitare a favore d’una squallida stanzetta seminterrata, con pianti di neonati e urla di popolane inviperite. Tutto ciò non correda l’assassino d’una maschia aureola adrenalinica. Se proprio vuoi calcare le sue orme, ci viene detto, metti in valigia un’ampia scorta di Lexotan e Xanax.

‘Ripley’ di Zaillian, insomma, non è un invito al crimine.

 Lo sono, invece, e con allegra spensieratezza, la maggior parte dei serials che ci adocchiano  da Netflix e Prime. Più sfacciati e adescanti delle prostitute in vetrina ad Amsterdam. ‘Beekeper’, ‘Asunta’, ‘Anna’, ‘Sayen’, The watcher’, ‘Baby rendeer’ ‘The gentlemen’…

Le sinossine accanto al titolo annunciano succulenti menu: generose porzioni  di sangue umano, crani fracassati, giovani femmine incessantemente violate, semiuomini stalkerizzati fino allo spasimo, figlie dodicenni uccise dai genitori, temibili killer del KGB nascosti dietro angelici volti di donna, ‘la vera storia’ della famosa socialité donna, che reclutava eserciti di minorenni emarginate per darle in pasto a belve variamente coronate (finanzieri di fama mondiale, ex presidenti degli Stati Uniti, registi di chiara fama, il  figlio prediletto della defunta regina Elisabetta,etc), la finta storia di illustri duchi che si alleano  coi gangster, naturalmente a fin di male…solo per fermarci ai primi piatti. I desserts non saranno più lievi.

Ma usciamo dai serials. Tanto sono fiction! Sgradevoli? Basta spegnerli (non facilissimo, ti tirano dentro). Entriamo nella realtà. Quella vera. E cosa troviamo? Femminicidi, abusi su minori, stragi, carneficine, genocidi. I telegiornali ne traboccano. Noi assistiamo costernati. Come mai, come mai? Eppure io voglio tanto bene ai miei bimbi, al mio gattino. Spegnere i massacri, non possiamo. Non abbiamo il telecomando giusto. E là dove ce l’hanno, dove si decide, nessuno veramente lo vuole usare.

Sui teatri di guerra, il sipario non lo possiamo abbassare. Ma contenere il flusso inverecondo  di televisione trash – che in qualche modo questa sete di carneficine alimenta ed ispira – questo sì, è possibile. Se il Sindaco di New York ha dichiarato guerra a TikTok per motivi etici, sarà anche possibile –  per quel che riguarda la Rai, ad esempio, tanto per restare a casa nostra – ripristinarne l’antica politica editoriale. Su ‘Sceneggiati completi su youtube’ – uno dei molti ( e frequentatissimi) siti Facebook che s’incarica giornalmente di riesumare e rimpiangere antiche opere Rai si legge in un post Cosa c’era negli sceneggiati, nei lavori del passato che manca ora? Probabilmente un impegno enorme, niente era lasciato al caso ed in certe realtà si trattava proprio di scelte professionali carismatiche e profuse al massimo. Nei Promessi Sposi, nell’Odissea, in certe opere come Delitto e Castigo, Anna Karenina, i Fratelli Karamazov, ma pure nelle Avventure di Pinocchio, Sandokan, nei gialli, come nei telefilm si dava il massimo e credo per l’amore dell’arte.’

Arte, appunto. Arte popolare, certo. Non spazzatura. Tossica, oltretutto.

 

 

2 Comments

  1. Grazie. Bellissimo articolo illuminante.
    Vero! Mi ricordo quando la TV era volontà di educare al buon gusto e la cultura. C’era uno sforzo dall’alto di sollevare ciò che era basso con prodotti accattivanti.
    Ora purtroppo basta vendere. Un po’ come farebbe uno spacciatore. L’importante è attrarre al proprio canale per vendere la pubblicità al miglior prezzo. Peccato.
    Si salvano pochi canali da questo torchio mediatico.
    La violenza della cronaca si fonde con i serial televisivi.

    Un saluto e un grazie

  2. Articolo super illuminante e docente. Vorremmo Carlotta Wittig sempre tra noi. Se non è possibile, almeno al comando della fiction RAI. Ma gli angeli preferiscono relegarli nel più platonico iperuranio. Meno pericolo che le idee con alto contenuto di neuroni possano dilagare nelle abbonate teste di cartone .

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