Carceri minorili, da Roma un allarme: Ci scapperà il morto?

venerdì, 6 Settembre 2024
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La dura condizione in cui riversano le forze di sicurezza delle carceri italiane esposte ad evidenti pericoli con detenuti che spesso mettono a repentaglio la propria vita e l’incolumità della comunità carceraria. In redazione è giunto giorni fa il grido disperato di un appartenente alla Polizia penitenziaria del minorile di Roma che ci ha riportato lo stato gravoso e disperato in cui imperversa l’istituto penitenziario non solo nella nostra regione. Abbiamo dato spazio alla sua voce e al suo grido di allarme affinché la condizione che vivono debba necessariamente essere affrontata con delle normative e delle leggi che debbano regolamentare e arginare questo tipo di episodi che speriamo non si ripetano più ma soprattutto tutelare i lavoratori delle carceri e la loro vita. Suicidi, liti, violenze verbali e fisiche sono sono alcuni degli episodi riportati. Affinchè l’opinione pubblica sappia in che stato lavorano i dipendenti delle carceri italiane che rischiano ogni giorno la vita con il loro lavoro di seguito riportiamo questa intervista realizzata per motivi di sicurezza in forma anonima.

Qual è la più grande difficoltà che affrontate nel vostro lavoro nei carceri minorili?

Le difficolta’ sono tante a partire dalla durata dei turni estenuanti sai a che ora inizi e non sai mai a che ora finisci. Criticità che si presenta tutti i giorni. Da due anni siamo senza mense di servizio, ci danno i buoni pasto ma con i turni doppi è impossibile anche trovare il tempo per un panino. Il personale lavora sotto i minimi livelli di sicurezza e pertanto quando c’è una criticità come una rissa o un tentativo di autolesionismo da parte di un detenuto il collega si trova ad intervenire da solo mettendo a rischio la propria vita. La grande difficoltà degli istituti minorili è la presenza dei detenuti maggiorenni. Il decreto 92 art.5 del 2014 ha previsto che chi commette un reato da minorenne rimanga nell’istituto fino ai 25 anni, questo è stato un grande cambiamento per le carceri minorili, perché non si ha che fare più con ragazzini ma con uomini formati sia fisicamente che mentalmente. La presenza di queste due tipologie non offre la possibilità da parte dei detenuti minorenni di fare un percorso riabilitativo e gli stessi minorenni escono dall’istituto peggiorati e con attitudini criminali più alte di come erano entrati.

Quale allarme si sta verificando e perchè, dove sono le cause?

La mancanza di personale è l’allarme che mi sento di gridare ad alta voce sia del ruolo degli agenti assistenti che dei sottoufficiali. Non è chiaro perché non è molto conosciuta ma la figura essenziale nelle carceri è il ruolo degli assistenti. Noi siamo presenti con loro h24 viviamo con loro tutti momenti dalle belle alle brutte notizie. Dal momento che arriva Natale quando mancanza delle famiglie e degli affetti si sente qui gli assistenti giocano un ruolo importante. Sono come degli eroi che viaggiano all’ombra che vivono con il detenuto gioie e dolori e spesso li assistono anche nei momenti più critici di gesti di autolesionismo o depressione. Quante vite riescono ad essere salvate all’interno di un carcere e nessuno ne parla. Un altro allarme è la presenza di detenuti maggiorenni che interferiscono o rovinano il percorso riabilitativo dei minorenni. Vige la legge del più forte. E questa cosa è intollerabile. Facciamo parte del ministero della giustizia e non deve accadere. Un altro aspetto grave è l’assenza di un presidio medico dopo le venti la sera. Dopo questo orario i detenuti minori devono essere soccorsi da un’ambulanza e questo è inammissibile. Inoltre la gestione dei detenuti nel circuito minorile è fallimentare vengono destinati sempre meno soldi al comparto sicurezza. I detenuti che arrivano in un carcere minorile devono attraversare un percorso educativo e riabilitativo che spesso non hanno ottenuto nelle famiglie di origine, sta a noi fargli capire che solo con il sacrificio e l’impegno si ottiene la libertà. Il detenuto va accompagnato dall’ingresso all’uscita. Un ragazzo appena arrivato deve essere in osservazione per arrivare gradualmente inserito con gli altri. Se si comportano bene è tutto a loro vantaggio. Cosa che non accade. La sensazione che arriva è che bisogna fargli fare delle attività poco importante se il personale non c’è basta farle. Ma questo impossibile e spesso la sicurezza manca per questo tipo di attività.

I rischi che correte sono dovuti a quale gap di gestione? Vi sentite abbandonati?

I rischi sono notevoli. Vi faccio un esempio: quando succede una rissa allo stadio i colleghi della polizia di stato sono vestiti con scudo mimetica e manganello, noi se interveniamo all’interno del carcere per una rissa siamo nudi senza ogni tipo di strumento. Spesso rimaniamo coinvolti anche noi in questo tipo di episodi violenti. Un collega è stato minacciato recentemente qui a Roma con una lama ed un gruppo di colleghi sono rimasti all’interno di un braccio. Queste sono situazioni drammatiche che viviamo e il sentimento di frustrazione di impotenza e rabbia verso uno stato che non ci supporta e ci ignora fa male per chi ha giurato fedeltà alle istituzioni e indossa una divisa. Spesso quando veniamo a lavorare siamo avvolti da un sentimento di abbandono. E questo crea dolore per chi ha scelto di fare questo lavoro e crede nella giustizia. Spesso ci sentiamo di lavorare per il “ministero dell’ingiustizia” e viverla ogni giorno sulla propria pelle è drammatico.

Se fosse il ministro della Giustizia o chi ha competenze per intervenire da cosa partirebbe?

Partirei dalla formazione e dall’assunzione di personale, e già solo queste due cose non basterebbero. Bisognerebbe creare delle strutture adatte, rivedere la presenze e la convivenza di detenuti maggiorenni negli istituti minorili e puntare su un vero percorso di inserimento nella società che coinvolga sia la polizia penitenziaria che la struttura educativa e per i detenuti più meritevoli uno sconto di pena per chi si offre di svolgere lavori utili. Credo sia importante per un ragazzo che ha vissuto per strada e spesso nella violenza fargli fare attività volte all’aiuto dei più deboli in un nuovo percorso che lo porti ad una nuova realtà di vita.

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