Saviano e la Buchmesse, cronaca di una polemica insensata. Il “paraguru” dell’antifascismo senza il fascismo ha scatenato un putiferio per il semplice fatto di non essere stato inserito nel programma ufficiale del Padiglione Italia, Paese ospite d’onore dell’edizione 2024.
Da bravo “paraguru” (nel senso di reputarsi l’oracolo che non è), Saviano ha utilizzato l’arma del piagnisteo contro il governo di Giorgia Meloni (in particolare contro il commissario del Padiglione, Mauro Mazza, che ne ha diretto l’organizzazione e il programma), approfittando, il Saviano, del clima elettrico della campagna elettorale e degli echi, non ancora sopiti, del caso Scurati.
Asserisce, il “paraguru” campano, che gli uomini della destra al governo gli avrebbero giurato «vendetta» e lo avrebbero «eletto a simbolo di un mondo che vogliono osteggiare». In realtà Saviano si è solo “autoeletto” icona del Kulturkampf scatenato da certa intellighezia engagée (o quello che ne rimane) contro l’esecutivo Meloni. Parliamo di una sinistra che continua ad avere il vezzo di ostentare ribrezzo per qualsiasi cosa abbia un sapore di destra. Che volete farci, l’autore di “ Gomorra” è fatto così: pensa di avere il diritto (sempre, comunque e ovunque) alle folle osannanti e adoranti, tutte masse da sottrare a quello che lui ritiene sia il (neo)Minculpop meloniano.
Il narcisismo di Saviano è tale da condurlo a una deriva sconcertante. Pensa di essere, lui, celebrato e riverito scrittore, il cuore di un fosco Zeitgeist (lo Spirito del tempo): «Io credo che noi siamo all’avanguardia, che in futuro cose simili accadranno in diversi paesi Ue». E quali sarebbero queste cose? «Gesti di oscuramento» che porterebbero gli intellettuali all’ «autocensura».
Ma di cosa sta parlando ? E di cosa sta parlando anche il “Corriere della Sera”, che ha dedicato una pagina intera a questo malumore savianeo?
Il paradosso è che il Saviano del piagnisteo sta lanciando il suo anatema contro un’organizzazione, come quella del Padiglione Italia diretto da Mazza, che è all’insegna del dialogo, della tolleranza, del superamento degli steccati e dei pregiudizi che hanno a lungo limitato e avvelenato il dibattito culturale nel nostro Paese. «È un programma pensato all’insegna della libertà, di una grande pluralità di voci», ha detto il commissario italiano alla Buchmesse. E basta scorrere l’elenco dei circa cento partecipanti per accorgersi che si respira un’aria nuova e che c’è davvero spazio per tutti, a partire proprio dagli scrittori di sinistra: da Alessandro Baricco a Erri De Luca, da Dacia Maraini, Claudio Magris, Carlo Rovelli, Aldo Cazzullo e tanti altri ancora che non hanno nulla a che vedere né con la destra e né con i suoi dintorni. Ed era stato invitato anche Antonio Scurati. Ma ha preferito partecipare alla Buchmesse senza passare per il Padiglione Italia. Affari suoi. Non può però gridare alla di censura.
Al dunque, per qualche giorno, alla Buchmesse di Francoforte, si parleranno diverse Italie della cultura che si sono finora ignorate, se non combattute. E si parleranno lontane dal clima arroventato della polemica politica.
Non cogliere tale novità è cosa triste, oltre che un po’ sospetta. E sì perché c’è qualcosa di forzato, di esagerato e di strumentale in questa polemica. Tant’è che, a seguito della querelle intorno a Saviano, hanno deciso di dare forfait a Francoforte anche Paolo Giordano, Sandro Veronesi, Francesco Piccolo, che pure erano stati invitati. Boicottaggio? Chissà. Di certo hanno obbedito al richiamo del branco, ipnotizzati dall’urlo di un profeta improbabile.
C’è proprio da rimpiangere i tempi della vecchia egemonia culturale della sinistra, animata da personaggi come Pierpaolo Pasolini, Alberto Moravia, Italo Calvino ed altri ancora. Era una generazione grande anche se purtroppo faziosa (basterà dire che Calvino tenne per decenni nascosti i diari segreti di Cesare Pavese in cui si esprimevano giudizi a tratti benevoli sulla Rsi). Ma era comunque gente che sapeva scrivere pagine destinate alla storia. Questi qui invece pensano solo ai pulpiti da cui predicare il loro verbo fuori tempo.



