Biden sì, Biden no. Il partito democratico americano è letteralmente nel panico. La disastrosa performance del presidente nel confronto televisivo con Donald Trump ha risvegliato le peggiori fobie nella coscienza dei progressisti d’oltre Atlantico. Questa campagna per le presidenziali sarà un massacro a causa di un “campione” anziano, stanco e dall’aria un po’ sconnessa?
Ieri il “New Times” ha rivelato che il presidente sarebbe sul punto di ritirarsi. Il portavoce presidenziale ha però smentito, ma qualcosa starà effettivamente accadendo nell’ “inner circle” di Biden. Dalla Casa Bianca rimbalza la voce che la vicepresidente Kamala Harris sta già scaldando i muscoli. In effetti sarebbe la soluzione più logica. Da sempre i numeri 2 di Washington sono i sostituti naturali di presidenti azzoppati o che non possono più ricandidarsi (lo stesso Biden è stato vicepresidente di Barack Obama). La vicepresidenza è un trampolino naturale per una futura candidatura. Il problema della Harris è che non ha carisma, non essendo finora riuscita a conquistare la base del partito democratico Usa.
Ma, al di là di questo problema, il male che attacca oggi i democratici americani è più profondo e strutturale. Se tra i dem non emergono personalità in grado di suscitare grandi ondate di passoni collettive (come fu ai tempi di Bill Clinton e di Obama) è perché il “partito dell’Asinello” è sempre più distante dal cuore della società americana, o quantomeno lo è dai tradizionali gruppi sociali che rappresenta: la classi operaie e lavoratrici, i ceti medi urbani, le grandi comunità etniche dei neri e degli ispanici.
Qualcosa si è rotto, lentamente ma, a quanto pare, inesorabilmente nel rapporto tra i democratici e questi ceti strategici. Le élite democratiche parlano un linguaggio che questo “popolo” non capisce più. È il linguaggio del catastrofismo ecologista, del globalismo che taglia i posti di lavoro, delle frontiere aperte all’immigrazione, dell’ideologismo Lgbt che dissolve i vincoli familiari naturali, il linguaggio, infine, dell’intolleranza woke che imperversa nelle università e che produce una crisi di memoria e di identità nel cuore dei giovani americani.
Intendiamoci, Joe Biden e gran parte dei parlamentari democratici sono in fondo dei moderati e dovrebbero in teoria rifuggire da certo ideologismo estremista. Il fatto è però che l’apparato mediatico d’ispirazione progressista, quello che detta gli umori dell’opinione pubblica, è composto proprio da estremisti intolleranti. E sono proprio questi ambienti che hanno costruito la “bolla” d’irrealtà in cui si sta progressivamente rinchiudendo la sinistra americana, moderata o radicale che essa sia.
L’errore più grande che ha compiuto (e che sta compiendo) questa casta di ideologi al potere è proprio quello di aver trasformato Donald Trump in un mostro. Dai tempi dell’affermazione politica del tycoon a oggi, il leader repubblicano è rappresentato come un pericolo permanente per la democrazia americana, una tendenza che si è ulteriormente affermata dopo l’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio del 2021. Dopo quella data, la speranza dei democratici Usa è stata che ci si potesse liberare di “The Donald” anche attraverso gli strumenti giudiziari. Tutto questo tentativo di demonizzazione si è però rivelato vano e non ha ottenuto altro risultato che di aumentare la popolarità dell’ex presidente in cerca di rielezione. Altre sono le cose che interessano agli elettori americani, ma gli intellettuali progressisti, chiusi nella loro “bolla”, non se ne sono evidentemente accorti.
Sono meccanismi che ben conosciamo anche in Italia. Pensiamo sollo alla lunga demonizzazione di Silvio Berlusconi o allo spettro del fascismo agitato oggi da certi giornali (in primis da “la Repubblica”) per indebolire Giorgia Meloni. Sono meccanismi che ci rivelano quanto ormai, in Occidente, la sinistra sia prigioniera di élite intellettuali e mediatiche improntate all’intolleranza. Ma sono “avanguardie” , chiamiamole così, che alla fine fanno i danni maggiori nella stessa sinistra che sperano di favorire.
L’ultima vittima di questo apparato è proprio Joe Biden, il vecchio leader democratico a cui hanno fatto credere di vivere in un’America che non esiste. E di stare a fronteggiare, non un essere umano, ma un mostro. Con tutte le conseguenze del caso…

