Marconi, una fiction scialba. La Rai di “destra” si autocensura?

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Marconi in prima serata Rai: doveva essere una fiction di alto profilo estetico e storiografico e invece è stata una delusione assoluta, con il grande scienziato italiano trattato alla stregua di un eroe da spy story, con personaggi storici in forma di caricatura (Mussolini e Bottai), con un interprete (Stefano Accorsi) del tutto a disagio nei panni dell’inventore della radio.

E questa sarebbe la Rai dell’ “egemonia” culturale della destra? Forse i teoreti del nuovo corso della Tv di Stato dovrebbero rivedere qualcosa nelle loro strategie. La delusione non sta tanto negli ascolti, anche se il 15,7% di share raccolto nella seconda serata di trasmissione è un risultato decisamente mediocre per un film che doveva raccontare «l’uomo che ha connesso il mondo», come è stato affermato in sede di presentazione. Sta, questa delusione, nel modo decisamente confusionario con il quale è stato confezionato il protagonista del racconto, tanto che il Marconi-Accorsi della fiction non è neanche la più pallida controfigura del grande Marconi della storia.

Non, ha il Marconi-Accorsi di questo scialbo prodotto televisivo, quei tratti visionari e carismatici che ci si aspetta di vedere nella rappresentazione di un  grande personaggio storico. È un Marconi inespressivo, spento, come quel tipo di  “eroe di tutti i giorni” che piace tanto ai registi di oggi. In questo senso si può forse spiegare la scelta di un attore come Accorsi, che è un po’ un’icona di un certo tipo italiano contemporaneo pieno di tormenti e di dubbi. Al dunque, che carisma si può mai ricavare da una melanzana?

Il regista Lucio Pellegrini ha pensato di rendere più accattivante il prodotto facendo ruotare la trama intorno a un tentativo di spionaggio dello scienziato da parte del regime fascista (e per opera di una giornalista italo-americana) al fine di scoprire un fantomatico “raggio della morte”  a cui starebbe lavorando Marconi secondo i sospetti di Mussolini e Bottai, cosa che non passa in realtà neanche per l’anticamera del cervello allo scienziato ma che lo espone ai tranelli della giornalista-intervistatrice, la quale si presenta all’inventore della radio con la scusa di realizzare un docufilm sulla sua vita.

Nella realtà storica non è mai accaduta una cosa simile, trattandosi solo di una invenzione di sceneggiatura. Il problema è che una simile soluzione porta con sé due effetti collaterali decisamente nocivi. Primo: contribuisce a banalizzare ancora di più la figura di Guglielmo Marconi. Secondo: distorce le figure di Mussolini e di Bottai, in particolare di quest’ultimo, che passa per una sorta di Zdanov (il controllore staliniano della cultura sovietica) nell’Italia fascista, cosa del tutto lontana dalla realtà, perché, se c’era un uomo che voleva liberare le energie culturali italiane tra le due guerre, questi era proprio Bottai, come testimonia, tra le altre cose, la fondazione della rivista “Primato”, che fu anche palestra di futuri antifascisti.

Quindi si tratta di una vera e propria mistificazione storica. E stupisce non poco che una simile operazione avvenga nella Rai della destra al tempo del governo Meloni.

E proprio qui, proprio con questa fiction su Marconi, emerge una notevole contraddizione politico-culturale. Questa contraddizione consiste nel fatto che, se da un lato l’attuale dirigenza Rai sembra intenzionata a portare avanti una sorta di progetto pedagogico di destra (come appunto i film biografici sui grandi italiani), dall’altro, questa stessa dirigenza, non vorrebbe dare l’impressione di imporre prodotti faziosi o che prestino il fianco ad accuse di simpatie fasciste. Il risultato è quello di creare prodotti ambigui, ibridi, che “vorrebbero ma non possono”, come se insomma i responsabili della linea editoriale Rai volessero prevenire le critiche applicando una sorta di autocensura. E vale la pena aggiungere che limiti analoghi a quelli mostrati da questo film su Marconi li ha presentati, qualche mese fa, la fiction sulla caduta di Mussolini la notte del 25 luglio, con Alessio Boni nei panni di Dino Grandi. Anche qui i personaggi rappresentati sono apparsi lontani da quelli della realtà storica.

A questo punto ci sentiamo di consigliare agli attuali dirigenti Rai di evitare di perseguire l’obiettivo di fare una televisione di “destra”, ma di pensare solo a fare buona televisione. Il modello lo offrono in tal senso gli avversari. Basta solo pensare alla Raitre fortemente di sinistra diretta, tra gli anni Ottanta e Novanta, da un uomo come Angelo Guglielmi, un tipo di televisione che impose prodotti innovativi come “Blob”, “Samarcanda”, “Avanzi”, “Telefono giallo”. Di certo, nella Raitre di Guglielmi non si proponevano prodotti tipo “La Corazzata Potemkin” riveduti e scorretti.

Ecco, diciamo che i dirigenti di “Tele Meloni” dovrebbero prendere esempio da quelli che animarono “Tele Kabul”. 

 

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