Nel 1990 gli italiani erano più ricchi di adesso. Ecco cosa è successo

venerdì, 10 Maggio 2024
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In Italia siamo più poveri oggi rispetto a 35 anni fa. Un boom economico al contrario che è stato certificato dall’Ocse. L’organizzazione ha pubblicato nel suo ultimo focus dedicato ai salari una classifica dei redditi medi a livello globale, rivelando che quelli del nostro paese sono inferiori a quelli di cui godevano i nostri genitori (o nonni) nel 1990. Parliamo di un tempo in cui esistevano ancora l’Unione Sovietica e il Pci, la Prima Repubblica sembrava ancora in ottima salute e Silvio Berlusconi era “solo” un imprenditore di successo.

Prime vittime di questo impoverimento sono ovviamente i giovani e le donne, che più di rado possono contare su un contratto a tempo pieno e indeterminato. Millennial e soprattutto Generazione Z rischiano di restare intrappolati nella palude dei tirocini, saltando da un contrattino all’altro senza mai approdare a un rapporto lavorativo stabile.

L’anno nero è stato il 2022, quando a causa dell’esplodere dell’inflazione i salari reali sono crollati del 7,3% rispetto al 2021. Ma nei 34 anni precedenti le cose non sono andate granché meglio. Del tutto impietoso poi il confronto del 2008, l’anno della grande crisi che rischiò tre anni più tardi di mandare in default il nostro Paese. Rispetto ad allora i nostri salari sono più bassi in termini reale addirittura del 12%! Risultato: oggi l’Italia ha una retribuzione media di appena 35mila euro, contro una media Ocse di ben 46mila euro. In altre parole stiamo uscendo dal novero dei paesi benestanti (almeno se parliamo di lavoratori dipendenti).

La causa principale è la produttività del lavoro, stagnante esattamente al pari dei salari. Il problema sottostante – discusso ormai da decenni senza che si riesca a trovare una soluzione – è la dimensione microscopica delle imprese italiane. Rovinati dalla retorica del “piccolo è bello”, imprenditori e politici non hanno mai voluto affrontare i problemi del nanismo delle nostre aziende. Quelle piccole hanno pochi capitali, non riescono quindi a innovare e sono costrette a faticare molto più delle grandi per resistere sul mercato.

Il problema non è solo economico, ma anche sociale. Lavoratori sempre più impoveriti avranno difficoltà a mettere da parte abbastanza soldi per pensare a creare una famiglia, aggravando il problema delle culle vuote del quale si parla in questi giorni agli Stati generali della natalità, durante i quali alla ministra Roccella è stato impedito di parlare.

La situazione non promette di migliorare se si pensa che anche in questo periodo di crescita economica (una crescita molto maggiore di quella di Francia, Germania e Regno Uniti) l’Italia resti il fanalino di coda per quanto riguarda la crescita dei salari nominali: nel 2022 sono cresciuti appena dell’1,1%, a fronte di un +2,7% della Germania (nonostante Berlino sia praticamente in recessione da un anno e mezzo) e addirittura il +5% della Francia, il cui debito pubblico continua a crescere nell’indifferenza generale.

Un tema enorme, che però è stato molto poco ripreso da maggioranza e opposizioni. Per il semplice motivo che tenere bassi i salari è l’unico modo di far ripartire il Pil. A spese nostre, come al solito.

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