Mafia e appalti, inchiesta insabbiata, Giuseppe Pignatone indagato: il passato non passa mai nelle grandi indagini su mafia, affari, politica, pezzi dello Stato che non si sa bene a chi rispondano. Ha qualcosa di clamoroso la notizia dell’inchiesta della Procura di Caltanissetta a carico dell’attuale presidente del Tribunale Vaticano.
È un fatto clamoroso innanzi tutto per lo spessore del personaggio. Giuseppe Pignatone è una delle storiche bandiere della magistratura impegnata sul fronte antimafia. Procuratore aggiunto a Palermo, procuratore capo a Reggio Calabria e poi procuratore capo a Roma, il magistrato oggi indagato ha passato la sua vita professionale nella lotta alla criminalità organizzata. Non sempre, va detto, l’ operato di Pignatone è risultato esente da critiche, come quando a suo tempo avviò l’indagine sulla presunta “Mafia Capitale” che, oltre a fornire un’immagine deformata e caricaturale di Roma, coinvolse l’ex sindaco Gianni Alemanno, poi risultato estraneo all’infamante accusa di intelligenza con la criminalità organizzata. Però tanto bastò a danneggiare pesantemente la sua vita politica. E la destra italiana in generale.
Ma il dato clamoroso di questa indagine è che ripropone il filone, per così dire, “trascurato” delle inchieste di mafia, quello incentrato sui presunti e torbidi rapporti di 30-35 anni fa tra cosche siciliane e grandi aziende (anche del Nord, come ad esempio il gruppo Ferruzzi di Raul Gardini) nella spartizione dei lucrosi appalti riguardanti la Sicilia.
Pignatone è accusato di essersi adoperato, d’intesa con l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco (poi deceduto), per disattivare l’inchiesta al fine di favorire alcuni imprenditori siciliani coinvolti. Indagati insieme all’ex procuratore di Roma sono anche l’ex pm Gioacchino Natoli e l’ufficiale della Finanza Stefano Screpanti.
Pignatone si è dichiarato innocente, dicendosi anche disponibile a contribuire allo «sforzo investigativo». Al di là di quello che potrà risultare , vale la pena sottolineare che l’inchiesta su criminalità organizzata e appalti ci riporta a uno dei momenti cruciali della lotta dello Stato alla mafia, quello in cui sembrava che si fosse a un passo dallo scoperchiare il livello “superiore” a Totò Riina e agli altri boss, quello cioè del sistema economico in combutta con Cosa Nostra e quello anche delle coperture che tale attività può aver ricevuto da ambienti politici e da apparati deviati dello Stato.
Secondo molti, sarebbe stata proprio la volontà di Paolo Borsellino di fare luce su loschi intrecci e complicità eccellenti a spingere la mafia a compiere la strage di via D’Amelio. In base anche alle dichiarazioni di alcuni pentiti, l’eccidio sarebbe stato in qualche modo “commissionato” da ambienti esterni alla mafia stessa , nella misura in cui, ovviamente, i boss possano avere agito su “commissione” di qualcuno nelle loro azioni criminali.
Di mafia e appalti si è riparlato solo in anni recenti attraverso varie inchieste giornalistiche. Da sottolineare che la morte di Borsellino può aver impedito la saldatura tra inchieste di mafia e inchieste sulla corruzione politica svolte in quegli anni dal pool Mani Pulite. In proposito c’è da segnalare la riproposta , in questi giorni, di una esplosiva intervista di Antonio Di Pietro concessa quattro anni fa a “L’Espresso”. Secondo l’ex magistrato un pezzo della tangente Enimont era finita a Salvo Lima, come rappresentante di Andreotti e della mafia. «Se quel fatto veniva detto -insiste Di Pietro-, se Gardini parlava, se Salvo Lima non moriva, io avrei potuto avere elementi sufficienti per chiedere al Parlamento di arrestare Andreotti». Si sarebbero saldate le inchieste di Milano e di Palermo. «Invece all’improvviso le solite manine della delegittimazione mandano una marea di esposti contro di me alla procura di Brescia, che mi costringono alle dimissioni. Ma quando a me rimproverano: “ti sei dimesso”, possibile che nessuno si chieda perché l’ho fatto?».
Vale la pena di sottolineare il fatto che, negli ultimi quindici anni, a dominare la scena politico-mediatica siciliana sia stata l’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa” tra Stato e mafia. E qui emerge un dato a dir poco curioso: il principale accusato di aver condotto tali presunte contrattazioni con i boss è quello stesso colonnello dei Ros, Mario Mori (poi scagionato in via definitiva dalla Cassazione), che nel 1991 diede impulso alle indagini su mafia e appalti attraverso un rapporto che aveva suscitato l’interesse anche di Giovanni Falcone. Singolare no?
Forse è casuale o forse no. Ma sta di fatto che il “grande racconto” dell’antimafia di questi ultimi vent’anni si è concentrato su una pista, la presunta ”trattativa” appunto, poi rivelatasi sterile e infondata. Mentre invece il grande filone d’inchiesta tra imprenditori del Nord e cosche siciliane, se debitamente approfondito, avrebbe potuto portare a verità scomode e clamorose. Lo scorso anno proprio Mori ha pubblicato, insieme con Giuseppe De Donno, un libro che si intitola “La verità sul dossier mafia-appalti. Storia, contenuti, opposizioni all’indagine che avrebbe potuto cambiare l’Italia”. E tanto basta.



