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Eleonora Duse, la figlia dei commedianti

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Di Carlotta Wittig

Eleonora Duse nacque nel 1858. La vita non perse tempo, con lei. A quattro anni debuttò in teatro. Nella parte di Cosetta (i Miserabili, di Victor Hugo). Talmente calzante, il ruolo, da far sogghignare lo scaltrito sceneggiatore odierno cui si proponesse una soluzione del genere. ‘Andiamo! Scontato, non si può, facciamo ridere!’’.

Bene, si rida pure, lo showrunner ‘Vita’ – mai premiato agli Oscar né agli Emmy – decise così. A differenza di Cosetta, Eleonora non era vessata dai perfidi Thénardier. Ebbe genitori teneri, ma inermi. L’amarono, per quanto poterono. Attori girovaghi, da generazioni. Poverissimi, si campava a stento, mangiando spesso pane e cicoria dei campi.

Perché viaggiamo sempre in terza classe?’, aveva chiesto Eleonora piccola al padre. Stufa di essere continuamente sballottata su e giù, da un teatrino all’altro. Una vita tutta fame e spifferi.

Perché la quarta classe non esiste, Nora’ – le aveva risposto lui.

L’arte degli attori, a quei tempi, era vista con sospetto. Sua madre, se si fermavano un po’ più a lungo in un paese, si dava da fare per iscriverla alle scuole comunali. Non era facile, ‘commedianti’ suonava male, come ‘zingari’. A volte la mamma ci riusciva. Però in classe Eleonora era tenuta in disparte: non sedeva accanto alle altre, ma vicino alla maestra. Una creaturina fuori norma. Infetta. Fuori i gruppetti di bambine ‘giuste’ si guardavano bene dall’accostarsi a quella piccolina scarna e malvestita. La figlia dei commedianti. Uno stigma, insomma. Che in seguito divenne aureola, corona.

Furono innumerevoli i critici e gli eccelsi nomi del tempo a decretare, una volta che l’ebbero vista in scena ‘Duse è senz’altro la più grande attrice del mondo’. Se pensiamo che non era bella (magra, pallida, grandi occhi bruni e infossati), che detestava ogni forma di maquillage e mai ne fece uso, e soprattutto che recitava in italiano davanti alle platee di tutto il mondo – in ostrogoto sarebbe stato uguale – l’acclamazione universale è stupefacente.

Chaplin – a sua volta, per molti, il più grande attore mai esistito – ne ha lasciato testimonianza entusiasta. E non era critico indulgente. La vide a Los Angeles, già provatissima dalla malattia (polmoni), dall’età, da quel perpetuo incendio ch’era stato il suo ‘darsi tutta’ – e per sempreall’arte. E alla vita.

Quando la Duse venne a Los Angeles – scrive – nemmeno l’età e la fine incombente poterono offuscare il fulgore del suo genio’. Ci racconta che era accompagnata da un’ottima compagnia italiana, e che prima della sua entrata in scena un attore giovane e bello, che teneva magnificamente il palcoscenico, aveva fornito una prestazione eccellente. ‘Come farà adesso la Duse a superare questo brillante giovanotto?’ si chiese Chaplin.

‘…Ed ecco che dal fondo del palcoscenico, all’estrema sinistra, entro’ in scena la Duse, piano piano, quasi senza farsi notare. Si fermò dietro un cestello di crisantemi bianchi che troneggiava su un pianoforte e, silenziosamente, cominciò a rimetterli a posto. Un mormorio percorse la platea, e la mia attenzione lasciò immediatamente il giovane attore per concentrarsi sulla Duse. Lei non guardò né il collega né alcuno degli altri personaggi, ma continuò silenziosamente a disporre i fiori nel cestello, e ad aggiungerne altri che aveva portato con sé. Quand’ebbe finito, attraversò diagonalmente il palcoscenico, sedette in una poltrona accanto al caminetto e guardò il fuoco. Solo una volta fissò il giovanotto, e quell’occhiata racchiudeva tutta la saggezza e il dolore dell’umanità. Poi continuò ad ascoltare e a scaldarsi le mani: quelle mani così belle, cosi’ sensibili. Dopo il veemente discorso di lui, lei parlò pacatamente, guardando il fuoco. Non c’era traccia di istrionismo; la sua voce veniva dalle ceneri di una tragica passione. Non compresi una parola, ma mi resi conto di essere alla presenza della più grande attrice che avessi mai visto.’

E ne aveva viste…Del suo tempo, circa tutte. Grande riconoscimento. Da un figlio d’arte (occhio acuminato ma giusto) a una figlia d’arte.

Ma Eleonora era nata trentanni prima di Chaplin. Il suo genio non ebbe modo d’incontrare in tempo il Cinema, di cui pure lei, con la sua intelligenza profonda, curiosa, vibratile, presentì l’immenso potenziale. ‘Cenere’ – unica tardiva testimonianza – andrebbe incenerito. Se ne salvano pochi fotogrammi. Pressoché nulla di lei questo insopportabile dramma sardo è riuscito a catturare, probabilmente anche per l’ostinato rifiuto dell’attrice a offrirsi, ravvicinata, alla macchina da presa. Era abituata ai campi lunghi del teatro – medi, al massimo, per gli spettatori delle prime file. Tutta voce, volto, corpo, mani ( e trasfigurazione, una volta in scena). L’essere investigata così da vicino dal gelido occhio della macchina da presa, il doversi dare ‘a pezzi’ invece che tutta, e in più muta, dev’esserle apparso una sorta di stupro.

Per sapere ‘com’era’, questa sorta di fenomeno mondiale, dobbiamo far ricorso alle testimonianze di chi la vide. Innumerevoli. Alfredo Panzini, ‘delicato poeta delle piccole grandi cose’ – ebbe la gentilezza di dedicare un breve romanzo alla disgraziata Santippe, negletta moglie di Socrate – vide Eleonora giovanissima. Al Teatro dei Filodrammatici di Milano. Dal loggione, era povero. In compagnia ‘d’una signorina’. ‘Io e la signorina – scrive – stavamo incantati tutte le sere per quattro ore a sentire un usignolo umano che piangeva, rideva, fremeva sul palcoscenico. Era Eleonora Duse nelle vecchie commedie del Sardou, che adesso dicono che non sono belle: ma ci piacevano tanto che la signorina che era con me, piangeva. Quasi piangevo anch’io. Avrei sposato la Duse, se l’avessi potuto, ma mi sarebbe sembrato come sposare la figlia dell’Imperatore. E allora ho sposato la signorina…’

Usignolo umano’, appunto. E ce ne voleva, di talento e di studio per insufflare aliti d’umanità in certe eroine talmente sgangherate, futili, malvagie da far pensare male – malissimo! – non tanto di loro quanto della sterile e rancorosa mente maschile che le ha partorite. Si prenda ad esempio, la Cesarina di ‘La moglie di Claudio’. Di Dumas figlio. Uno dei ‘cavalli di battaglia’ della giovane Duse.

Cesarina è la malafemmina che mina la società, dissesta la famiglia, smembra la patria, sfibra l’uomo, disonora la donna di cui assume la parvenza e distrugge quelli che non la schiacciano’…(qualcosa di peggio non la fa, questa bieca Cesarina?)

L’esaltante ‘ritratto di signora’ è preso da una didascalìa nel film muto del ’18 firmato Zambuto (‘La moglie di Claudio’, appunto). Direttamente figliato da quel pessimo romanzo.

Immaginatevi il travaglio di un ‘usignolo umano’ al dover indossare le fetide penne di tale invereconda Arpìa. Così la Duse. Che riuscì a infondere perfino nel disgraziato Vampiro ‘Cesarina’ un fremito di verità: e a Torino portò il drammone al successo – anche se si trattò di riconoscimento a lei, piuttosto che all’opera, che non convinse ( e meno male! Evviva Torino).

Per fortuna sua, nel repertorio poté presto inserire anche Shakespeare, Ibsen. Tanto più affini alle frequenze – altissime – della sua anima. Eppure…eppure anche quei bassi, mediocrissimi lavori, tutti palpiti, futilità e punti esclamativi, concorsero anche loro – forse soprattutto loro – a forgiare l’ineguagliabile sottigliezza delle sue lame d’attrice. Furono proprio l’ostinazione, lo sforzo incessante di questa ‘piccola italiana’ per rendere umano, potente ciò che nel testo era meschino e risibile a fare di lei un vero e proprio fenomeno mondiale.

A ventinove anni, era già moglie, madre, separatae capocomico! Intensa nella vita, insomma, oltreché sulle scene. Aveva già avuto amori, seri, con uomini seri. Con l’ineludibile corredo di estasi e delusioni. Simpaticamente imparentata, in questo, a ogni altra donna che sia viva. In più, s’era già rivelata la malattia ai polmoni che così perversamente intralciò, fino alla morte, il suo cammino d’attrice.

Iniziava per lei l’epoca delle smisurate tournées: Russia, Austria, Germania, Svezia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti. Non vi fu teatro d’un qualche rilievo, d’Italia, d’Europa o d’America che non abbia goduto e celebrato l’epifanìa delle sue interpretazioni. Anton Cechov e Bernard Shaw ne hanno lasciato testimonianze commosse, partecipatissime. Il segreto della sua arte – che scoprì e tornì da sola, da vera autodidatta – può essere sintetizzato in poche parole: ‘Quest’attrice non imita. Diviene.’ E’ una vera operazione alchemica quella che avviene ogni sera sotto gli occhi di chi guarda. Quella donna insignificante, pallida, slavata…quella donna di cui si cominciano a vedere i segni dell’età – le pieghe attorno alle labbra, le occhiaie – riuscirà a Pietroburgo a commutarsi in Giulietta. La Giulietta di Shakespeare, che di anni non ne ha ancora quattordici. E a suscitare commozione, delirante adesione in un pubblico smaliziato, esigente, che alla sua entrata in scena era stato attraversato da un fremito di disillusione.

Più che alla performance di un’attrice, con lei si ha la sensazione di trovarsi di fronte a quella d’una medium.

Purtroppo, ciò che massimamente impregna il Web se chiediamo di Eleonora, è la sua ‘tormentata’ storia d’amore con Gabriele D’Annunzio. Il tormento – degli altri – va alla grande. Attira like, visualizzazioni, monetizzazione.

D’Annunzio ‘puntò’ per anni la celebratissima attrice. Lui cominciava allora ad affermarsi come scrittore, grazie soprattutto al suo forsennato presenzialismo. Personaggio attualissimo, non certo nell’artificioso, stucchevole suo ‘dire’, ma nell’ostentazione di una vita sgargiante, tutta in vetrina. Vivesse oggi, intaserebbe i social. Puntò la Duse come si punta una magnifica – e redditizia – preda. Smaniava per farsi strada in campo teatrale. Dapprincipio, lei lo evitò. Ma il poeta d’assalto – ‘grande sgomitatore’, come si definì lui stesso – non demordeva. Infine riuscì. L’ebbe. Tutta e completamente. Eleonora si rovinò per lui. Per finanziare i suoi sterili lavori teatrali, che il pubblico scansava come la peste. Per superare i velenosi tradimenti, di cui i più tragici riguardarono proprio i loro impegni di lavoro. Il narcisista è tiratore scelto, quando si tratta di donne. Mira là dove il danno sarà più devastante, per lei fu il teatro.

Riuscì, comunque, a lasciarlo. Ne usciva fortemente depauperata. Nella salute, nella carriera, nelle finanze. A più di sessantanni – lavorava da quando ne aveva quattro – si trovò in serie difficoltà economiche, e dovette ‘rifar compagnia’. Un’ultima tournée, gli Stati Uniti. A Pittsburgh l’aprile è ancora freddo, piovoso. C’è perfino nevischio, quella sera del 19 aprile 1924 – cent’anni fa! – in cui un tassista disattento la deposita all’ingresso sbagliato del teatro. Lei ritrova a fatica quello giusto, entra tutta bagnata, va in scena con la febbre. Il giorno dopo la febbre sale. Questa volta non ce la fa. E muore. In un’anonima stanza d’albergo, così com’era nata.

D’Annunzio commentò, con postuma pietas: ‘E’ morta quella che non meritai.’

Meglio mai che tardi, sarebbe qui il caso di dire.

2 Comments

  1. Grazie mille per questo ritratto forte, intenso. Lei ha acceso in me la curiosità di capire meglio quest’attrice e quindi cercherò di allargare con altre letture la sua, che ho trovato magnetica. Grazie ancora

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