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Isola di Pasqua. Le tragiche conseguenze del consumo non sostenibile

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Rapa Nui, conosciuta ai più come “Isola di Pasqua”, è immersa nell’Oceano Pacifico. 

L’isola, che dista circa 3700 km dalle coste del Cile, è resa celebre dalla presenza dei Moai, imponenti sculture in pietra dalle dimensioni impressionanti, ancora oggi avvolte dal mistero. 

In pochi, tuttavia, conoscono la tragica storia della civiltà che eresse quelle statue e che per secoli abitò l’Isola, fino ad un drammatico epilogo. 

Secondo recenti studi archeologici, sarebbe emerso che le prime popolazioni stanziatesi sull’isola sarebbero migrate dalle Isole Marchesi, situate nell’Oceano Pacifico orientale, in un periodo compreso tra il X ed il XIII secolo. 

La complessa spedizione oceanica, condotta su piccole imbarcazioni simili a canoe, sarebbe stata guidata da un sovrano leggendario: Hotu-Matua.  

Una volta giunti sull’isola, gli abitanti iniziarono a dedicarsi prevalentemente alla pesca e alla caccia di uccelli migratori. 

Gli artefatti rinvenuti sull’isola mostrano che la religione di questa civiltà si incentrasse prevalentemente sulla divinazione di dèi caratterizzati da sembianze di “uomini uccello”, ovvero dai tratti antropomorfi, ma contraddistinti dalla presenza di ali, come dimostrato da alcune sculture in legno ed incisioni rinvenute sull’isola. 

I Moai, divenuti il vero simbolo di Rapa Nui, rappresentano invece figure umane caratterizzate da un volto allungato, da labbra serrate, naso affilato ed un mento sporgente. 

Secondo alcuni esperti, le numerose statue sarebbero state erette in punti strategici dell’isola, visibili da lunghe distanze, ed utilizzate probabilmente per scoraggiare l’attracco di possibili popolazioni avversarie. 

Anche ai Moai erano probabilmente riservati dei riti di divinazione, ad oggi sconosciuti. 

Ciò che rimane un vero mistero è come siano stati eretti i Moai: statue alte circa 10m e con un peso che supera talvolta le 100 tonnellate, con il semplice uso di strumenti rudimentali.

È qui che inizia la parentesi tragica di questa civiltà. 

I Moai venivano scolpiti all’interno di alcune cave di pietra: centinaia di queste sculture silenziose giacciono ancora lì, a testimonianza di un passato lontano, ma che non ha perso il suo fascino.  

Erette con ingegno e fatica, venivano fatte scivolare su numerosi tronchi di legno, per essere trasportate verso le radure dell’isola, dove trovavano la loro dimora finale su imponenti basamenti. 

La smania per queste statue ebbe però un tragico epilogo: l’abbattimento graduale e progressivo degli alberi presenti sull’isola per il trasporto delle statue ebbe come primo effetto la scomparsa degli uccelli migratori che tra le chiome formavano i propri nidi: veniva così meno un’importante risorsa alimentare per gli abitanti dell’isola. 

Come secondo effetto, non meno nefasto, l’uso del legno per la costruzione delle statue o il logoramento dei tronchi usati per far scivolare le pietre, rese sempre più complessa la costruzione delle zattere, utilizzate per la pesca e per l’approvvigionamento. 

Questo ebbe come ultimo effetto l’impossibilità per gli abitanti di abbandonare l’isola, che ben presto divenne la loro prigione. 

Gli archeologi hanno infatti constatato che verso il XVII secolo si siano verificati numerosi eventi funesti sull’isola: molti dei Moai furono abbattuti dagli stessi abitanti, segno di eventi avversi quali lunghi periodi di carestiaviolenzalotte interne e, non si esclude, episodi di cannibalismo, visto il rinvenimento di armi in pietra risalenti allo stesso lasso temporale.  

Questa è la storia di un popolo che distrusse l’ambiente in cui visse, reso cieco della divinazione di statue di pietra, che lo portarono a terminare le limitate risorse naturali presenti sull’isola, ponendo fine ad un equilibrio instaurato nel corso dei secoli.  

Questo avvenimento è considerato uno dei più gravi ecocidi della storia umana: un suicidio di massa di un’intera civiltà, voluto e perpetrato dalla stessa con una metodicità ed una miopia che ci deve far riflettere.  

Non sono pochi gli elementi che rendono questa piccola civiltà specchio della nostra: erano già presenti, infatti, problemi tipici della società moderna quali l’aumento demografico, la diminuzione delle risorse disponibili, la necessità di giungere ad un consumo sostenibile.  

Questi problemi, uniti ad un’abbondante dose di ingenuità, non curanza ed isolamento, hanno determinato la fine di questo popolo che necessariamente deve servirci da monito.  

Scavando nel passato, infatti, è possibile intravedere il futuro: se per gli abitanti dell’isola di Pasqua ignorare determinati fattori è risultato fatale, sembra potersi affermare che per noi non valga lo stesso. 

La diffusa informazione, unita agli strumenti tecnologici a nostra disposizione, ci consentono di agire preventivamente, per guardare al futuro con uno sguardo più positivo. 

La natura umana, infatti, non può essere esclusivamente interpretata in modo autodistruttivo: l’essere umano è anche quell’essere, dotato di dignità ed ingegno, capace di percorrere 4500 km di oceano su esili imbarcazioni; è quell’essere, spesso consapevole dei propri limiti, che è in grado di erigere strutture che superano i 20 m e le 150 tonnellate di peso con mezzi scarsi e rudimentali; è quell’essere dotato di ragione, oltre che d’istinto, che ha il potere di scegliere se essere “Moai”, creatura ieratica di pietra, o uomo alato, dotato di libertà e volenteroso di volare verso un futuro migliore. 

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