Il costo del gas schizza del 10% in un giorno e torna a livelli che non si vedevano dal 2023. È questa la prima e più evidente conseguenza (almeno per i nostri portafogli) dell’attacco che l’esercito ucraino ha portato all’interno del territorio russo, nei pressi della città di Sudzh. Qui passa infatti Druzhba, l’unico gasdotto che ancora rifornisce l’Europa dopo il blocco dei rifornimenti attraverso NorthStream; l’avvicinarsi dei soldati di Kiev è bastato per mandare nel panico i mercati e far impennare il prezzo del combustibile. Ma per fortuna la situazione per l’Italia non è grave: vediamo perché.
Indipendenza energetica
Grazie al lavoro del governo Draghi – proseguito con coerenza dalla Meloni – l’Italia fa un ricorso minimo (appena il 2% del suo fabbisogno) al gas russo, essendosi dotata di rigassificatori che le permettono di importare gas liquefatto da mercati amici e avendo stretto contratti di fornitura importante con il Nord Africa. Situazione ben diversa da quella di Austria e Ungheria (non a casa molto più morbide nei confronti di Putin e delle sue rivendicazioni), che fanno ancora massiccio affidamento sul prodotto estratto in Siberia.
Certo, se il prezzo sul mercato sale, pure per noi le bollette saranno più salate, soprattutto se la percezione del rischio di interruzioni dovesse continuare a far lievitare i prezzi sui mercati internazionali. I contratti “futures” sul gas, strumenti finanziari che permettono di acquistare energia a un prezzo stabilito per una data futura, riflettono queste incertezze e contribuiscono ad alimentare una spirale di aumenti che rischia di colpire duramente le famiglie.
Ma non c’è dubbio che gli ucraini eviteranno di rendere meno facili i rifornimenti attraverso Druzhba, anche perché hanno tutto l’interesse a tenere buoni rapporti con l’Europa e a non far sentire il peso del conflitto all’opinione pubblica continentale, dalla quale in ultima istanza dipendono le decisioni di fornitura di materiali bellici fondamentali per proseguire il confronto con Putin.
Il rischio è semmai che Mosca decida di creare un’occasione di frattura tra Ue e Ucraina interrompendo i flussi, specialmente in vista dell’inverno, quando la domanda di gas raggiunge il picco. Anche se gli stoccaggi di gas in Europa sono attualmente pieni all’87%, la perdita di forniture russe potrebbe costringere i paesi europei a un maggiore ricorso al gas naturale liquefatto trasportato via nave, una soluzione sicura ma molto più costosa. Ma anche questa è tutto sommato un’ipotesi remota, perché Putin ricava quasi 5 preziosi miliardi all’anno dalle forniture di gas europee rimaste; una somma fondamentale anche per finanziare il poderoso sforzo bellico nei confronti di Kiev che si trascina ormai da 30 mesi. E infatti se si era notato un piccolo rallentamento nel passaggio di gas nei primi giorni dell’invasione, il flusso è tornato subito nella normalità. Inoltre chiudere anche quel gasdotto significherebbe rendere l’Europa definitivamente indipendente dalle forniture russe, una prospettiva che Putin non può che temere perché renderebbe ancora più difficile trovare spunti per far sedere almeno gli europei a un tavolo di trattative organizzato secondo i suoi desideri.
Insomma, per l’Italia si preannuncia il solito autunno caldo, tra Finanziaria da approvare e referendum sull’Autonomia regionale differenziata, ma difficilmente seguirà un inverno gelido.



