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Scimmia a chi?

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di Carlotta Wittig

Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini’, ha acutamente rilevato Karl Kraus. Precedendo di più di un secolo il scimmia-pensiero de ‘Il pianeta delle scimmie’, film di Shaffner del ’68. Capostipite del fortunatissimo franchise che in cinquantanni ne ha figliati altri dieci, tutti di successo. L’ultimo scimmiotto – simpatico e di buon carattere, ma del tutto frastornato dal dolby surround e da effetti a tutta birra per catturare platee sempre più rimbambite (almeno nella mente degli ideatori) – è reperibile nelle sale right now. Titolo: ‘Il regno del pianeta delle scimmie’.

Una confessione: turbata da “Il genio sottovalutato del Pianeta delle scimmie”, articolo del prestigioso New York Times di qualche giorno fa, ho dovuto ammettere il mio peccato originale. Dei magnifici 10 non ne avevo visto nemmeno uno. Ho prontamente espiato, a partire dalle aste. Dal progenitore sessantottino di Shaffner, insomma. Se non l’avete mai visto e avete voglia di una favola arguta e curiosamente attuale, fatelo ora. Di facilissima reperibilità, come tutta la sua progenie, su Prime. Ha il titolo più breve ( ‘Il pianeta delle scimmie’), ma lascia l’impronta più lunga. Non lo definirei ‘capolavoro’ come prodigalmente fa l’opinionista statunitense, ma le stelline di ‘ottimo’ se le merita tutte. A tutt’oggi, per ritmi, pregnanza narrativa e un sovrastante Charlton Heston in epica forma, può ancora incantare chi non si è arreso al bigio partito del ‘disincanto’. Commuove tra l’altro scoprire che l’ingegno umano, decenni prima dell’uso ed abuso della computer grafica, splendidamente poté sopperire per quel che riguardava la geografia. Il ‘pianeta ignoto’ su cui i tre astronauti terrestri riapprodano nell’anno 3973 è perfettamente credibile. Provvisto di atmosfera, sì, ma sprovvisto – all’apparenza – d’ogni altra forma di vita. Sabbia, rocce grandiose e calcinate, sterminate distese di sassi color del nulla. Paesaggi spettrali, a perdita d’occhio. Un’orografia abbacinante, da incubo diurno. Senso di disorientamento post mortem. Frastornerebbe anche noi. E invece è solo il deserto dello Utah. United States, Terra. Scenografi geniali, gli bastava camminare, esplorare e l’extraterrestità te la scovavano qui e ora, dietro l’angolo, a casa loro.

Risibile, invece, per il nostro occhio viziato dai sofisticati virtuosismi della CG, tutto ciò che visivamente attiene alla razza ormai dominante nel pianeta ‘sconosciuto’. Quella delle scimmie, per l’appunto. Non hanno mimica facciale, il travestimento è primordiale, il design dell’habitat suscita tenerezza per quanto è dimesso, infantile. Ma quando parlano, la musica cambia. Più le ascoltiamo, più ci appaiono intelligenti, sensate, pronte all’ascolto. Al confronto, il michelangiolesco Taylor/ Heston – ultimo Uomo parlante presente in scena – appare primitivo, iracondo e nemmeno, duole dirlo, tanto Sapiens. Non ci facciamo questa gran figura, insomma.

E non la facciamo nemmeno nell’ultimo reperto della serie, ‘Il regno del pianeta delle scimmie’. Rappresentati da un’attrice giovanissima (Freya Allan) che per tutti gli interminabili 245 minuti di proiezione indossa sempre la medesima espressione (allarmato-andante). In compenso è sempre accuratamente abbigliata in tenuta d’assalto, jeans e top esteticamente bucherellati e infangati.

Purtroppo anche le scimmie – l’attuale specie dominante – appaiono considerevolmente regredite rispetto alle nonne del ’68. (Come oggi, dite? Non so, non ho nipoti) Magistrali nei tripli salti mortali, nelle evoluzioni olimpioniche, nella mimica da consumate influencers, quando parlano hanno – come tutto il film – assai poco da dire. E in quel poco, ahinoi, non si rintraccia mai lo squisito semitono della gentile ironia, imprescindibile contrassegno d’una natura evoluta. Di cui le nonne di Shaffner erano, invece, simpaticamente dotate. Insieme a un cospicuo corredo di scopo e di senso. Sapevano insomma molto bene da dove venivano, verso cosa volevano andare e – basilare! – dove non volevano andare.

In questo, perfette espressioni del loro anno di nascita. Il 1968. Data mitica e sovvertitrice. In tutto il mondo deflagrava la protesta giovanile – e non solo – contro la ‘sporca guerra’ (Vietnam). A partire proprio dagli USA, che se l’erano inventata. Ma il Vietnam fu solo la scintilla. L’intero sistema occidentale, l’autorità dei ‘grandi’, degli anziani, dei detentori di scettro, furono sottoposto a un memorabile tsunami.

Oggi, in tutto il nostro mondo, pare che ‘i giovani’ – at last! – si stiano sfilando dalle loro fittizie esistenze selfiche e tictoccare, per scagliarsi in massa, anima e corpo, contro l’obbrobrio del genocidio a Gaza. Finalmente i giovani sono davvero giovani. Non ancora contaminati dai bavagli che la dannata opportunità politica impone ai padroni del vapore, l’eccidio dei palestinesi proprio non gli va giù. Accade in diretta, ogni giorno, sotto i nostri e i loro occhi. A opera del congiunto, cinico delirio assassino di Hamas e dell’Israele di Netanhyau. La negazione diventa d’ora in ora meno praticabile. Sullo sfondo, è ritornata a incombere, spesso evocata da Putin, l’ombra nera e definitiva di una guerra nucleare.

Back to black, insomma. Winehouse, sei stata profetica. Ci ritroviamo catapultati all’indietro alla velocità della luce negli anni sessanta, dalla crisi dei missili di Cuba ai sovvertimenti del ’68.

Uscisse oggi, ‘Il pianeta delle scimmie’, risulterebbe spaventosamente attuale. Evidenzierebbe in maniera clamorosa l’inconsistenza narrativa del suo ultimo reboot. A patto, ovviamente, di ritradurlo, secondo gli attuali canoni audiovisivi che reclamano altissima spettacolarità.

Ma anche nella versione arcaica, la famosa sequenza di chiusura risulta tuttora assai parlante. L’arrogante Taylor crolla di fronte alla Statua della Libertà divelta e semiaffondata. Ultimi fotogrammi scorati, fatali. Taylor comprende solo allora che il ‘pianeta sconosciuto’ è invece la Terra. E che lui è l’ultimo esemplare della specie Uomo. Una specie lugubre, suicida, perversa. Scomparsa secoli e secoli prima, nel maelstrom annientante dell’Odio e della Bomba.

Pochi attimi prima, il giovane scienziato Cornelius, dietro ordine del suo disincantato mentore e superiore, il Dottor Zaius, aveva letto a Taylor un capoverso della ventinovesima Pergamena. Il libro sacro delle Scimmie evolute, partorito dal loro sapientissimo Legislatore.

Guardati dalla bestia uomo – aveva scritto l’antica scimmia illuminata – poiché egli è l’artiglio del demonio/ Egli è il solo tra i primati di Dio/ che uccida per passatempo/o lussuria/ o avidità/Sì egli uccide il suo fratello/ per possedere la terra del suo fratello/Non permettere che si moltiplichi/ Perché egli farà il deserto della sua casa/e della tua/ Sfuggilo/ ricaccialo nella sua tana nella foresta / perché egli è il messaggero della morte.’

D’accordo, il Grande Legislatore delle Scimmie, a differenza del diavolo di Kraus, non doveva essere né un buontempone né un ottimista. Non pensò certo di poter peggiorare l’Uomo, poiché costui gli parve splendidamente attrezzato a farcela da solo. Fino al completo annientamento.

Ebbe torto, l’arcaico Scimmione? Soffriva di dispepsia, di umori atrabiliari, d’intolleranza etnica vero noi bimani? O è solo un film, e nemmeno glorificato da un’aureola pluristellare di Academy?

Non ci resta che sperarlo, confratelli miei.

2 Comments

  1. Sì, a 13 anni mi piacque parecchio questo film, con la scena finale da brividi, ma non sapevo ancora quanto fosse profetico. Ora lo so. Bravissima Carlotta!

  2. Grazie Super Carlotta. Quando troveremo in libreria un’artistica edizione dei tuoi preziosi articoli? Perdona il suggerimento dettato dalla convinzione che non sei brava ma la meglio!

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